Giocando.
Doug Jones
ojovivo
todays bird
Interview Vampire Daily

No title available

blake kathryn

No title available
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
KIROKAZE
YOU ARE THE REASON

❣ Chile in a Photography ❣
Color Me Curious

#extradirty

PR's Tumblrdome
RMH
cherry valley forever
h
Fai_Ryy
No title available

@theartofmadeline
seen from United States
seen from China

seen from Poland
seen from Ecuador

seen from Malaysia

seen from China

seen from Venezuela
seen from Brazil

seen from Malaysia
seen from Bangladesh
seen from United States
seen from Brazil
seen from United States

seen from India
seen from Brazil
seen from Chile
seen from France
seen from Ukraine

seen from Malaysia
seen from Türkiye
@violet-d-enfer
Giocando.
Se lever. En souriant aux yeux qui te regardent.
Last photos from my/our home. Bye.
Lucy by Ken Kelly
The drawing on my teen bedroom wall
Ritorno in piscina.
Walking in my shoes
via RedGIFs
HOW have I never thought of doing this. 😍
A bra that looks like a mask.
Petit masque
Une main belle empoignée.
peach fuzz & blanket marks, whatta booty 💫
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Après douche et morsure.
En profitant du soleil. Juste un peu
She is controlling her we-vibe vibrator while I am deep inside of her. And I love it. 🤤😻
Petits jeux innocents.
Diario del virus. Italia. 2020. È tutto un levare di scudi, da qualche giorno a questa parte, tutto un accaldarsi, tutto uno strepitare. Il virus (una specie di nuova divinità maligna), l’isolamento sociale, la “quarantena” mettono a nudo, esaltano, fanno dirompere l’umana esistenziale fragilità. E, non dimentichiamolo, anche la precarietà. Eh, buongiorno (citando, potrei dire: “graziealcazzo.”). Globale e digitale. Non il “graziealcazzo”. Privato e pubblico. No, neanche in questo caso. È quasi l’unico ospite che entra nelle nostre case di quarantenanti. Dal rigetto all’ossessione per le informazioni. E rigetto e ossessione, per quanto su due fronti opposti, tendono, allungano il prurito di parlarne o di non parlarne. Non parlarne è già un parlarne, solo non esce dal campo del pensiero autoreferenziale. Parlarne si riduce a “chiacchiera”, al “si” impersonale. Entrambi sono tentativi di esorcizzare il mostro. E la cosa è radicale. Nel senso della profondità e nel senso della estensione, della ramificazione. La precarietà dell’esistenza che espone a un arbitrio qualsiasi (da quelli visibili che cerchiamo di schivare appiccicandoci sopra maschere di varia fattura, a quelli invisibili e piccolissimi che minano silenziosamente le fondamenta fino a esplodere fragorosamente). La precarietà del corpo (con la lacerante contraddizione per cui, per un verso, il corpo è al centro dei nostri pensieri come oggetto estetico, oggetto di desiderio, oggetto sessuale, oggetto di perversione, campo di sperimentazione, abbellimento, ornamento, vergogna, negazione, esaltazione…) che si ritrova squassato nonostante l’autodichiarata onniscienza del paradigma medico-sanitario. E che infrange l’utopia nostra (quella di gestire qualcosa di intimamente nostro come il “nostro” corpo) e quella del capitale: un mondo in cui solo le merci abbiano piena libertà di oltrepassare le frontiere. Se non fosse drammatico, ci sarebbe di che ridere. La precarizzazione lavorativa, sociale, relazionale. La precarizzazione economica. Il costante disegno politico di una indefinita produzione di forme di vita precaria da governare, da controllare. Detto en passant, il terrorismo, la sua gestione. È uno degli “arbitri visibili” di cui sopra che ha cambiato il modo di vivere di molti esseri umani. Al suo posto se ne è infiltrato un altro e, una volta che l’emergenza è stata dichiarata finita, ovvero è rientrata in un paradigma di normalità, nessuno si è più ricordato il perché, il come, il quando arrivino quei cambiamenti, quelle limitazioni che attraversiamo e accettiamo come automatismi, come se fossero comportamenti atavicamente inscritti dentro di noi. La sicurezza è il dogma, la sicurezza propria diventa giudizio verso chi attua comportamenti non consoni/pericolosi, la sicurezza ci culla e fa accettare passivamente di passare per il setaccio. Si protegge la vita. Si nichilizzano le forme di vita ai margini. Si difendono delle libertà (essenzialmente quelle dei sistemi neoliberali), se ne annientano altre. L’isolamento sociale, la costrizione fanno “solo” esplodere quello che cerchiamo con ogni modo e a ogni costo (costo non solo in termini di volere/potere, psichici/fisici, economici), ma che rimane sempre acquattato in profondità. Il nostro terrore e la consapevolezza (quella sì, agghiacciante) che tutto quello che utilizziamo per mascherare l’insensato, l’abisso, il nulla che ci attendono non sono che tentativi di esorcizzazione, struggente inseguimento di un qualche palliativo, consolazioni labilissime. Solo che, in tempi di “normalità”, possiamo anche illuderci di crederci. La norma è ingannatrice e confortante. Il “terremoto” toglie la terra sotto i piedi, sradica e affossa. Perché, infine, il problema non è la mancanza di contatto umano con l’altro, non è la distanza e l’isolamento dall’altro. È il fatto che in questi ‘stati di emergenza’ siamo costretti a essere molto, troppo, vicini a noi stessi. Privati improvvisamente di tutti quei succedanei e quegli stimolanti che usiamo per dimenticare chi e cosa siamo. Impossibilitati a stordirci e frastornarci cercando di obliarci, abbandonarci e perdonarci. Anche se solo per un lasso di tempo minimo. Oh, alla fine, non ci sarebbe tutto sto problema se ci mettessimo davanti allo specchio e ce lo dicessimo almeno. E che non ci fosse bisogno di drammi e tragedie per aver presente chi e cosa siamo. Inquietante. Umleich.
DOOM Eternal - Soundtrack Behind the Scenes