Antonietta: una terrona testona da Bari a Londra
Ventotto anni. Laurea in Ingegneria Edile - Architettura (che solo il nome ti fa venire il mal di testa). Centodieci e Lode. Premio nazionale per la tesi di laurea (chi l’avrebbe mai detto). Inizio a “lavorare” in uno studio di architettura piuttosto affermato (“il più affermato” della città, dicono). Collaborazioni con professionisti di tutta Italia (e non solo). Partecipazione alla stesura del piano urbanistico della città (addirittura?). Cinquanta ore di lavoro alla settimana (in media). Cinquecento euro al mese (quando al capo gli avanzano, quei cinquecento euro).
Risultato a tre anni dalla corona di alloro: non ho messo da parte un euro bucato, e soprattutto la mia crescita professionale è meno di zero.
Io ero una quelli che da Bari non se ne voleva andare. Una di quelli che al pesce crudo e alla focaccia “in gann’al mare” non ci avrebbero rinunciato per nulla al mondo. Una di quelli che a cui non interessava avere il lavoro più figo del mondo, ci bastava avere UN Lavoro, una di quelle attività in cui tu produci qualcosa per il quale ti viene riconosciuto un compenso. Una di quelli che si dicevano “Dai, vai avanti, la gavetta va fatta, all’inizio è la crescita la vera ricompensa”. Una di quelli che si dicevano “Se se ne vanno tutti da qui, chi lo sostiene questo paese?”. E così la Lady Oscar che è in te ti dà forza per andare avanti e ti ripete che devi impegnarti anche tu per migliorare le cose.
Ma, dopo tre anni in cui hai puntato i piedi, ti sei ripetuta tutti i giorni che il lavoro prima o poi paga, che il merito viene riconosciuto e che il tuo impegno servirà a qualcosa, a un certo punto arriva un momento in cui non ne puoi più.
Non ne puoi più del lavoro/volontariato, della mancanza di fiducia e di crescita, della superficialità con cui si lavora anche ad “alti” livelli.
E allora inizi a guardarti intorno, e vedi che chi è andato via è anni luce più avanti di te, anche se è partito in ritardo o se alle spalle non aveva né lodi, né premi, né riconoscimenti, e non è tanto più avanti in termini di carriera, quanto in fatto di competenze e di professionalità. E allora la testa ti si riempie di domande, e inizi a renderti conto che l’età va avanti, che tre anni sono preziosi e se ne passano altri tre così, raggiungerai i trenta con un pugno di mosche in mano.
Inizi a sentire che a trent’anni all’estero si è già Associate Director, mentre qui i tuoi colleghi di quaranta sono ancora ad elemosinare una paga regolare e un briciolo di rispetto professionale. E allora è troppo, e il rispetto per te stessa inizia a prevalere sull’amore per il tuo paese, e inizi a pensare che le cose devono cambiare, non perché vuoi stare meglio, non perché “meriti di più” come a volte ti hanno detto quando tu continuavi a dire di voler restare; ma perché ti sembra che lo schiaffo lo stai dando non tanto a quelle “qualità” che a volte ti sono state riconosciute, quanto a tutto il lavoro che non solo tu hai fatto per arrivare ad avercele, quelle qualità.
E quindi parti. Ventotto anni, una laurea in ingegneria e tre anni di esperienza.
Parti e ricominci da zero, con un master in “Progettazione Sostenibile” (ma le fanno davvero queste cose altrove?), sperando che possa esserti da trampolino di lancio per un mercato del lavoro al quale non hai niente da vendere.
Parti, e arrivi in una città fredda, dove i pomodori hanno il sapore del detersivo alla menta e dove una stanza di sei metri quadri a cinquanta minuti dall’università costa quanto un loft in centro a Milano. Certo, l’inglese lo parli bene, hai anche un certificato con un bel “Proficient” stampato su, ma poi ti rendi conto che i tuoi professori e i tuoi colleghi hanno un ventaglio di accenti diversi e incomprensibili grazie ai quali non riesci a seguire né il filo logico di una lezione né le battute e le risate tra amici.
Insomma, per un anno la tua vita è una somma di battaglie che combatti per la prima volta: combatti contro la lingua, combatti contro le deadlines, combatti contro il ritmo frenetico della città, combatti contro la fretta di iniziare a mandare curriculum e fare colpo su quel mondo del lavoro che sembra il paese dei balocchi, combatti contro la voglia di lasciar perdere tutto e tornare ad abbracciare i tuoi.
Per un anno riesci a vedere, e a vivere, solo gli aspetti negativi del cambiamento.
