08/100 loVe letters
Solo chi veglia ha la certezza della notte. In questo ultimo quarto di luna, nell’oscurità della mia, solo e sempre Te, e quella tua pelle d’ambra baltica che urla nuda nei coni d’ombra della mia mente. Nell’esistenza che conduciamo, mi chiedo se sia mai possibile un paradiso fatto di una qualche intimità con l’inferno. Quando il buio ti allontana e non posso averti, evoco sempre i tuoi occhi, la tua voce, il tuo culo, creo un incantamento, un sabba di pensieri per riportare in me la tua presenza, quell’intelligenza furiosa della tua femminilità, quel disvelamento del tuo essere donna totale che fa ergere ogni mio pensiero e carne. Tutte le stelle sono qui stanotte, nella grammatica struggente delle tue carezze, nell’assedio feroce dei tuoi occhi di valanga, nella mia voglia di leccarti tutto il corpo e riposare poi all’ombra del tuo orgasmo più stremato, in questo universo che sei Tu e che mai si riduce. Nel momento in cui ti sei tolta le mutande hai fatto il vuoto tra me e la morte. Quella stessa morte che la tua bocca ogni volta ruba dal mio sesso assieme a tutto il mio disordine, con quella tua lingua che vive ormai con la mia nella pratica di un abisso comune, un’imboscata di baci e saliva dove i nostri occhi ci pèrdono e si ritrovano, si pèrdono e ci ritrovano al di là di ogni cosa mentre le nostre labbra si nutrono gioiose col bisogno di fare a meno delle parole. Ogni volta vorrei dire tutto. Ma evocare la totalità di un amore così non è cosa facile da spiegare compiutamente; non esistono parole degne di Te e della tua bellezza, sei un assedio di luce che potrei ritrarti come un diamante che ha preso possesso di ogni me in un istante. Ogni giorno che passa sei un pieno che si fa sempre più vuoto intollerabile, e la bellezza senza fondo del tuo tutto me lo insegna ogni volta che non ti ho qui con me. Ormai solo il vangelo della tua fica mi mette sugli attenti, quella tua fessura d’argento vivo per cui mi batte forte il cuore, vinto come sono fino al parossismo da quell’incredibile turgore che t’appartiene, apoteosi di tutto il femmineo e di ogni consistenza carnale. Non c'è notte che non santifichi l'ardore del tuo essere assoluta, amarti è un sanguinamento feroce e indefesso che mi strazia di desiderio ogni volta che nel buio tocco i tuoi pensieri ancora caldi che mi hai appena lasciato. E subito mi ritrovo tra le gambe il sesso di ogni cosa, quello di una fiducia che si fa urgenza e sconfinamento tra me e te. Vorrei sentissi il suono che fa il mio sangue quando dico ti amo, per quanto fomenti ardori ai quattro angoli del mio corpo mentre ti profano la bocca fino all’ipossia, per liberare ogni tua parola d’amore infinito. Distesa nel tuo letto, vorrei ora tenerti tutta tra le mie mani e percorrere in lungo e in largo codeste cosce, scrivere poi interi capitoli con la lingua su codesto ventre materno e in quel tuo sorriso verticale ammantato di nero, fino a che non mi vieni in bocca, e riconoscerlo subito nel mio sapore. La mia notte avanza, ed io muoio ancora nell’empiricità di questa carne illetterata che niente e nessuno distoglie dalla natura primordiale del sangue che la riempie quando ti penso. Sognami, Amore mio, sottomesso al tuo tutto e padrone di ogni Te. E credimi sempre tuo














