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@sampei
È proprio così.
La Morte Della Mosca (2006 Digital Remastered)
Le mosche procurano noia
Se volano a schiera unita
Da sole non danno fastidio
Si schiacciano dentro due dita
Oggi è morta una mosca
Digrignando gli ultimi denti
Subendosi l'ultima beffa
Anche la morte appartiene ai potenti
IL GIORNO IN CUI L’ITALIA INVENTÒ IL FUTURO
Il 27 febbraio 1960, su un treno diretto in Svizzera, il cuore di Adriano Olivetti si fermò per sempre. Aveva 59 anni, e stava per scrivere l’ultimo capitolo della sua sfida: conquistare il mercato Usa con il computer più avanzato del pianeta. In pochi minuti, l’uomo che stava ridisegnando il volto dell’Italia scomparve. Senza autopsia né spiegazioni... Un anno dopo, Mario Chu, il genio che guidava la divisione elettronica di Olivetti, morì anche lui in un misterioso incidente sulla Milano-Torino.
Coincidenze? Quando ci sono trilioni di dollari e il dominio digitale del mondo in ballo, le coincidenze non esistono.
Perché Olivetti era così pericoloso per il sistema? Ivrea, negli anni ‘50, era il luogo più avanzato del mondo. Mentre in America e in Europa gli operai erano ridotti ad automi, Adriano costruiva stabilimenti di vetro perché i lavoratori potessero vedere le montagne. Ridusse l’orario di lavoro a parità di salario, aprì asili nido che sembravano musei, biblioteche e centri culturali dove gli operai discutevano di filosofia con i più grandi intellettuali. Dimostrava che si poteva essere ricchi, produttivi e umani allo stesso tempo. E questo dava fastidio. CIA e FBI lo tenevano d’occhio sin dal 1940. Nei loro dossier, Adriano Olivetti era descritto come un uomo pericoloso.
Alla fine degli anni ‘50, Adriano capì che il futuro era l’elettronica. E affidò a Mario Chu un compito impossibile: costruire un computer che parlasse italiano. Nel 1959, in un laboratorio segreto vicino Pisa, nacque l’ELLEA 9003. Mentre l’IBM costruiva ancora computer enormi e pieni di valvole termoioniche che si bruciavano ogni ora, l’ELLEA era interamente a transistor. Era più piccolo, dieci volte più veloce, infinitamente più potente. L’Italia, uscita distrutta dalla guerra solo 15 anni prima, era diventata la leader mondiale dell’informatica. Eravamo la Silicon Valley prima che la vera Silicon Valley fosse inventata.
Ma Adriano voleva anche diffondere la conoscenza. Voleva che il computer diventasse uno strumento per l’uomo della strada. Per produrre su scala mondiale, comprò la Underwood, gigante americano delle macchine per scrivere, e preparò l’invasione degli Usa. Fu un atto di guerra commerciale. Gli americani reagirono, ma il colpo più duro non arrivò da Washington: arrivò da casa nostra. La grande finanza italiana, guidata da Mediobanca, decise che Olivetti andava fermato. E gli chiusero i rubinetti del credito.
Poi, la morte di Adriano, e di Chu. L’azienda restò senza guida. Entrò in scena il cosiddetto “gruppo di intervento” – un consorzio di banche e aziende, tra cui la Fiat, che dichiarò di voler salvare la Olivetti, ma il vero obiettivo era lo smembramento. Valletta, presidente della Fiat, pronunciò una frase agghiacciante: “La divisione elettronica è un cancro che va estirpato”. E così fu: tutta la divisione elettronica fu venduta alla General Electric per una cifra ridicola. Regalammo agli Usa 30 anni di ricerca, brevetti e segreti tecnici.
Ma gli ingegneri di Ivrea non si arresero. Un piccolo gruppo, guidato da Pier Giorgio Perotto, continuò a lavorare in clandestinità, nascondendo i prototipi quando arrivarono i nuovi padroni americani. Nel 1965 presentarono a New York la Programma 101, il primo PC della storia: memoria su scheda magnetica, linguaggio di programmazione, stampante integrata. 20 anni avanti a qualsiasi cosa esistente. La NASA ne comprò decine di esemplari: l’uomo è andato nello spazio grazie alla tecnologia italiana. E Hewlett-Packard pagò 900.000 dollari di royalty alla Olivetti per aver copiato quell’architettura.
Oggi di quell’impero restano stabilimenti dismessi e brevetti perduti. Ma la lezione è immortale. L’innovazione è coraggio. Il capitale umano è l’unico vero asset. Chi crea valore deve difendersi da chi vuole solo potere. Siamo stati i primi. Possiamo tornare a esserlo. Ma dobbiamo ricordare cosa abbiamo perso – e perché.
Fonte: Architetti Del Denaro
Christophe Vorlet, Urban Development
OGNI LUGLIO E QUELLI CHE NON HANNO ANCORA CAPITO NULLA (Da far leggere a forza a tanti che commentano inutilmente su Carlo Giuliani ogni maledetto 20 Luglio)
Il 20 luglio è sempre quel giorno dell'anno in cui gente che vuole la “remigrazione”(adesso la chiamano così..), augura camere a gas e invoca bombardamenti, viene a spiegarci che Carlo Giuliani era un violento.
