Eppure non conosco nulla di più pesante di un vuoto che ho.
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Eppure non conosco nulla di più pesante di un vuoto che ho.
Torno sempre così, con un pensiero sporadico che mi preme comunicare solo nel mio ripostiglio più sicuro: voi.
Oggi ho letto una frase de "Il Grande Gatsby" che mi ha fatto molto riflettere:
"È sempre triste guardare con occhi nuovi le cose su cui hai già speso le tue capacità di adattamento."
Pensateci. Quanto è faticoso?
Il nostro sguardo è in costante osservazione, sempre pronto a rivoluzionare, evolvere, modificare, deformare tutto ciò che abbiamo già visto. Proviamo a essere bravi a conservare i nostri ricordi, cercando di mantenerli sempre nella versione per noi più veritiera (che di base è già assolutamente deformata). Ma poi arriva qualcosa che ci obbliga a rivedere tutto. E questo implica smuovere di nuovo tutte le emozioni e le sensazioni legate a quel ricordo, a quella situazione, rivivendo i nostri dolori, danneggiando ulteriormente la nostra sensibile, esausta, mente. Per non parlare del cuore, pieno di ferite, crepe e buche che riempiamo con spiragli di quella che noi tutti chiamiamo felicità.
Vedere quella che è sempre stata la mia casa da che ne ho ricordo piena di scatoloni non è semplice. Mi vedo piccolissima, nella stanza condivisa con mia sorella, a cercare angoli nei quali replicare "il nascondiglio perfetto" che quella bambina in quel film ha in una parte della casa. Mi ricordo mentre capivo che una stringa di lettere forma una parola e, con mia mamma, leggevo le mie prime pagine, avviando l'amore per la lettura e divenendo irriverente nei confronti delle tabelline. Mi vedo a coccolare il mio gatto, che per sempre rimarrà tatuato sulla mia pelle e sulla mia anima, con i suoi grandi occhi color kiwi e quelle particolari e bellissime striature, che mi faranno sempre pensare che fosse parente di qualche grande felino. Penso con commozione al giorno in cui l'abbiamo portato a casa, ma mi torna in mente anche quello in cui i genitori di mio padre l'hanno trattato come un selvatico pericoloso. Ma penso anche a quando i miei zii sono venuti, stanchi e appesantiti, a visitarci perché volevamo vedessero i cambiamenti che, durante il covid, abbiamo fatto, la nuova pittura, le nuove disposizioni. Ed è in quella cucina che ho preparato il tiramisù che ho portato a mio zio - che da lì a poco avrebbe ricevuto una brutta notizia - che lo avrebbe raccontato a tutti come il tiramisù più buono mai mangiato, che aveva cucinato sua nipote. Sempre lì ho pianto per i primi crampi allo stomaco di quello che credevo fosse l'amore della mia vita. Lì ho riso e guardato film con la mia migliore amica, ma ho anche spettegolato e scambiato confidenze con quella che pensavo fosse una persona importante trattata come l'oro, e che poi si è rivelata - in una maniera così vigliacca che al solo pensiero mi vengono i conati - il peggio.
In quella casa ci sono cresciuta, non l'ho mai odiata anche quando ne avevo motivo. Ora ogni crepa e ogni difetto, che prima pensavo la valorizzassero - come quando si compra dagli artigiani e ti dicono che qualsiasi imperfezione rende particolare e unico quel prodotto - mi devastano il cuore, perché li percepisco come una sua reazione. La casa soffre. Casa è un concetto, come poeticamente ricordiamo tutti, e possiamo riconoscerla certamente in una persona. Ma casa è anche quello che è: un luogo, uno spazio, un ambiente. Un posto che ci riempie di familiarità e un posto che si sporca quando lo trascuriamo, che si svuota quando lo abbandoniamo, che si ammacca se lo trattiamo male. Ed è quello che sta succedendo alla mia casa. Che è in vendita, perché quel nido che ha accolto nel febbraio del 2001 non è più una famiglia. O meglio, lo è eccome, ma con un uomo che non è più un padre.
E qui sì che i miei occhi si riadattano, capiscono che quella trasformazione visiva è necessaria e che è giusto che la mia capacità di adattamento capisca che una determinata visione non può essere per sempre.
La mia casa rimarrà per sempre mia, anche quando ad abitarla sarà una coppia di giovani che iniziano una vita insieme o un'anziana che vuole abitare vicino alla figlia che lavora in ospedale. Sarà sempre mia perché i muri, le porte, i pavimenti, le pareti, sanno tutto. Sono discreti, non lo danno a vedere e se lo tengono per sé, ma loro conoscono le risate più rumorose, i lutti che ho elaborato, la voglia di andarmene e la felicità di tornare, gli abbracci più stretti, i miagolii insistenti, i pianti notturni, le conquiste più cercate e le scelte più complicate. Ma la mia casa non devo ricordarla per forza com'era prima, devo accettare che ora sia più vuota, più incasinata e più distaccata. Perché lo sono anche io. E, come per lei, verrà anche il mio tempo nuovo. Saremo entrambe popolate, riempite, trasformate. Ma, di soppiatto, quando ne avremo occasione, ci guarderemo timidamente, per scambiarci uno sguardo di chi si capisce, di chi si manca ma non si dispera.
