I got my first taste of live action this season. Good to be back behind the camera and back in baseball. Duke vs Wake Forrest.
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Not a 'soccer' bobblehead nor a stadium giveaway, but he is such a cool Mascot, I had to buy the Wake Forrest Demon Deacon!
Overalls are the new black >>
Right?
Right.
"Never too small to dream big"
Di: iwantsomenasty
La storia del più autorevole giocatore del mondo su un campo da basket è una storia quasi paradossale. Se giocate contro di lui l’ultima cosa che volete fare è dargli un motivo per dimostrare quanto vale. È un sergente, uno stratega. Uno che fa letteralmente ciò che vuole con la palla, i compagni e gli avversari.
Eppure è alto a malapena un metro e ottanta, è un padre affettuoso e se volete capire a fondo la sua storia dovete leggere “Long Shot: Never Too Small to Dream Big”; il libro per bambini che ha scritto egli stesso: Christopher Emmanuel Paul.
Chris Paul nasce e cresce a Lewisville, cittadina tranquilla del North Carolina a 9 km da Chapel Hill. Secondogenito del padre Charles Paul (CP1) che due anni prima della sua nascita, nel 1985, aveva avuto C.J. Paul (CP2) il fratello maggiore. Chris adotta così, già al tempo, il nickname con cui il mondo lo conosce: CP3.
Il padre, come spesso accade in queste storie, era anch’esso un ex atleta e insegna ai figli a giocare a Basket e Football. Gli annali dicono che Chris era già all’epoca un giocatore dotato, e allenato dal padre vinse diversi tornei giovanili giocando prima da quarterback e poi da linebacker nelle squadre locali.
Nelle calde estati degli anni '90, se foste passati da quelle parti, avreste trovato i fratelli Paul, due soldi di cacio ai vostri occhi, a gestire il registratore di cassa, cambiare le gomme e controllare la pressione nell’officina del nonno: Nathaniel Jones. Paul riconosce ‘Papa Chilly’ come il suo miglior amico d’infanzia e ricollega a lui molti degli insegnamenti che gli hanno cambiato la vita. Una volta ha scritto di lui: “Mi ha insegnato più cose di quante potrò mai saperne con un dottorato di ricerca”. Poiché non è un caso se arrivi ad essere l’atleta con più attributi dell’intera NBA sappiate che il nonno materno era una celebrità locale. L’officina “Jones Chevron” è la prima officina ad intera gestione afro-americana nel North Carolina dal 1964. Se pensate “Civil rights movement” e Martin Luther King siete sulla buona strada.
Nel 1999 Chris arriva al liceo di West Forsyth, dove il fratello era il playmaker titolare della squadra già da un anno.
Il problema però è che Chris è alto 1 metro e 52 a 14 anni di età. Troppo basso per giocare seriamente ad alto livello. Ma il nostro, invece di guardare dalla panchina, preferisce giocare nel “JV team”, la squadra di sviluppo giovanile dell’istituto. Nel suo secondo anno Paul, alto neanche 1 e 60, arriva in prima squadra da comparsa. Riesce a giocare assieme al fratello un totale di 15 secondi nell’intera stagione. A fine anno il fratello si diploma e gli lascia il posto in squadra.
Durante una partita come tante però, sugli spalti appare Matt Doherty, promosso di recente al ruolo di allenatore capo di North Carolina. Potrebbe essere un’occasione unica nella vita e Paul non se la lascia sfuggire. In partita gioca poco e nulla, ma è così rabbioso e determinato a fare impressione che a fine gara scavalca le gradinate e ferma il coach che se ne stava andando.
Se sei nato a meno di 7 miglia da Chapel Hill la prima cosa che vuoi dalla vita, dopo il latte della mamma, è giocare per i Tar Heels. Chris implora Doherty di dargli una possibilità, gli chiede di aspettarlo e gli promette che nonostante l’altezza è uno vero, che se lo lascia giocare gli cambierà la squadra
Matt se la ride, gli mette la mano sulla spalla e con un sorriso di plastica lo liquida così: “Grazie dell’interessamento, continua a tifare per noi”.
Segnatevela, è l’errore più grande della sua carriera.
Chris fa letteralmente dietrofront, gira le spalle a North Carolina, percorre i 13 km che lo separano da Wake Forest, si presenta al coach Skip Prosser e si promette a loro.
Nei due anni seguenti Paul cresce, fiorisce in altezza e nel gioco. Il nostro è alle soglie del metro e ottanta di altezza, segna 25 punti ad allacciata di scarpe conditi da più di 5 assist e 4 palle rubate ogni singola sera dell’anno.
