"If you get lost... find yourself in the things you love."
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@violetgemel
"If you get lost... find yourself in the things you love."
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La notte arriva piano, senza fare rumore 💜✨️🌛
“A Diosa” Non riesco a riposare amore del cuore Sto pensando a te ogni momento Non essere triste gioiello d’oro Ne addolorata o preoccupata.
Ti assicuro che desidero solo te
Perché ti amo forte, ti amo e ti amo.
Episodio 7: "Il riflesso rubato" (Il Vecchio Vicolo dei Sussurri)
Il gatto mi guida oltre l'orologio, verso un piccolo specchio da toeletta poggiato su un selciato umido.
La cornice è in argento ossidato, quasi nera.
Appena lo sollevo, la luce della luna viola sembra riflettersi nel vetro non per mostrarmi il mio volto, ma per restituirmi l'immagine di una stanza che non riconosco... un lembo di tenda, un gioco di luci... un ricordo che la nebbia tenta disperatamente di nascondere, lasciandomi con il dubbio lancinante che quel dolore che sto curando non sia, in fondo, anche il mio.
Il sussurro di Luna mi sfiora la nuca, gelido: quello specchio ha catturato l'ultima immagine riflessa di chi non riusciva più a riconoscersi nel proprio dolore.
Il segreto si rivela tra le crepe dello specchio: non serviva a curare la vanità, ma era il custode muto di un'identità che si è sgretolata, pezzo dopo pezzo, nel tentativo di dimenticare qualcuno che non c'era più.
Ora, il vetro conserva l'ombra di quell'assenza.
racconti noir, estetica gotica, scrittura introspettiva
I giorni che non chiedono parole Cronache dell'Oscurità Domestica
Ci sono giorni in cui il mondo sembra consumarsi senza fare rumore.
Rientro in casa con il peso addosso, come se ogni delusione della giornata si fosse cucita al mio cappotto. Appoggio le chiavi sul tavolo e rimango immobile davanti alla finestra.
Fuori è già notte.
Dentro, un silenzio che conosco fin troppo bene.
Ombra mi osserva dalla soglia della stanza.
Non viene subito da me.
Mi studia con quei suoi occhi profondi, come se cercasse di capire se ho bisogno di spazio o di compagnia.
Poi, lentamente, attraversa la stanza.
Salta sul divano e si siede accanto a me.
Niente fusa.
Nessuna richiesta.
Solo la sua presenza.
«È stata una giornata difficile...» sussurro, più a me stessa che a lui.
Ombra inclina appena la testa.
Per un istante penso di raccontargli tutto.
Le parole arrivano fino alle labbra... e lì si fermano.
Non ne ho la forza.
Rimane immobile.
Di tanto in tanto socchiude gli occhi.
Poi sfiora la mia mano con la punta della coda, come a ricordarmi che è ancora lì.
Non pretende spiegazioni.
Non cerca di aggiustare ciò che si è rotto.
Non ha bisogno di conoscere ogni dettaglio per restarmi accanto.
Ci sono presenze che non fanno domande.
Non perché non siano interessate.
Ma perché hanno imparato che alcune ferite respirano meglio nel silenzio.
Sollevo lo sguardo. Ombra è già lì. I nostri occhi si incontrano senza fretta. Poi li chiude lentamente. È il suo modo di ricordarmi che non tutte le parole hanno bisogno di essere pronunciate.
Sorrido appena.
Forse i giorni difficili non diventano più leggeri. Ma ci sono silenzi che, quando vengono condivisi, smettono di fare paura. 🐈⬛🖤🐾
Episodio 6: "Il battito fermo" (Il Vecchio Vicolo dei Sussurri)
Nel Vicolo dei Sussurri, sotto la luce malata della luna viola, il gatto mi conduce davanti a un vecchio orologio da tasca incastrato tra le crepe di un muro di pietra.
Quando lo raccolgo, il metallo è gelido, ma appena le mie dita ne sfiorano la cassa, il tempo attorno a me sembra sussultare.
Luna compare nell'ombra, il suo sguardo è un monito silenzioso.
Il suo sussurro mi attraversa come una lama: ogni secondo segnato da quell'orologio è stato sottratto a chi non poteva più contare i giorni.
Sento il segreto dell'oggetto: l'orologio non si è fermato per un guasto meccanico, ma perché chi lo possedeva ha scelto di smettere di misurare la vita proprio nel momento in cui ha perso l'unica persona che rendeva degno il tempo di essere vissuto.
