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Sei felice
Stasera vi voglio raccontare una storia. E’ da un po’ che non scrivo cose lunghe su questo blog, ma forse ciò di cui voglio parlarvi necessita di essere narrato.
Quando ero più piccolo, fino agli 11-12 anni, io e la mia famiglia eravamo soliti andare in vacanza allo stesso posto, in una città sulle coste della Puglia. Ho bellissimi ricordi delle mie estati pugliesi: forse perché quei periodi furono davvero belli, o forse perché i ricordi sono sempre più dolci quando diventano ricordi.
Nel corso degli anni avevamo creato una piccola comitiva, io ed altri ragazzi. Lorenzo, Giacomo, Barbara, Teresa e… Laura. Laura, una bimba bellissima dai boccoli d’oro, un raggio di sole che illuminava anche le rare giornate nuvolose.
Come faccio a spiegare quello che ci fu fra me e Laura? Forse nulla, forse tutto. Quando sei così piccolo non riesci davvero a capire come gestire i tuoi sentimenti. Posso dirvi che Laura mi faceva vibrare il cuore, mi faceva arrossire e annullava ogni mia certezza. Sì, io a 8 anni sentivo tutto questo, ogni volta. E nel corso degli anni, avvicinandomi ad altri tipi di sentimenti, non ho comunque mai sminuito le sensazioni che quella bella bimba mi ha fatto provare, né ho intenzione di farlo mai. Cotta, attrazione, amore? Non lo so, non lo so proprio. So solo che per Laura impazzivo.
E che per Laura impazzivo lo sapevano tutti, inclusi i suoi genitori. Se sapessero che ero io, quello che ogni mattina arrivava prima di tutti in spiaggia per lasciarle un fiore sul lettino, a dire il vero non l’ho mai scoperto. Se sapessero che quella collana con i sassolini a forma di cuore, quella che la loro figlia fu così contenta di trovare e che indossava come se fosse la cosa più preziosa al mondo, in realtà l’avevo preparata io rimanendo sveglio fino alle 3 la notte precedente, a dire il vero non ne ho idea.
L’ultima volta che ho visto Laura avevamo 9 anni. Un’altra estate stava finendo. Io, lei, Giacomo e Barbara ci stavamo salutando. Mi stringeva sempre più forte rispetto agli altri, Laura. Lasciava che m’inebriassi del suo profumo e mi copriva, involontariamente, gli occhi con i suoi bellissimi capelli. A 9 anni cominciavo a pensare che forse, un giorno, fra me e questa ragazza sarebbe successo qualcosa. Forse avrei dato a lei il mio primo bacio, forse ci saremmo sposati. In fondo, avevamo o no tutte le estati della nostra vita da passare insieme?
L’anno successivo, Laura e la sua famiglia non occupavano più il solito ombrellone. Non pensai subito che non l’avrei più rivista. All’inizio pensai che, forse, suo padre non fosse riuscito ad ottenere le ferie nel periodo di sempre (lavorava ai piani alti di una grossa azienda import-export), e al massimo ci avrebbero raggiunti qualche giorno più in là.
Il finale sembra già scritto, no? Chissà perché, chissà come, Laura non è mai più tornata a trascorrere le vacanze in Puglia. Io e la mia famiglia invece sì: siamo rimasti lì per qualche altro anno, poi abbiamo cominciato ad esplorare altre zone. E così gli altri ragazzi della compagnia, con cui però siamo rimasti in contatto.
Io e la mia famiglia abbiamo tentato più volte di ritrovare i nostri compagni di ombrellone. In fondo, anche i miei genitori avevano legato molto con i suoi. Abbiamo scoperto poi, tramite amici in comune, che l’inverno precedente erano stati costretti a trasferirsi all’estremo Nord, a causa del lavoro del padre. Ecco perché il numero di telefono che ci avevano dato risultava inattivo da parecchi mesi: la loro casa non era più quella che conoscevamo.
Io l’avevo capito subito, che fra me e Laura non sarebbe mai più successo nulla. Il mio istinto me lo diceva, che non l’avrei più rivista. Che non sarebbe stata lei il mio primo bacio. Che non le avrei mai potuto dire che quella collana a forma di cuore gliel’avevo intagliata io.
