Photo dump of Vigljos at the music kitchen. Their second last stop on their Africa tour.
seen from United States

seen from Malaysia
seen from United States
seen from United States

seen from Malaysia
seen from Malaysia

seen from United States
seen from Italy
seen from Spain

seen from United States
seen from United Kingdom
seen from United Kingdom
seen from Malaysia
seen from Israel
seen from France
seen from United States

seen from Canada

seen from Türkiye
seen from Spain
seen from Maldives
Photo dump of Vigljos at the music kitchen. Their second last stop on their Africa tour.
Merch from Wensdays show at the music kitchen with Twiza, Ghast and Vigljos. My first patch and a cd.
Photo dump of Vigljos last night. At the end of the show was so sad it was over.
Nel vasto sottobosco del black metal si incontrano realtà a volte difficili da decifrare, ostiche, problematiche, ambigue anche se collocarle nella serietà o nella parodia. I Vígljós sono una band svizzera, che ama l’apicoltura e che fa della ciclo della vita delle api i loro temi principali. I loro costumi sono vestiti bianchi da apicoltore, che gli oscurano il volto dandogli però un’aura diurna, quasi da salvatori del mondo.
Ecco già questo basterebbe per buttarli nel fosso assieme ai Botanist o ad altre band sbilenche. Il fatto è che, ascoltandoli, hanno davvero un songwriting pazzesco, che crea appeal; a volte manifesto del lo-fi, altre volte con una produzione davvero ben ricercata. Black metal veloce, schizofrenico e ferale; spesso ricorda i Bethlehem, altre volte (forse grazie alle tematiche rurali e agresti) tira in ballo gli ultimi Lunar Aurora. Il sapiente uso dei synth (nell’intro), delle chitarre acustiche (poche a dir la verità) hanno saputo creare un disco - che è una specie di sequel del precedente – che profuma di Medioevo, che ha della ricerca precisa del folklore e dell’identità nazionale. Ma attenzione: per fortuna tutto questo non puzza di NSBM. Sa più di una ricerca contemporanea storiografica dell’intera gamma delle gradazioni e delle sfumature della propria terra. Dopo anni (se non decenni) di amore per Satana e l’oscurità, rimane la passione per la natura incontaminata, di stampo romantico, ma con una narrazione che ora è diurna, locale, tribale. D’altronde siamo nell’epoca di Midsommar e degli horror alla luce del sole e, forse le nuove generazioni di ragazzi che suonano black metal dopo il 2020 hanno una consapevolezza diversa.
Ci sono band che esaltano alcune precise particolarità e peculiarità della propria terra: i Selvans in Italia, i 1914 in Ukraina, i Kanonenfieber in Germania, i Departure Chandelier francesi, i Blackbraid negli Stati Uniti. I riff sono corposi, spesso anche melodici e la produzione dei brani è sempre buona pur rimanendo grezza. Bella scoperta, soprattutto se date un ascolto alle altre b-side band dei vari membri come i Kvelgeyst o i Wyrgher. Se l’album precedente poteva evocare un ambiente quasi di Bruegheliana e cinematografica memoria, con questo Tome II si entra più in un ambiente funereo e di decomposizione.