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Azalea garden in autumn colors at Ankoku-ji temple, Hyogo, Japan. Photography by hirotie on photohito
Pixel post dividers for everyone! It's not much, but feel free to use them if you'd like. I don't know the ideal size for these, so let me know if they're too tall. I can make them a bit shorter next time.
Ginza Sugiura Hisui, Dog barking at the Moon
The above is a video shared by smrchildsadness on Twitter, showing a person participating in a pride parade exchanging a pride flag with a person standing on his (am using his pronoun based on the TikToks/Tweets of what happened) doorway who had a Portuguese flag. There are sounds of cheers and crying and the two people hug each other as they exchange the flags. The man at the doorway then waved kisses to the crowd within the pride parade.
The Tweet says: "NO YOU DONT UNDERSTAND HE WAS WAVING THE PORTUGUESE FLAG BECAUSE HE DIDN'T HAVE A PRIDE FLAG AND THEY TRADED FLAGS AND HE'S SO EMOTIONAL TO GET HIS OWN PRIDE FLAG I'M EMOTIONALLY RUINED"
For context, apparently they were worried that maybe he's a nationalist because he was waving the Portuguese flag and some nationalists opposing the pride march were waving that flag. But upon interacting with him, it turns out he didn't have have a pride flag and he wanted to wave *a* flag in support of the pride march. So they had an exchange and now he has his own pride flag 😭🥹.
The image above is a Tweet by kunwara_ladkaa that says "I'm crying so much right now (Image taken by Manuel Fernando Araújo/Lusa)". The image shows the same man from the pride parade crying as he hugs his new pride flag.
The above image is a Tweet by dudz_zZzz that says "ainda não parei de pensar nele," which according to Google translate from Portuguese to English is "I still haven't stopped thinking about him." The image is a drawing of the person from the pride parade, crying as he hugs his new pride flag.
Posts were made on July 1, 2024.
One of the most joyful moments of 2024 during a Pride Parade in Portugal.
mark watney vs. ryland grace
The Martian (2015) dir. Ridley Scott // Project Hail Mary (2026) dir. Phil Lord & Christopher Miller
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I have had a lot of evil people say to me that nothing taste as good as skinny feels and every time im like no im pretty sure food tastes really super good actually
my most toxic trait is i fucking love work gossip. i play neutral not to be the bigger person or take the high road but to hear slander and hearsay from every side. two coworkers complained about each other to me in the same afternoon and i nearly blacked out from the rush
The Pitt + Text Posts (7/?)
+ bonus:
Pacific Surf Takes Center Stage in Craig Hubbard’s Dreamy Photos
Chocolate Peanut Butter Chip Cookies
Paola Cortellesi ha celebrato gli 80 anni della Repubblica.
E lo ha fatto pronunciando e celebrando alcuni nomi.
"Ottant'anni fa nasceva la Repubblica Italiana.
Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza, Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, un gesto semplice e insieme rivoluzionario. Dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto.
E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.
Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e il 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra monarchia e repubblica e all'elezione dell'assemblea costituente.
Finalmente, almeno lì dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro. Prima di quel momento la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un'idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte anche per legge a un unico ruolo considerato naturale: moglie, madre, custode del focolare.
La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto di limitazione dell'autonomia femminile. Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo, come filosofia e storia nei licei.
L'istruzione di bambini e ragazze fu orientata verso lavori donneschi, ovvero mansioni domestiche. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi, avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.
In questi passaggi del volume "Politica della famiglia" del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: "La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia".
E ancora: "Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile".
In sintesi è: vengono a rubarci il lavoro. Questo concetto, devo dire, va ancora fortissimo. È un jolly da giocarsi a seconda delle categorie. Allora erano le donne.
Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza, ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi. In un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram, ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.
Adottarono un nome di battaglia, come misura di sicurezza per sé e per i compagni, e si unirono alle circa 300.000 persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.
Teresa Vergalli, nome di battaglia Annuska, staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce e una piccola rivoltella nel reggipetto per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei naz*sti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra girò per le campagne con il facsimile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.
Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all'impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.
Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata e uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente perché tutti vedessero qual era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.
Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Molte di quelle ragazze erano adolescenti, non avevano ancora il diritto di lavoro, ma stavano già scegliendo il futuro dell'Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale. Il carcere, la tortura, la morte.
Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell'assemblea costituente. Nilde Iotti, che aveva partecipato alla resistenza nei gruppi di difesa della donna, divenne una delle 21 donne costituenti e anni dopo la prima presidente della Camera.
Teresa Mattei, partigiana a 20 anni, contribuì alla scrittura dell'articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Ma accanto a queste figure straordinarie c'era la moltitudine silenziosa delle donne comuni, quelle piegate dal lavoro fin dall'infanzia, indottrinate alla sottomissione, destinate nei casi migliori a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame, sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra.
Insomma: quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate. Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine, non più soltanto madri o mogli, ma persone. Titolari di una volontà politica e di diritti, essere convocate attraverso il voto a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo.
Si saranno percepite come gocce nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?
La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni: "Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un'autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d'esame. Ripassiamo mentalmente la lezione, quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d'amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari".
Da pari. Con quel gesto nasceva la promessa di una repubblica fondata sulla dignità e sull'uguaglianza.
La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.
Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall'obbedienza imposta.
L'effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute.
Dobbiamo lavorarci.
Dico "dobbiamo" perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte. Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare. E quel diritto conquistato 80 anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.
Oggi, festeggiare gli 80 anni della Repubblica Serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia, che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci ogni giorno a meritarla.
Irma Bandiera, prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: "Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa".
Quelli dopo di lei siamo noi".