Ho portato Laura nel cuore per tutta la mia adolescenza, custodendola come uno dei cimeli più preziosi che potessi avere. Ho provato a cercarla su ogni social network possibile, ma non sono mai riuscito a ritrovarla. Non che la cosa mi abbia mai stupito: non era mai stata, lei, una tipa troppo tecnologica. Quando videofonini e smartphone cominciavano a conquistare il mercato, lei mi diceva che odiava la tecnologia, e che ad un SMS avrebbe sempre preferito una lettera scritta a mano.
Ho controllato, pazientemente, la cassetta della posta ogni settimana, per circa due anni, ma Laura una lettera non me l’ha mai spedita. Nessuno ha più saputo nulla di loro, ma abbiamo sempre, con tutto il cuore, sperato che fossero felici dovunque si trovassero.
L’ho sognata, quanto l’ho sognata. L’ho immaginata cresciuta. L’ho immaginata donna, con la voce diversa, magari con un piercing. Quando ho cominciato a fumare, mi sono chiesto se anche lei stesse attraversando la fase ribelle in cui fumi per sentirti più grande, in cui vuoi scappare ma non sai dove andare, non sai da cosa fuggire. Ma io Laura non l’avrei mai più rivista, me lo sentivo. E il mio istinto raramente si sbaglia.
—
Più di dieci anni dopo, è il mio quarto mese da studente fuorisede. Ho cominciato ad abituarmi alla nuova città, alla nuova vita. Vivo da poco in una camera singola nel mio studentato, dopo aver finalmente convinto chi di dovere ad allontanarmi da quel pazzo del mio ex-coinquilino.
Il 19 gennaio sto cercando disperatamente una bilancia: ho l’aereo il giorno successivo, e il bagaglio non può assolutamente superare il peso consentito (nessuno studente fuorisede sarebbe mai felice di pagare un supplemento per la propria valigia).
In portineria, una bilancia non ce l’hanno. Gli altri che conosco, una bilancia non ce l’hanno. E così Abdel, un mio amico iraniano matricola del corso di Medicina e Chirurgia, mi suggerisce di provare a chiedere alla 315.
In ciabatte, con i capelli arruffati e le borse sotto gli occhi, il 19 gennaio busso alla stanza 315, a pochi passi dalla mia. “Ciao”, mi dice la ragazza mentre apre la porta.
Il mio cuore si ferma.
La collana vecchia di 13 anni è lì, sulla scrivania accanto al suo portatile. La scorgo in lontananza.
“Laura… mi presteresti la bilancia?”
“Metropolitana. Mi siedo vicino ad un signore anziano. Fra le mani ha un ombrello scuro col bordo di pizzo bianco. Lui guarda l'ombrello, poi mi guarda, sorride e dice: “ Lo usava sempre mia moglie. Non c'è più. Ma io sono contento quando piove perché ho la sensazione che lei mi ripari…””
— Cit.
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“Sta mattina al bar un signore seduto mi guarda e mi dice: “Giovane ma te sai cos'è l'amicizia?” Sto per rispondere e mi interrompe: “Lo vedi quel signore seduto laggiù? Quello è il mio migliore amico. Siamo nati nel ‘39, siamo nati e cresciuti insieme. Io gli ho fatto da testimone a nozze e lui l'ha fatto a me. Abbiamo comprato la terra da lavorare insieme e tutti i giorni venivamo in questo bar e prendevamo un bianchino e leggevamo le notizie. Lui me le leggeva perchè io non so leggere e io ascoltavo. Sempre insieme. Nel '78 abbiamo litigato, ce le siamo anche date e da quel giorno non ci siamo più parlati. Neanche un ciao. Beh ti dirò, dal '78, nonostante tutto, ogni giorno veniamo qui sempre alla stessa ora: ogni giorno ci vediamo, non ci salutiamo e ci sediamo in due tavolini differenti, entrambi prendiamo un bianchino. Tutti i giorni prende il giornale e legge le notizie ad alta voce. La gente pensa che sia matto. Ma lo fa per me. Dal '78.””
—
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Credo sia una delle cose più dolci che abbia mai visto
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