Arrivati all’anno da senior CP3 mantiene la sua promessa e scrive la letter of intents per Wake Forest University. Chris non lo sa, ma mentre sta compilando quel foglio di carta la vita sua e della sua famiglia sta per essere sconvolta.
15 novembre 2002. È una sera paradossalmente tranquilla e senza luna a Lewisville. La luce dei lampioni illumina parte delle strade mentre i lavoratori stanno già cenando o andando a dormire. Papa Chilly ha tardato in officina. Senza i suoi fedeli piccoli assistenti fa fatica a chiudere tutti gli affari in orario di lavoro, così si attarda per tornare a casa e nel mentre, per rimediare al suo ritardo, passa a prendere un po’ di frutta e verdura per l’intera famiglia. La carica in macchina e guida sereno verso casa. Parcheggia l’auto nel cortile interno, scende e si sgranchisce le gambe e le braccia. Apre il portabagagli e comincia a scaricare le cassette di frutta che aveva appena comprato. Sono i suoi ultimi minuti di vita.
Una band giovanile, un gruppo di 5 teenager incappucciati, lo aggredisce di soppiatto, nel buio del cortile di casa sua. Per prima arriva un colpo alla base del collo e il robusto corpo di nonno Nathaniel cade a terra. Quindi gli aggressori gli legano le mani dietro la schiena con del nastro adesivo americano e con quello che rimane del nastro gli sigillano la bocca. Quindi con tre tubi di metallo diversi cominciano a colpirlo dietro la nuca e in piena faccia. A lavoro compiuto lo chiudono nel bagagliaio della sua auto e se ne vanno. Il movente? Il portafogli.
Nathaniel Jones aveva 61 anni e incredibilmente era riuscito a sopravvivere. Purtroppo però soffriva di problemi cardiaci e il trauma subito assieme alla paura causarono l’aritmia che l’ha stroncato nel bagagliaio della sua auto. Il corpo fu ritrovato la sera seguente dal padre di Chris.
CP3 è distrutto, dilaniato dal dolore.
Perdere il migliore amico, il nonno e il mentore in quel modo non può che lasciare segni in chiunque. La sera del funerale oltre 2000 persone vengono a porgere gli ultimi saluti al vecchio Papa Chilly. Chris piange sulla spalla della zia che gli sussurra nell’orecchio come fare per ricordare il nonno. Chris alza la testa, annuisce e si asciuga le lacrime.
Finita la cerimonia ognuno torna alle proprie abitudini, e il liceo di Chris aveva una partita in programma. Paul a sorpresa di tutti si presenta nello spogliatoio e, nonostante il diniego del coach, decide di scendere in campo lo stesso. I compagni si aspettano che il nostro faccia quello che fa sempre: dettare il ritmo, passare la palla e far divertire il pubblico. Invece no. Inizia a tirare.
Chris aveva fino a quel momento un career high di 39 punti. Peccato che a metà partita sia già a quota 32 e non accenni a fermarsi. Intanto sugli spalti qualcuno comincia a ipotizzare cosa voglia fare il nostro, ma è un'idea assurda, paradossale, irrealizzabile.
Tiro dopo tiro, retina dopo retina siamo agli ultimi due minuti di gioco, Chris, a quota 59, spezza le caviglie dell’avversario diretto con un cambio mano, entra in area e segna subendo il fallo.
Il record dello stato sarebbe lì a portata, a soli 5 punti di distanza. Ma a lui non interessa, quel record non conta. In quella sera 67 non vuol dire nulla, 61 sì.
Quando si presenta sulla linea della carità spara volutamente un airball, si gira verso la panchina per essere sostituito e crolla a piangere tra le braccia dei parenti, che erano venuti a guardarlo mentre la folla intorno si alza e applaude.
61 punti, uno per ogni anno del nonno. Non uno di più, non uno di meno.
La notizia fa il giro dello stato e raggiunge le orecchie anche dei coach universitari. Nell’ultima partita dell’anno si presenta di nuovo Matt Doherty e con sua enorme sorpresa quello che vede in campo con la canotta numero 3 è ormai padrone dell'intera Carolina.
Il coach spalanca gli occhi, scende i gradoni e ferma il nostro diretto verso gli spogliatoi a fine partita.