Stringendo quell'orologio tra le mani, comprendo che non sto riparando un meccanismo, ma un cuore che si è arreso al silenzio, un ingranaggio bloccato nell'istante esatto in cui il mondo ha smesso di avere significato per chi lo indossava.
racconti noir, estetica gotica, scrittura introspettiva
Episodio 5: "La confessione del noce" (Il Vecchio Vicolo dei Sussurri)
Torno in bottega con il frammento ritrovato.
Appena incastro il pezzo nella struttura della sedia, l’aria si fa densa di un’eco soffocata.
Non è legno quello che tocco, ma una cicatrice.
Il sussurro di Luna mi avvolge: quella sedia non sosteneva un corpo, Silas, ma una confessione mai pronunciata.
Nel vuoto del restauro, comprendo il segreto: chi sedeva su quel mobile attendeva un ritorno che non è mai avvenuto, trasformando ogni fibra di noce in un’attesa infinita.
La sedia non è solo memoria, è il sigillo di una speranza che si è pietrificata nel tempo. Il mio ruolo è liberarla dal silenzio, un oggetto alla volta.
Ogni venatura del legno sembra ora pulsare sotto le mie dita, raccontando la storia di un'attesa così tenace da aver piegato la materia stessa, rendendo quella sedia non più un oggetto, ma un reliquiario del mai accaduto.
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Cronache dell'Oscurità Domestica
Ho smesso di chiamarlo "gatto". È riduttivo.
Nella mia casa si muove un frammento di vuoto assoluto. Una macchia d'inchiostro rovesciata sulla realtà che, per qualche inspiegabile motivo, ha imparato a respirare.
Di giorno si mimetizza tra le pieghe delle tende o si fonde con il legno antico della libreria. Se non fosse per quel sottile disallineamento della luce, per quel millimetro di oscurità più profonda del resto, non saprei nemmeno di non essere solo.
Ma è quando cala la sera che il mistero si rivela.
All'improvviso, nel buio più totale, si accendono due portali dorati. Sono occhi... ma sembrano fissare troppo a fondo. Non mi guardano soltanto: mi studiano. Mi soppesano. Come se stessero decidendo se sono degno di continuare a vivere nella loro casa.
A volte mi chiedo se sia un'entità venuta da qualche dimensione sconosciuta per osservare gli esseri umani. Altre volte penso che sia semplicemente l'oscurità stessa che, stanca di essere invisibile, abbia scelto la forma di un gatto per reclamare la sua razione quotidiana di umido.
Oggi era immobile sulla mensola.
Ho distolto lo sguardo per un solo secondo.
Quando mi sono voltato... era sparito.
O forse no.
Forse era semplicemente tornato a essere ombra.
Qualcuno sa come si esorcizza un buco nero che fa le fusa e pretende il tonno? 🐈⬛🖤🐾
Il Custode di Vetro
Siede il corvo sul ciglio del petto, nero come un pozzo senza eco, mentre dentro il mondo s’è fatto di vetro, lucido, immobile, perfetto.
Lui non grida, non batte le ali,
osserva il gelo che copre ogni cosa: la gioia spenta, la pena che riposa, tutte le ore diventate uguali.
È una sentinella di piume e carbone che veglia sul vuoto che non fa rumore, mentre fuori infuria il colore e dentro regna una ferma stagione...
Custodisce nel becco un'unica parola, quella che scioglierà il vetro in una pioggia di luce.
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Essentia
Non è un contatto.
È una risonanza.
È sentirsi nel cuore, là dove ogni battito custodisce un segreto condiviso.
È sentirsi nell'anima, come un'impronta lasciata sull'acqua, capace di restare anche quando la superficie non si increspa.
È una presenza costante che non ha bisogno della vicinanza fisica, perché vive nello spazio silenzioso tra un pensiero e l'altro.
Un'essenza che permane, anche quando il mondo intorno svanisce, lasciando soltanto il riflesso di ciò che, forse, eravamo destinati a trovare.
Episodio 4: "Il richiamo del legno" (Il Vecchio Vicolo dei Sussurri)
Il vicolo è immerso in una penombra lattiginosa, interrotta solo dal bagliore violaceo che la luna proietta sull'asfalto.