Allora, come ogni anno, io ci riprovo: ecco come sono andate davvero le cose (piccolo reminder per coglionazzi: informarsi prima di parlare aiuta sempre).
Ogni anno è la stessa storia: mentre parenti, amici e tante altre persone piangono Carlo Giuliani, un branco di idioti inizia a profanare ogni post in suo ricordo: "aveva un estintore in mano!", urlano. "Stava per uccidere un poliziotto". "Se l'è cercata!".
A parte il fatto che Carlo non stava per uccidere nessuno (tornerò su questo, promesso), ciò che forse sfugge a queste persone è che nel giorno della sua morte moltissima gente che manifestava a volto scoperto e disarmata è stata massacrata a manganellate, calci e pugni, è stata pestata a sangue in strada e poi in una scuola, tirata fuori dagli ospedali, alcuni con fratture e ferite gravi, e pestata di nuovo, privata dei più elementari diritti umani, violata in ogni modo.
Forse voi finti gandhiani che parlate della violenza di sollevare un estintore vuoto, per tirarlo contro una macchina che dieci secondi prima ha tentato di investirvi, e dalla quale sul retro spunta una pistola puntata contro le persone attorno, non avete mai visto il ragazzino preso a calci in faccia da un gruppo di poliziotti capitanati da Perugini, numero due della Digos: un minorenne ridotto a una maschera di sangue, con un occhio che sembra esplodere (purtroppo FB censura queste immagini che potete però facilmente trovare su Google).
Forse non sapete che tentarono di incriminarlo per "resistenza a pubblico ufficiale e lesioni".
Forse non avete visto in mille video le donne in fuga dagli scontri accolte a manganellate dalle forze dell'ordine.
Non avete visto, non avete sentito, la poliziotta che di fronte al cadavere di Giuliani esulta dicendo "uno a zero per noi" e "speriamo che muoiano tutti".
Non avete visto la gente ferma, seduta in terra, le mani alzate, gente di ogni età, che viene picchiata per ore da gruppi di esaltati in divisa.
Forse non avete mai visto le immagini di quel padre che viene manganellato mentre tenta di proteggere suo figlio.
Forse ogni volta che parlate di quell'estintore pensate che Carlo Giuliani lo abbia preso così, uscendo dal salotto di casa sua già col passamontagna calato, per il gusto di andarlo a tirare a Placanica.
Forse non avete visto tutto ciò che in quei giorni è accaduto PRIMA che Carlo prendesse in mano l'estintore, non avete visto ciò che avrebbe fatto sollevare quell'estintore a migliaia, milioni di persone, non avete visto i caroselli delle camionette che inseguivano la gente fin sui marciapiedi, che acceleravano per investire i manifestanti, non avete visto ragazzi e ragazze intrappolati in un imbuto, picchiati senza alcun motivo per due ore, senza alcuna via d’uscita.
Non sapete tutto questo, non conoscete tutto questo, e allora quel gesto di Giuliani vi pare così illegale, così forte da meritare - abbiate il coraggio di chiamarla col suo nome - un'esecuzione.
Perché certo, siete tutti molto bravi a parlare delle scelte di Carlo Giuliani mentre nessuno manganella i vostri amici o tenta di schiacciarli con un blindato.
Tutti bravi coi vostri distinguo, però incredibilmente fate una gran fatica a essere un ragazzo di 23 anni che reagisce alla mattanza dei suoi amici.
Non dico a essere proprio lui, col passamontagna e l'estintore, perché certo, voi siete tutti non violenti e pacifici e quindi ok, presumiamo che in quella situazione avreste reagito come un monaco tibetano in meditazione.
Ma se provaste almeno a calarvi in quel contesto, allora capireste subito cosa porta Carlo davanti alla pistola di Placanica, e chi dei due è l'assassino.
Sarebbe il minimo che dovreste fare, per poter parlare di Piazza Alimonda. Ma no. Figuriamoci.
“Io non l’avrei mai fatto”, ripetete ogni anno, dal divano di casa o dal tavolino di un bar, sorseggiando un Campari.
Ma ecco, se vi trovaste in una bolgia con le autoblindo che cercano di investire i vostri amici e le vostre amiche, tra le cariche indiscriminate, gli occhi e la gola in fiamme per i gas urticanti usati contro gente inerme, poliziotti che lanciano pietre contro il corteo rischiando di uccidere qualcuno, magari questo amabile distinguo pronunciato con 60 pulsazioni al minuto e tutta la sicumera del mondo potrebbe non essere la prima cosa che vi passa per la mente.
E poi c’è sempre quel piccolo particolare che vi sfugge: forse non vi siete mai accorti che l’estintore Carlo lo prende DOPO che Placanica ha già puntato la pistola contro un altro ragazzo. Dopo, non prima (vi aiuto con questa foto, finalmente dopo più di due decenni potete farcela {*foto in fondo}).
