All'inizio ci sono solo le luci.
Neon brillanti che si accendono tutti insieme, il profumo dolce dello zucchero filato, una musica festosa che ti invoglia a fare il primo giro. Da fuori sembra un posto semplice, leggero, nato solo per regalare un pomeriggio di distrazione e qualche risata.
Compri il biglietto senza pensarci troppo, convinto che le attrazioni siano tutte lì, ben ordinate, e che basti un'occhiata per capire come funziona il gioco.
Poi fai il primo passo all'interno.
La musica si allontana poco a poco, inghiottita da un brusio sempre più fitto, e ti accorgi che i viali non sono dritti come sembravano dalla cassa.
Ti siedi sul primo vagonetto del tunnel dell'amore, aspettandoti la solita scenografia rassicurante, i cuori di cartapesta e un giro tranquillo da fare mano nella mano.
E invece, un metro dopo la curva, l'acqua sotto la chiglia diventa scura e profonda; la corrente ti trascina più lontano di quanto avessi previsto, dentro riflessi che non sapevi di portare con te.
Ne esci con il fiato sospeso e, per sdrammatizzare, decidi di varcare la soglia della casa degli orrori.
Cerchi il brivido di un istante, pronto a ridere del primo mostro di gomma prima di tornare al sole.
Ma è lì che ti fermi: chi ti sta accompagnando non si spaventa.
Sfiora quelle ombre come fossero velluto impolverato, si muove nel buio a memoria e saluta i fantasmi come vecchi inquilini di casa.
Prima che tu possa raccogliere i pensieri, la strada vira di nuovo.
Le montagne russe si arrampicano lente, quasi concedendoti il tempo di respirare, poi ti strappano il terreno da sotto i piedi e cambiano l'orizzonte in un solo istante.
E il padiglione degli specchi non riflette soltanto il tuo volto: ne moltiplica i frammenti, li piega, li ricompone, finché non riesci più a distinguere quale immagine abbia iniziato a guardare l'altra.
Alla fine ti ritrovi fermo al centro del viale, mentre le giostre continuano a girare attorno.
Ti volti, mi guardi con un sorriso incerto e un pizzico di sconcerto negli occhi.
Credevi di essere entrato in un semplice parco giochi per la domenica.
Solo allora capisci che il luna park non ero io.
Era il mondo che mi porto dentro.