Luna è ferma a pochi passi da me, immobile come una statua di ghiaccio.
Non apre bocca, eppure il silenzio intorno a lei è saturo di un suono che vibra fin dentro le ossa.
Il gatto mi sfiora la caviglia, spingendomi verso una vecchia cassa abbandonata contro il muro di mattoni.
Mi chino e, sotto uno strato di polvere, trovo il frammento di noce che mancava alla sedia della mia bottega.
È allora che la voce di Luna si insinua nella mia mente, non un suono, ma una sensazione di gelo puro.
Lo senti, Silas? Il sussurro degli oggetti, come quello della sedia?
In quell'istante, la verità mi colpisce con la forza di un verdetto.
Non sono un semplice restauratore. Sono il custode di queste eco, il ponte tra le vite spezzate e l'oblio. La sedia non è solo legno; è il primo pilastro della memoria che devo ricostruire per lei, e per me stesso.
Ma proprio mentre stringo quel legno tra le mani, capisco che non sto solo riparando una sedia: sto ricucendo lo strappo che la sua assenza ha lasciato nel tessuto stesso della realtà.
racconti noir, estetica gotica, scrittura introspettiva
Cenere
Quel momento sospeso tra il respiro e l'oblio.
In quell'istante, la pupilla non trova altro che il riflesso del proprio vuoto.
La realtà, un tempo solida, viva, pulsante, si è dissolta come un'illusione notturna, tradita dalla sua stessa fragilità.
Mentre lo sguardo era altrove, rapito da orizzonti lontani e da miraggi di luce che promettevano un'esistenza più intensa, il presente si è consumato nel silenzio.
Tutto è diventato cenere: una polvere sottile, impalpabile, che ricopre ogni cosa come un sudario di velluto grigio.
Non c'è stato un incendio improvviso, ma una lenta e inesorabile dissolvenza.
È la sorte di chi non sa abitare il proprio tempo, di chi si lascia sedurre dalla superficie mentre le fondamenta si sgretolano sotto il peso dell'incuria.
La cenere è ciò che resta del fuoco.
Custodisce la memoria di ciò che è stato, ma sancisce anche l'irreversibilità di ciò che non sarà mai più.
Drive Safe
Viaggia leggero: porta con te la malinconia come un ricordo prezioso, ma lascia che sia la speranza a guidare il volante.
La malinconia non è un peso, ma l'impronta di tutto ciò che abbiamo amato. Anche quando la strada si fa buia e l'incertezza spaventa, ricorda che il cuore non sceglie mai i percorsi più facili, ma quelli che ci insegnano a splendere.
Le lacrime puliscono lo sguardo per la bellezza che deve ancora venire. Non temere il domani: ogni passo, anche il più faticoso, è un nuovo inizio verso la luce.
Episodio 3: "Ritorno al Vicolo" (Il Vecchio Vicolo dei Sussurri)
La porta della bottega si richiude alle mie spalle con un colpo secco, come un sigillo che si spezza.
Il gatto è già avanti, una sagoma scura che fende l'oscurità del vicolo.
Qui fuori, l'aria è diversa: elettrica, satura di quell'odore di asfalto bagnato che sembra vibrare sotto i miei passi.
Non è solo pioggia.
È come se il mondo avesse trattenuto il fiato, aspettando che io tornassi in questo luogo.
Il gatto si ferma all'improvviso, la coda rigida, puntando il muso verso un angolo dove la luce di un lampione morente si riflette su una pozzanghera.
Non è un riflesso normale; l'acqua è striata di bagliori violacei che sembrano contorcersi, suggerendo una forma che la mente rifiuta di riconoscere.
Sento ancora nelle dita la consistenza del legno della sedia, il calore della riparazione appena interrotta, come se quel pezzo di noce fosse solo un presagio di una frattura ben più profonda.
Il gatto emette un soffio basso, un suono che taglia il silenzio come un rasoio.
Poi, la vedo.
È lì, immersa nelle ombre che la luna – non più romantica, ma un frammento di ghiaccio affilato nel cielo – sembra tagliare con precisione chirurgica.
Luna è lì, immobile. Il pericolo emana da lei come un calore oscuro, affascinante e terribile al tempo stesso.
Mi osserva, e in quello sguardo capisco che non sono qui per riparare un oggetto, ma per scoprire se quello che sta per accadere è una salvezza o una condanna definitiva.
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