Poi ci sono quelli che fanno senza dire, mantengono senza promettere, ci sono senza esserci. Perché Sono, senza bisogno di sembrare.
Web

PR's Tumblrdome
Alisa U Zemlji Chuda
Sade Olutola

No title available

@theartofmadeline

pixel skylines
Lint Roller? I Barely Know Her
RMH
wallacepolsom

Product Placement
hello vonnie
trying on a metaphor
Peter Solarz
Misplaced Lens Cap
AnasAbdin
Mike Driver
DEAR READER

JBB: An Artblog!
d e v o n
No title available

seen from Netherlands

seen from Malaysia

seen from Belgium

seen from United States

seen from Netherlands

seen from Malaysia
seen from Australia
seen from United States

seen from Singapore

seen from Malaysia

seen from Singapore

seen from Netherlands

seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from United States

seen from United States
seen from France
seen from United States
seen from Georgia
@ali3natamente
Poi ci sono quelli che fanno senza dire, mantengono senza promettere, ci sono senza esserci. Perché Sono, senza bisogno di sembrare.
Web
"Se andate a parlare con i bambini dell'asilo o della prima elementare, troverete classi piene di appassionati di scienza. Fanno domande profonde. Chiedono: 'cos'è un sogno, perché abbiamo le dita dei piedi, perché la luna è rotonda, qual è il compleanno del mondo, perché l'erba è verde?' Sono domande profonde e importanti. Vengono fuori da sole. Se andate a parlare ai ragazzi dell'ultimo anno delle superiori, non c'è nulla di tutto questo. Non sono più curiosi.
Tra l'asilo e l'ultimo anno delle superiori è successo qualcosa di terribile"
(Carl Sagan, astronomo, divulgatore scientifico, scrittore, premio Pulitzer, astrochimico)
Oggi le nuvole sembrano un sommergibile, poi un coccodrillo, poi un dubbio, un criceto, una scusa, un koala. e poi missà che piove.
Perderai molte persone nel tuo cammino.
Certe lentamente, senza accorgertene.
Una telefonata in meno, un messaggio dimenticato.
Altre per scelta tua o non tua.
Alcune però ti rimarranno addosso.
Basterà una foto dimenticata tra un libro
una canzone alla radio ed ecco che te ne ricorderai.
Sorriderai.
Magari ti chiederei come stanno affrontando le loro battaglie.
Se sono felici.
E forse ti commuoverai pensando a come le avete affrontate voi insieme le battaglie.
Poserai la foto, spegnerai la radio
e di nuovo comincerai la tua giornata
cercando di scrollarti di dosso quella sensazione di
aver perso insieme a loro...
almeno un po' di te.
__Gabriel Garcia Márquez
Chi non cambia mai la propria opinione ha il dovere assoluto di essere sicuro di aver giudicato bene sin da principio.
.
[Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio]
I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di se stesso, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che affoga
in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…
II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo ore, giorni. Era quello. Solo quello.
__Mark Strand
#Bansky
…[𝗻𝗼𝗻 𝗰’𝗲̀ 𝗮𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗮𝗯𝗯𝗮𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗮𝗿𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗮𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗺𝗽𝗮𝗰𝗰𝗵𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗼.]…
__Il vizio dell’agnello - Andrea G. Pinketts
Ieri ho visto il film di Paola Cortellesi. Da poco ho finito di leggere Ragazze elettriche di Naomi Alderman, dopo aver letto un po’ di cose di Margaret Atwood. Sto approfondendo lo studio dei miti greci. Diciamo quindi che sto parecchio carica di fomento rabbioso.
Oggi appare palese che Giulia Cecchettin sia stata ammazzata da quella merda dell’ex fidanzato, definito dai più “tutto sommato un bravo ragazzo. Magari un po’ geloso ma bravo”. Si prosegue a minimizzare, a giustificare, a incolpare le donne che si permettono di andare in giro con le cosce di fuori, addirittura da sole nella notte, e che si lamentano se incontrano i lupi.
Allora, mortaccivostra, io non solo continuo ad andare in giro con le cosce da fuori di notte da sola ma mi porto un taglierino e zaccagno la gente. Perché va bene essere sempre accort*, evitare “situazioni pericolose” (poi di grazia ci fate un elenco di situazioni pericolose e situazioni normali. Magari ce lo fa l’ennesimo uomo che vuole insegnarci a vivere), ma porcodio se al prossimo commento, alla prossima occhiata laida non richiesta, alla prossima mano sulla spalla con fare paternalistico, qualcuna caccia un coltello e inizia a tagliare cazzi come fossero zucchine, voglio leggere che “comunque è una brava donna. S’era solo rotta il cazzo”.
E invece di zaccagnare apparati genitali maschili, andiamo a manifestare contro la violenza sulle donne. Ma vi rendete conto di che cazzo vuol dire questa cosa? Andare a manifestare per sollevare una questione. Una manifestazione. Una cazzo su manifestazione partecipata soltanto da chi a queste cose è già sensibile e sensibilizzato. Sfilare mentre i tassisti avvelenati per le strade bloccate fischiano e urlano che siamo tutte troie. MA IO VE SFONNO LE MACCHINE E LE CAPOCCE.