-“Senti, ho sbagliato in passato. Sono pronto a fare il gioco sporco per te” gli dice il coach “Posso annullare una borsa di studio che ho già assegnato ad un altro ragazzo e la faccio arrivare a te, così puoi giocare per noi”
-“Me ne vado a Wake Forest, stronzo!” risponde glaciale Chris “Ci vediamo tra 3 settimane, preparati”
E al college Chris non si fa attendere. Nei 3 anni in cui ha giocato a Wake Forest la squadra con lui in campo ha finito con il record di 48-16 (75%), partecipando due volte al torneo NCAA, finendo pure nelle Sweet Sixteen una volta. Ad ogni singolo inno nazionale nel pre-partita Chris stringe la targhetta laminata del nonno. E finito l’inno il nostro riscrive i record dell'università per punti segnati, percentuale dal campo e da 3 punti, percentuale ai liberi, assist e palle rubate.
Gli Hornets, alla quarta chiamata assoluta del Draft 2005, non se lo lasciano sfuggire. Il resto, come si suol dire, è storia.
Storia del suo anno da rookie, in cui ha vinto il titolo di Rookie dell’Anno e della prima tripla doppia registrata ma, soprattutto, è l’anno dell’uragano Kathrina. Della rilocazione da New Orleans dopo sole 3 partite giocate, a Oklahoma City e dell’impegno degli Hornets tutti di tornare nella devastata città della Louisiana il prima possibile. Del suo anno da sophomore, delle medie che salivano e delle prestazioni sempre più convincenti. Non arriva la chiamata per l’All-Star Game e così deve limitarsi a giocare nella gara dei rookies, in cui vince il titolo di MVP scodellando 12 assistenze e rubando 9 palloni. A fine gara rilascia l’intervista di rito: “Sarò un All-Star il prossimo anno”.
Detto fatto. La città di New Orleans non poteva perdersi l'All-Star Game con il suo eroe locale in campo.
La storia della cavalcata ai playoff, del trio delle meraviglie Paul-West-Chandler. Delle triple di Stojakovic. Dei lob per Tyson, dell’umiliazione rifilata a Dallas, della serie tiratissima contro gli Spurs, dei “Woooooo!” che accompagnavano ogni suo canestro scanditi dalla chiamata “C-P-3″ dello speaker.
E la storia recente di come da Los Angeles sponda Lakers è diventato, nel giro di sette giorni, il profeta dei Clippers. Di come non sia affatto casuale l’aura di rispetto che arriva adesso che gioca lui lì. Di come la più perdente cultura sportiva nello sport americano sia diventata improvvisamente una squadra da tenere sott’occhio appena la canotta col numero 3 ha preso il suo nome. La storia di come abbia vinto il suo titolo di MVP all’All-Star Game (quello vero!) di quest’anno.
Eppure ogni sera questo “nano” di un metro e ottanta riesce sempre a stupirti. Che sia con il controllo che esercita sulla partita, che sia con la glacialità con cui gioca nei secondi finali della stessa o con una finta che manda al bar il marcatore o ancora con l’affetto che dimostra verso il piccolo Chris Paul Junior (CP4 se ve lo stavate chiedendo) ad ogni pre e post partita. Se dovessi far capire con un solo fotogramma il dominio che esercita Paul sulla partita mi affiderei alla rimessa "bowling" che si fa fare ad ogni occasione. Sugli ultimi secondi del quarto in genere le squadre eseguono un'azione veloce per rimanere con più di 24 secondi sul cronometro e guadagnare un possesso extra. Con lui no.
Si fa rimettere la palla a terra. Lentissima e inesorabile l'accompagna fino all'altro lato del campo, guardandola rimbalzare e rotolare. La raccoglie solo quando vuole lui e il cronometro non scorre fino a quel momento. Nessuno si avvicina per disturbarlo, perché se ti avvicini sei inesorabilmente battuto. In genere raccoglie la palla in punta d'area, porta a spasso l'avversario e segna o fa segnare un suocompagno.
In partita parla di continuo. Con i compagni che aspettano istruzioni, con l'allenatore con cui discute del gioco da eseguire, con i massaggiatori, con gli avversari. L'unico con cui non parla mai è il suo avversario diretto. Non ha bisogno di fare "trash talk" per dimostrare la sua superiorità. E questo, a mio modesto avviso, è una cosa drammaticamente autorevole.
I Clippers sono ormai conosciuti da tutti, e da quando c’è lui sono soprannominati “Lob City”. Dategli tutti i nomi che volete, sappiamo benissimo che chi ha il pallone lì è la più forte personalità del basket NBA. Lì il padrone è Chris Paul.
I got call backs for all the colleges I wanted anddd early acceptance into a few !!!!!!!!!!!!