Vedi il cibo che fa schifo e il clima freddo e umido, ma non hai tempo di girare per ristoranti etnici e di passare una giornata al parco. Vedi la freddezza degli inglesi a lavoro e la loro falsa cortesia, ma non hai modo di esplorare la Shoreditch piena di colori e di culture. Non hai tempo di uscire, figurati se riesci a prendere uno dei mille voli che partono ogni giorno dai quattro aeroporti della città. Solo dovere, niente piacere, perché sai che un investimento così (e non solo di soldi) deve essere sfruttato fino all’ultima goccia. Per fortuna iniziano a spuntare i primi alleati: per esempio nascono nuove famiglie, come quella che mi sono ritrovata intorno dopo pochi mesi, e grazie alla quale la battaglia sembra meno invincibile.
E alla fine arriva la luce. Ancora prima di iniziare la tesi, una delle quattordici aziende che hai contattato ti risponde, e cavolo! È anche bella grossa! E ti dicono che ti offrono un contratto a tempo indeterminato DA SUBITO (siamo pazzi?), e che capiscono che hai la tesi da portare avanti per cui puoi lavorare part-time per i primi tre mesi (ma davvero??), e che capiscono anche che ambientarsi in questa città è difficile, soprattutto a livello economico, per cui prima ancora che inizi a lavorare ti offrono anche quattromila sterline di benvenuto (no, qui stiamo delirando!). E quindi dai il tutto per tutto per lo sprint finale: per tre mesi lavori e studi per finire la tesi, prendi informazioni dal lavoro e li trasferisci alla tesi, prendi informazioni dalla tesi e le applichi sul lavoro, esci ancora meno e sogni il mare, ed evochi tutti gli antenati dei tuoi amici di Bari che ti inondano di foto di aperitivi in spiaggia al tramonto. Lavori come una formica impazzita fino alla consegna, e lì, finalmente, ti sembra che si aprano le porte della gabbia e possa finalmente correre verso la libertà.
E all’improvviso è proprio così che ti senti. Libera.
Libera di gestire il tuo tempo. Libera di gestire il tuo denaro. Libera di passare del tempo libero (libero??) con i tuoi amici. E libera di lavorare producendo qualcosa di utile e di significativo. Ti senti parte di una rete in cui davvero il lavoro premia, in cui puoi orientare la tua crescita professionale nella direzione che preferisci e in cui la collaborazione a tutti i livelli porta davvero a risultati di qualità. Ti rendi conto che il tuo capo ha trentotto anni ed è Associate Director, ha una moglie, due figli, una casa di proprietà. E poi ti rendi conto che nell’azienda sono tutti come lui! Non è un’eccezione! E allora inizi a capire che ti bastano pochi anni e neanche troppo impegno per raggiungere gli stessi traguardi, e inizi a pensare che quella sia addirittura la normalità da queste parti!
Pian piano inizi a vedere cos’altro c’è, oltre ai “Can I help you?” di plastica e ai pomodori acerbi. Inizi a capire che ogni sera puoi provare un ristorante etnico diverso. Che i weekend non ti bastano per fare tutte le mille cose che vuoi e che puoi fare a Londra. Che non hai abbastanza cene e pranzi liberi per incontrare tutte le persone che hai conosciuto nell’ultimo mese. E ti rendi conto che questa parte di vita merita davvero di essere vissuta per un periodo della tua esistenza.
Ecco, per un periodo. Perché, del resto, lo so che non ce la voglio passare tutta, la vita, in questa città.
Perché per ogni cosa che amo qui, ce ne saranno sempre dieci che amo della mia città e del mio paese, e perché in fondo il mio desiderio è sempre quello di tornare e portare con me quello che di bello e di importante ho potuto imparare.
E tutte le volte che torno a Bari, per un weekend, per Natale o per l’estate, c’è sempre una malinconia ed un malessere, a cui ormai sto cercando di abituarmi ma che credo di non poter sconfiggere: perché ogni volta che torni, il desiderio di restare torna a farsi sentire, e ripensi a tutte le volte che un tuo amico inglese ti ha chiesto “Ah, ma vieni dalla Puglia??Ma è bellissima! Perché sei venuta qui?!” e tu non sai bene che rispondergli. O meglio, lo sai, ma un po’ ti vergogni a dirglielo, che il vero motivo è che nella tua città non ti hanno permesso di diventare adulta e di vivere la tua vita in maniera autonoma. Perché è un po’ come dire ai tuoi amici delle medie che non puoi uscire da sola perché papà e mamma non vogliono. Perché è solo questo ciò di cui una ragazza a trent’anni non può fare a meno: l’autonomia. La libertà di poter vivere la propria vita con indipendenza e con dignità, senza dovere niente a nessuno.
E tutte le volte che torno la mia testa è sempre un po’ da un’altra parte, lassù, a scervellarsi su come e quando potrò riconquistarmela qui, per essere adulta anche in Italia. A pensare ad altre possibilità. A cercare esempi da seguire e idee da concretizzare. A provare a inventarmi un modo per essere adulta anche qui, dove ormai essere adulti sembra addirittura un privilegio.
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