il metodo ziamaria
Ho una memoria molto precisa di un giorno alla sartoria, a casa di mia zia Maria, la sorella maggiore di mio nonno Pino. Ci passavo giornate intere in quella sartoria, che in realtà era la stanza grande della casa, che dava sul cortile di ingresso. Mia zia, sarta di esperienza, lavorava e portava avanti quella che si chiama 'mastra': maestra nel suo lavoro, insegnava il mestiere ad altre. Mia nonna Anna era una di queste: andava alla mastra da lei da quando aveva quattro anni e li' aveva conosciuto mio nonno, di undici anni piu' grande, molto prima di potere immaginare cosa fosse un marito.
La zia Maria era una donna austera e diretta, e spiegava le cose muovendo la testa e le braccia. Nonostante fosse magra e ossuta, per accompagnare le parole che valeva la pena sottolineare, usava tutto il peso del corpo. A volte rallentava con la mano quando erano parole da scandire, da memorizzare e ti guardava fisso con due occhi cerulei cosi chiari che sembravano di vetro trasparente, quasi a doppiare le due lenti enormi che aveva cucite sul viso. I vetri erano spessi con due mezzelune basse, che credo fossero i progenitori delle lenti progressive, considerato che spendeva un tempo lunghissimo piegata su un dettaglio, tra le dita e l'ago. La ricordo un tutt'uno con un meraviglioso manichino di legno e velluto grosso, su cui veniva montato il pezzo su cui si stava lavorando. Si mostrava l'abito, per commentarlo insieme con le altre sarte, imparando facendo, dettaglio per dettaglio, da una mano esperta, a una abile, fino a quella dell'ultima arrivata, in una catena sociale che permetteva a tutte di imparare, limitando il margine di errore con una protettiva staffetta generazionale, che aveva l'obiettivo comune di 'fare le cose per bene'.
Quello della sarta era un lavoro faticoso. Il lavoro di un ragno, che costruisce una tela fragile con tempo, e saliva e della cui bellezza non si gode mai personalmente. Non ricordo un vestito che non fosse nero indosso a mia zia: era rimasta vedova dello zio Tanino molto giovane, con quattro figli e un lavoro che era diventata la sua principale eredita'. Ma stiamo parlando degli anni cinquanta in un paese della Sicilia occidentale, il concetto di donna in carriera non esisteva e certo non era contemplato a quelle latitudini.
Percio' non era accettabile nemmeno per una maestra e persona rispettabile come lei che qualcuno altro le facesse le pulizie di casa. Non certo per una di rango semplice come quello a cui apparteneva. Una sera, dopo cena, mia nonna mi chiese di accompagnarla a portare alla zia qualcosa di urgente, abitava a pochi metri, non ci avremmo messo tanto. 'Mari' ciao, ancora travagghi?' mia nonna accarezzo' mia zia con queste parole, trovandola nel semi buio della sala, piegata sulle ginocchia. Ancorata con un braccio tra lo straccio bagnato e il secchio, raccoglieva con le mani sfilacci di tessuto, briciole, forse gesso che si nascondevano tra le fughe del pavimento. La voce di mia zia cambiava quando non aveva l'ago in mano 'e cu l'ava a fari sti cosi, si un puliziu iu?'. La voce diventava tremate e quasi bambina, un po' sconsolata, un po' sola e certo auto consolatoria. Mia nonna, da lavoratrice dipendente, taglio' corto con quello che doveva fare, per lasciarla finire, nel rispetto assoluto della sua fatica e con la sorellanza di chi la conosce bene.
Mi sorprese percio' come uno schiaffo ingiusto il commento che fece mentre prendendomi la mano, imboccavamo la viuzza per lasciare il cortile. 'La zia passa la pezza vagnata senza passari la scupa bonu, lu capisti?'. Chissà perché aveva tenuto cosi tanto a giustificarsi con me? Come se quello fosse stato un cattivo esempio da dimenticare: non si può passare lo straccio sopra un pavimento che non hai scopato a dovere prima! e' da 'lorde', da sporche.
L'autorevolezza della professionista non bastava se non eri prima e anche una casalinga impeccabile. Non era accettabile. Nemmeno se eri di una precisione proverbiale nel tuo lavoro, crescevi da sola quattro figli e davi lavoro ad altre donne.
Oggi ho portato mia figlia all'asilo perche' sono ammalata, ieri ero sfiancata, oggi in ripresa e ho appena finito di passare lo straccio in una una meta' del mio appartamento. Sono settimane che incrocio lo sguardo giudicante del secchio che mi ricorda che pulire per parti oggi volta che si sporca, non basta. Come non basta avere scelto un pavimento altamente lavabile e igienico, con una bambina di un anno e mezzo che fa il pesce pulitore con ogni briciola che ci trova sopra.
Mentre mi piegavo a inseguire il bastone dentro lo zoccoletto della cucina, ho portato a galla dal battiscopa ingegnosamente rientrato, una quantità enorme di briciole, semini, chicchi, e qualche carota di legno giocattolo. Allora il linoleum verde del mio appartamento e' diventato una superficie di piastrelle grosse e io sono diventata la zia Maria, la schiena dolorante, il corpo magro e le mani stanche.
Se ho archiviato come prezioso quel ricordo nella mia mente, e' perche' già allora la bambina che ero, aveva trovato troppo duro quel giudizio a cui mia nonna aveva dato voce, pur essendone essa stessa vittima. E sono riuscita non solo a perdonarmi per non stare pulendo 'per bene' ma addirittura a congratularmi con me stessa per il fatto di stare facendolo, nonostante tutto.
L'amore per la zia Maria mi ha regalato questo ricordo e la stima per lei quella per me. Liberandomi del perfezionismo con cui sono stata pasciuta ho risposto con il metodoziamaria del 'meglio fatto che perfetto': sono riuscita a organizzare il mio tempo per avere un pavimento decente, scrivere questo ricordo, e piu di tutto scrivere di lei.