Ciao ragazzə! Come state? Ne è passato di tempo da quando ci facevamo compagnia a vicenda. Mi mancate molto.
Se qualcunə di voi è di Milano, o in provincia, o dintorni e avrebbe piacere a prenderci un caffè insieme, fare una passeggiata, andare a una mostra, mi contatta per piacere? Così ci organizziamo, mi farebbe un immenso piacere 💜
🦇 Starry Night x Halloween by Aja Trier 🦇
Io, questa cosa che ci consentite di sentirci feriti solo se fate cose eclatanti, non la capisco proprio. Non è che dovete per forza essere mariti che sprecano soldi giocando d’azzardo, essere fidanzati che ci picchiano, essere amiche che ci parlano male dietro non appena giriamo l'angolo, essere sorelle che ci rubano il ragazzo. Il fatto di non fare determinate cose non vi concede di farne altre, considerate tendenzialmente di minor gravità e spessore: il cuore è il mio, non ne esiste uno per tutti, con gli stessi sentimenti, le stesse emozioni, gli stessi cerotti, le stesse pugnalate. E se non rientrate in queste categorie di “colpe estreme”, non significa che ci rispettate o che ci dimostrate il bene, l’affetto, l’amore. Mi spiace dirvelo, ma io posso sentirmi offesa per quello che voglio: un messaggio a cui non rispondete, un piccolo gesto che scegliete di non compiere, un compleanno dimenticato, una chiamata che non arriva, un tono che mi fa sentire umiliata, una parola pronunciata che da sempre vi ho pregato di non dirmi mai. Il dolore è soggettivo, e la cosa che differenzia le persone che mi tengo accanto da tutti gli altri è proprio questa: voi mi conoscete e, oltre a ciò che per civiltà ed educazione non si dovrebbe fare, sapete cosa più mi fa soffrire, cosa mi delude, cosa non mi fa dormire, cosa mi fa piangere, affondare, sanguinare. Quindi, ho tutto il diritto di sentirmi ferita quando, perché e, soprattutto, come voglio.
Ciao ragazzə! Come state? Ne è passato di tempo da quando ci facevamo compagnia a vicenda. Mi mancate molto.
Se qualcunə di voi è di Milano, o in provincia, o dintorni e avrebbe piacere a prenderci un caffè insieme, fare una passeggiata, andare a una mostra, mi contatta per piacere? Così ci organizziamo, mi farebbe un immenso piacere 💜
Era da un po' che non mi sentivo così, talmente fragile da essere piena di crepe che si allargano sempre di più. Che sembra impossibile possano ancora stare insieme, quei cocci.
Il periodo della sessione è sempre così, mette in crisi qualsiasi cosa io abbia sotto mano, anche le cose più solide. Gli esami per me sono la prova che ho di dimostrare a me stessa, che è quello che sinceramente mi importa, che posso farcela. Che non sono così male. Ma la sensazione che li anticipa, come spiegarla? Provo delle fitte così forti e ho dei complessi ingestibili, piango se mi dici "scema" e vedo ogni problema come irrisolvibile.
E mi faccio schifo. Tutto diventa brutto di me, la mia incapacità di riuscire a concentrarmi diventa l'incapacità di tutto. Improvvisamente i ricordi di quello che ho saputo affrontare in passato diventano sbiaditi, forse rimembro male. Probabilmente quella cosa l'ho superata per merito di qualcun altro, o addirittura ho una versione modificata adesso, non è possibile sia andata cosi.
Scusate se sono tornata dopo tanto così, con un pensiero brutto. Però è come mi sento, e nessuno meglio di voi e di tumblr ha sempre saputo accogliere le mie paranoie con quella delicata comprensione.
si vede che sono di nuovo in sessione? No perché sottoscrivo di nuovo tutto
ghosting everyone because i think i’m annoying
me @ myself: why are u like this?
moon above earth beneath
Ph. Kitten
“Io amavo Ada! Non sapevo ancora se quel verbo fosse proprio e continuai l'analisi. […] Io la volevo tutta e tutto volevo da lei. Finì col conchiudere che il verbo fosse proprio quello: Io amavo Ada.”
— Italo Svevo; ‘La coscienza di Zeno’ (via bimbadentro)
“-Chissà se l'amo? È un dubbio che m'accompagnò per tutta la vita e oggidì posso pensare che l'amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.”
— Italo Svevo; ‘La coscienza di Zeno’ (via bimbadentro)
‘through her window’, yah yah scholfield, 2021
digital collage
posso camuffarmi da vincente, ma alla fine fallisco, fallisco sempre