Carlo non “se l’è cercata”, come dite voi.
Non ha avuto “quel che meritava”.
"Ma lo sta lanciando, sta per uccidere un poliziotto!" No, non è vero. Vi sbagliate di grosso. Vi aiuto di nuovo. Guardate qui: (http://www.avvelenata.it/g8/carlo4b.jpg).
Visto? Bene, adesso che avete la giusta prospettiva potete capire questo: Carlo sta lanciando l'estintore (vuoto, quindi del peso di 3-5 chili al massimo) da una certa distanza.
Non ucciderebbe nemmeno un cane di piccola taglia, in quel modo, in venti tentativi.
Ma lo so, parlate così perché non conoscete la storia di quei giorni, perché non avete capito, nemmeno dopo tanti anni, cosa è successo durante quel G8, quali orrori hanno spinto Amnesty International a definire gli abusi di Genova “la più grave violazione dei diritti umani in un paese democratico dal dopoguerra”.
Forse non avete visto, non sapete, che dopo averlo ucciso i carabinieri hanno "lavorato" il corpo di Carlo con una pietra, per dare la colpa della sua morte ai "comunisti" che manifestavano con lui.
Forse non avete mai visto, non avete mai sentito, il poliziotto che urlava "sei stato tu" a un manifestante che passava di lì. Forse non l'avete mai sentito ruggire "sei stato tu, col tuo sasso!", e cercare di arrestarlo per dare a lui la colpa e insabbiare tutto (fortunatamente per lui, il ragazzo correva molto velocemente).
Forse non sapete cosa è successo alla Diaz, dove un reparto della polizia ha massacrato gente inerme che dormiva, sfigurato donne, anziani, e ha quasi ucciso Mark Covell, un giornalista inglese, fratturandogli sei costole, perforandogli un polmone, spaccandogli la mano sinistra, polverizzandogli i denti, e lasciandolo a terra senza battito cardiaco (Mark ha avuto bisogno di una trasfusione di un litro e mezzo di sangue e non ha mai recuperato del tutto).
Forse non avete mai saputo di tutte le persone orrendamente torturate in quella scuola, non avete mai sentito della schiuma d'estintore spruzzata nelle ferite aperte di uno studente tedesco, non avete mai letto del poliziotto che ha strofinato il suo cazzo sul viso di una ragazza gravemente ferita.
Forse non sapete, fingete di non aver mai saputo, delle due bottiglie molotov portate a posteriori nella scuola dalla polizia, prove artefatte che non hanno impedito a quegli agenti di fare brillanti carriere negli anni a venire.
Forse non sapete cosa è successo a Bolzaneto, a gente che non aveva con sé alcun estintore e nonostante questo è scomparsa per ore nel vuoto giuridico di una caserma, è stata seviziata, abusata.
Non sapete di quella ragazza cui sono stati strappati i piercing, delle sigarette spente sui corpi degli arrestati, non avete sentito raccontare di quei ragazzi costretti a stare per ore e ore su un piede solo.
Non sapete che uno di loro aveva una gamba artificiale e non riusciva a resistere, ed è svenuto.
Non sapete che i poliziotti per punirlo gli hanno spruzzato spray al peperoncino direttamente negli occhi, e lo hanno picchiato ancor più ferocemente.
Probabilmente non sapete di quei ragazzi costretti a cantare "faccetta nera", non sapete di quei ragazzi le cui teste venivano sbattute violentemente contro il muro, di quei ragazzi immobilizzati e presi a calci nei genitali, di quei ragazzi cui veniva vietato persino di andare in bagno, e finivano per defecarsi nei pantaloni.
Voi non sapete del ragazzo a cui sono state divaricate le dita fino a romperle, scarnificarle strappando la pelle, che è stata poi ricucita senza anestesia.
Non sapete della ragazza costretta a infilare la testa nel buco del cesso alla turca, mentre la minacciavano di stupro con un manganello.
Voi non avete visto, non avete sentito gli agenti di Bolzaneto che cantavano: “uno, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, a morte gli ebrei”.
E però, se non avete visto, se non avete sentito, se non sapete, uno si domanda pure: ma perché cazzo parlate, con che diritto parlate? Con che stomaco andate sulle bacheche di chi piange Carlo Giuliani, e gli rompete i coglioni?
Quale forza perversa vi spinge a venire a violare il nostro lutto, a profanarlo?
Ma che razza di persone siete?
#G8Genova#CarloGiuliani
Cheyenne Rebelde
Dino Battaglia
Crede nel merito ma soprattutto nello champagne: l’ex consigliera regionale nonché vicesegretaria della Lega in Abruzzo Sabrina Bocchino, da poco salita sul carro di Futuro Nazionale, ha “ritrovato l’entusiasmo”. Dopo dieci anni con Salvini, tre giorni fa a Vasto il suo debutto – spumeggiante – al fianco del generale Roberto Vannacci non è passato inosservato. […]
#armi #vendetta #legittimadifesa
La vignetta del 2019 per @ilmanifesto