Da quasi due anni me ne vado in giro per quest’angolo di mondo sulle ruote sgangherate di una bicicletta rossa. L’ho comprata per un niente da una ragazza che abitava oltre il fiume, e tutto quello che non ho pagato a lei l’ho speso nei mesi successivi in decine di piccole riparazioni indispensabili. La prima cosa che ho fatto dopo averla presa è stata cadere sui binari del tram. Mi hanno detto che succede a tutti, che è il battesimo tumultuoso che Torino concede ai nuovi arrivati in città. Dopo, sono stata più attenta. Ho imparato che il segreto sta nell’attraversarli in perpendicolare e di colpo, senza tentennamenti, che è esattamente il contrario di come affronto i cambiamenti nella vita. Ma bisogna pur partire dalle piccole cose.
Poi, qualche settimana fa, ha iniziato a produrre un rumore tutto nuovo, un clangore traballante di pedali a scatto. All’inizio, non ho fatto altro che alzare il volume della musica nelle cuffie la mattina, e ho continuato a fendere le pozzanghere della sera prima e a lanciarmi oltre il giallo dei semafori. Quando è diventato insopportabile, mi sono rassegnata e l’ho portata per l’ennesima volta alla ciclofficina sotto casa. Ci lavora un ragazzo argentino, ed è il sudamericano più silenzioso che io abbia mai conosciuto. L’ha presa, gli ho indicato i pedali, è salito in sella ed è arrivato fino alla fine della strada. Poi è tornato, è sceso, mi ha guardata con aria sconsolata, ha scosso la testa. È grave? Gli ho chiesto. Mi ha guardata di nuovo, ha riscosso la testa, ha allargato le braccia e con le mani striate di nero mi ha detto: Es el movimiento central. Nient’altro, solo quello: el movimiento central.
Sul momento non è mi parso grave, di più. Gravissimo. Ho lasciato la bicicletta nelle sue mani tigrate e me ne sono tornata a casa piedi. I giorni successivi, quando qualcuno mi chiedeva qualcosa, il primo istinto era di rispondere: el movimiento central. Era anche divertente, all’inizio. A casa, chi avrebbe fatto la spesa? El movimiento central. In ospedale, ai pazienti che mi domandavano quale fosse il problema: el movimiento central. Ai malcapitati che osavano chiedermi indicazioni per la strada: sempre dritto, el movimiento central. Poi ho smesso, ché i miei amici non ne potevano più, ma a tratti tornavo a pensarci. E in qualche modo aveva smesso di essere un essenziale componente di bicicletta e s’era tramutato in qualche cosa di più grande e più astratto, che assomigliava a una direzione, a un sentimento. E a guardare le persone, a fissarle in treno e nelle sale d’attesa, cercavo di indovinare quale fosse il loro, di movimiento central, quale rotazione di ingranaggio perfetto le facesse alzare la mattina e poi camminare dritte senza incepparsi fino a un lavoro, a una casa, a un destino.
Io, a osservarmi dall’alto, a rimpicciolirmi minuscola in un mondo in trambusto, mi vedevo vagare sbilenca. Alla fine, ero sempre stanca. Nella stanza blu dove facevo terapia una volta a settimana mi si chiedeva perché avessi di fatto disinvestito nell’amore. Eppure, ci riversavamo a migliaia nelle piazze e insieme camminavamo. Lenti da morire, con le biciclette a mano che ci urtavano di continuo le gambe. Fiumi di piedi e pedali, da non vederne l’inizio e la fine. Ma c'erano i vecchi e c'erano i bambini, e a scorgerli mi veniva da piangere. Pensavo a tutti i nostri movimenti centrali che si sincronizzavano poco alla volta e cominciavano a girare all’unisono, arrugginiti e ostinati. Eravamo ancora corpi stanchi, e delusi, e arrabbiati, ma corpi che insieme occupavano uno spazio vuoto, e nel riempirlo lo liberavano. Mi sembrava, una preghiera vera.