C'era una volta una ragazza, aveva diciannove anni e grandi occhi verdi. Si chiamava Gaia, come il mito classico della madre di tutti gli dei e aveva dei capelli color amarena. Le sue labbra rosse tagliavano il viso pallido in un sorriso ma, più frequentemente, riservavano al mondo parole poco zuccherose accompagnate da smorfie di indifferenza. Non le piaceva la sua voce ma era brava a controllarla, così come tutto ciò che diceva: utilizzava la lingua in modo preciso e mai niente veniva lasciato al caso, neanche un sospiro. Al contrario non riusciva a controllare i suoi occhi che, sempre più spesso, cercavano di gridare al posto suo. Amava il blu, il rosso, le domeniche mattina in cui la luce filtra dalla tapparella, la sigaretta dopo il caffè e nuotare nel mare guardando l'acqua in superficie. Saltellava in mezzo al disordine della vita con una certa eleganza, quei balli che solo i soldati nel bel mezzo di un campo minato possono eguagliare. Ci sarebbero così tante cose da dire ancora ma la più importante è senz'altro che, la nostra Labbra di nicotina qui, soffriva di una malattia piuttosto seria che influenzava la maggior parte della sua vita: Gaia era malata di una malattia di cui, al tempo, non esistevano cure. Le mancavano i filtri protettivi dalla vita. Le capitava di leggere un fatto di cronaca, di ascoltare il notiziario la mattina alla radio, di vedere un nuovo necrologio affisso e bastava per farla piangere. Se la nostra amica qui fosse stata una "piagnona" avrebbe allagato il mondo intero in poco meno di un anno, purtroppo non lo era e quindi non riusciva a sfogarsi. Ma Gaia non piangeva mai. Non c'era una soluzione. Cercava modi e modi per rendersi meno vulnerabile ai dolori del mondo ma avrebbe voluto raccogliere tutti i pezzi e riassemblarli. Quello che preferiva era spegnere il cervello ogni tanto: si rilassava con una canna o annegava i neuroni in un Negroni, si amava leggendo libri e si buttava via con qualche scopata. Erano le uniche medicine che sembravano placarla. Le capitava di convivere con l'insonnia che le lasciava per pietà tre o quattro ore per riposare gli occhi brucianti dopo aver osservato ogni centimetro del soffitto. Ricordiamoci però che, il nostro cuore di roccia qui, era bravissima a far finta e a non chiedere mai aiuto. Organizzava le sue giornate di modo da non aver mai un minuto libero e non sentirsi pensare, in modo quasi religioso rispettava il suo voto di non cedere mai all'immaginazione. Gaia non riusciva a trovare la bellezza da nessuna parte: nemmeno in se stessa; era sempre alla ricerca di una bellezza che doveva per forza essersi nascosta da qualche parte. E scappava dalla gente per rincorrere questa felicità che la precedeva di dieci passi e in pochi momenti sembrava fermarsi ad aspettarla. Ed in credito alle persone dava una fiducia che non veniva quasi mai ripagata ma non le importava. Non le importava nemmeno di chi se ne andava: quello che ogni volta la faceva ricominciare da capo non era la speranza che quella volta sarebbe andata meglio ma la consapevolezza di avere, ancora una volta, la forza di ricominciare.