È una stanza, il tuo rifugio.
Un luogo spoglio di mobili e vestito di memorie.
Memorie che appartengono a qualcosa, qualcuno.
Memorie vecchie, recenti, soltanto tue, condivise e magari perse per la via, per la vita.
Una stanza dove le foto sui muri vengono appese, strappate, buttate per poi essere ricomposte con lo scotch.
Un luogo che, di giorno, con la luce del sole che si fa strada dalla finestra insieme ai rumori delle auto, può sembrare innocuo, ma che, di notte, lascia luce ai pensieri che fluttuano come polvere.
Quattro mura buie piene di silenzi, di musica, di pianti, di risate.
Come quel porta pennelli nell'angolo della scrivania accanto agli avanzi di una pizza all'ananas della sera prima, o di qualche sera fa.
“La pizza all'ananas è la mia preferita, sai?” dicevi.
“Io la odio” pensavo. Ma come potevo odiare qualcosa che amavi?
Quel porta pennelli maledetto che è ancora lì dall'ultima volta che sei venuta e dalla prima volta che te ne sei andata.
L'aveva portato lei, una mattina.
“Fai colazione da me?” era stata la domanda.
Eri convinta che vedendo qualcosa di tuo allora t'avrei pensata anche durante le tue assenze.
E ce ne sono state tante.
“Dipingere è…come volare” dicevi.
“Addormentarmi con te dopo aver fatto l'amore, è come volare” pensavo.
Ma io non sono mica come quel porta pennelli là, che lo prendi per buttarlo perché vederlo non ti piace ma che quando sei davanti al cestino pensi “e se dovesse mai tornare? ”.
No, non sono come quel porta pennelli.
Nessuno per me si è preoccupato di porsi la domanda “e se dovesse mai…?”.
Eravamo fatti di progetti, di sogni.
Gli stessi progetti che hai reso parole al vento rispondendo ai suoi messaggi.
È una stanza.
Il luogo in cui hai racchiuso tutto, tutti.
In cui hai rinchiuso te stesso.
Quelle quattro mura che sembrano ripararti da tutto e invece ti riportano a tutto.
“Io sono così perché dal passato sono scappata” ripetevi ogni sera, durante le nostre solite litigate.
E io quella frase non l'ho mai capita.
E nemmeno tu perché la tua voce tremava nel pronunciarla.
Ma come si fa a scappare da qualcosa che ti sta addosso come una leonessa intenta a rincorrere la sua preda?
Resta lì finché non ti finisce, finché non finisci.
E quando sei finito non c'è nulla che ti possa aiutare.
Nemmeno il tuo vicino ficcanaso dalle frasi fatte “sorridi alla vita, che la vita ti sorride”.
Sì, ma prima ti distrugge e poi ti lascia lì sul marciapiede, a pezzi.
Come i pezzi delle foto ridotte a brandelli.