Sono stato bambino in anni in cui le notizie in casa entravano su carta, con i quotidiani, o dalla televisione, con i notiziari.
Ero in un cucina dai nonni, una mattina di aprile di trent'anni fa, e stavo facendo colazione con la TV accesa.
Era presto, sulla Rai passava la striscia informativa di Euronews.
Mentre ero alle prese con la mia routine fatta di latte e cereali, vidi un servizio su di un Paese africano, con delle immagini girate dall'alto, probabilmente da un elicottero.
Non afferravo bene quel che veniva detto ma non potrò mai dimenticare cosa veniva mostrato: un fiume che scorreva e che portava nel suo percorso dei corpi umani.
La serenità che trasmetteva l'immagine dell'acqua che lenta scivolava via era incrinata dai cadaveri di queste persone, in pose innaturali, che venivano trasportati dalla corrente.
Il me bambino stava osservando quel che restava di un massacro da Antico Testamento.
Il mondo ci mise un po' a capire cosa stesse effettivamente accadendo, ma in Ruanda bastarono poco più di cento giorni per arrivare a oltre 500.000 morti.
Come se tutti gli abitanti di Firenze e Bologna messi assieme, dal più piccolo al più grande, venissero liquidati nel volgere di tre mesi.
Uno shock per me, uno shock per tutti.
Avevamo scorto nell'abisso e avevamo ritrovato l'abisso dentro di noi.
Questo ricordo rimase sopito in me per anni, fino alla visione de "La guerra dei Mondi".
Parlo del remake di Spielberg.
Nel film, Tom Cruise cerca di mettere al riparo i suoi figli e fugge con loro verso nord, lasciandosi alle spalle una New York distrutta dai tripodi alieni.
Dopo aver guidato tutta la notte, arrivano in una zona relativamente tranquilla, fatta di case di legno, alberi e prati in cui scorre un fiume. La città In fiamme pare quasi un incubo lontano. Si riacquista un poco di serenità.
La figlia più piccola, così, si avvicina al fiume e guarda l'acqua scorrere, ne coglie i riflessi del sole, ne assorbe la serenità, fin quando non scorge una macchia nera tra le correnti.
Poi un'altra.
Poi un'altra ancora, e ancora.
Tanti morti.
Non credo che Spielberg avesse visto Euronews quella mattina di primavera del 1994, ma io sì.
Come detto, lo ricorderò per sempre.