Vorrei bruciare tutto, fare un casino di dio, e ho una rabbia dentro che mi spaventa e confonde i miei pensieri di donna ultra quarantenne. Questo perché mi riporta a galla tutte le occhiate, i commenti, le mani addosso che mi hanno fatto sbroccare negli ultimi trent’anni.
Sono millenni, MILLENNI, che affossate, incatenate, picchiate, bruciate, uccidete le donne e il perché è palese, ma sto senso di inferiorità che vi scatena la violenza fatevelo curare con terapia e psicofarmaci.
LI MORTACCI VOSTRA E DI CHI VI HA EDUCATO A ESSERE LA MERDA CHE SIETE.
′′ Perché non ho a che fare con i musicisti israeliani
Beh, lascia che ti racconti una storia, un giorno c'erano due bambini che camminavano con le scarpe usurate e la gioia nei loro occhi , due bambini che sognavano di giocare un giorno per la squadra palestinese.
Sai cos'è successo? I soldati israeliani hanno colpito i loro piedi con il fuoco, non li hanno uccisi no, ma li hanno colpiti alle gambe, un bambino ha preso sette colpi, quattro di loro nel piede destro, non c'è bisogno di dirti che il sogno dei due bambini è svanito di poter camminare di nuovo.
E poi viene un musicista israeliano a dirmi che sono un civile che non c'entro niente,
Fottiti tu e la tua stupida oppressione!."
- Roger Waters / Pink Floyd...
Perché leggere Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez?
Perché te lo meriti un libro così. Perché meriti questo viaggio nella parola scritta, viaggio che ti farà sentire parte dell'umanità. Sì, perché Marquez è raccontatore magnifico di umanità.
Se vuoi perderti. Se vuoi ritrovarti. Leggi. Leggi. Leggi. Tra le sue pagine troverai frasi che imparerai quasi a memoria. Io ne ho più di una, ma una è rimasta subito impressa:
"Il grido più antico nella storia dell'umanità è il grido d'amore".
È proprio così.
Sono stata spugna. Per molti anni, quasi tutta la
giovinezza, appena incontravo qualcuno, ero spugna.
L’avevo imparato nell’infanzia. Stai lì e assorbi tutto.
Non so come, ma quando si incontra una spugna, gli
altri si sentono invitati a parlare moltissimo. Quando
poi se ne andavano, ero stanchissima e opaca, completamente
senza riflesso. Certe volte andavo a dormire
raggomitolata sotto il piumino e quando provavano
a svegliarmi mi lamentavo e mi ci avvolgevo ancora
più stretta, come in un bozzolo. Quando una volta finalmente
mi chiesero: «Ma cos’hai? Sei malata?» Risposi
solo: «Ho visto gente». E allora compresi che
era ora di finirla.
Per un po’ mi chiusi a riccio: non volevo più vedere
nessuno.
Poi, dopo anni di India, di tecniche di meditazione
e di approdo a comprendere che stare con il respiro
non è una tecnica ma una storia d’amore, mi sono
tramutata, piano piano, con lenta costruzione, in fontana.
Posso ancora ascoltare, ma solo finché c’è acqua
che scorre e la fontana non trabocca. Ma soprattutto,
la fontana è lì a disposizione, chi vuole ci va a bere e
lei non assorbe niente, scorre. Il cuore non è spugna,
è fontana.
__Chandra Candiani, Questo immenso non sapere.
Qui conosco le case ad una ad una, ogni luce del giorno e della notte, ogni curva dei monti ed ogni macchia, i colori del cielo, le nuvole di tutte le stagioni. So dove sorge il sole e da che parte solitamente si vede la luna. Qui riconosco il vento che si leva nelle notti d’inverno, la pioggia nuova della primavera, gli acquazzoni d’estate, ogni rumore della mia città e più noto di tutti, nella notte, il martello che batte solitario e mi rincuora più delle campane.
(Piera Badoni, da Felicità, che pure esisti)
La domanda più indiscreta, più insolente, più insoffribile, e la più comune anche, la più poliglotta, la più persecutoria, al telefono e faccia a faccia, la domanda che mette alla tortura chi ama la verità perché la si formula per avere in risposta una miserabilissima bugia
è: “Come stai?”
Guido Ceronetti
Molti anni fa una persona che amo molto mi disse: “Ti manca l’aria? Esci e vai a prenderla.”
Le emozioni non si vivono che attraverso il corpo e il cervello, che le traduce per noi in metafore, è un organo, esattamente come tutti gli altri.
Abbiamo spesso bisogno di perimetrare ciò che sentiamo nei contorni di un’immagine, che ci consenta di focalizzarlo e, più o meno efficacemente e rapidamente, di metabolizzarlo.
Quello che a volte dimentichiamo, però, è che l’immagine che il nostro cervello produce per descrivere la nostra condizione emotiva non è mai casuale, non è mai soltanto una metafora: è, al contrario, un’indicazione precisa, che arriva dalle esigenze reali del corpo, inteso come sistema integrato, di cui il cervello si fa messaggero.
Vedi tutto nero? Fai una passeggiata all’alba.
Ti prude la lingua? Mettila in uso e parla.
Senti sfuggire la terra sotto ai piedi? Appoggiali bene al suolo, bilànciati sul tuo baricentro.
Ti manca l’aria? Esci e vai a prenderla.
Il silenzio era una strada,
una via per tornare a me stesso.
Io ero silenzio.
Il mio respiro,
il battito del mio cuore divennero silenzio.
La mia nudità interiore
era il mio segreto.
__Tahar Ben Jelloun