natale di una decina d’anni fa, a casa di mio zio. mio cugino (che era sulla sua strada verso i 30) e suo padre iniziano a discutere sullo stato dei problemi in Italia. mio zio allora si secca e risponde: d’accordo L., ma abbiamo analizzato questi problemi, io, te e gli altri, sino alla nausea. non c’è più tempo per le analisi, ora è il tempo di trovare delle soluzioni. ecco un principio chiave del mio modo di riflettere.
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ho un rapporto ambiguo con le strutture di potere. a livello teorico: mi piacciono, mi affascinano, mi spaventano; a livello emotivo: ho bisogno di loro, ma voglio vivere senza di loro. questo perché mi proteggono ma al tempo stesso mi limitano, pongono delle restrizioni che tagliano non solo la mia libertà in generale ma anche la mia possibilità di accedere ai punti focali della (mia) esistenza. and so on, tutto il mio blog è una lunga critica alle strutture di potere, c’è abbastanza critica, convenzionale e non. allora: come risolvere questo problema? stanotte leggevo un famoso manifesto hacker e ho proiettato il me adolescente e post-adolescente in quella lettura: come l’avrei presa diversamente. stanotte, invece, conscio dei miei limiti e delle mie qualità, conscio del mio codice morale (se codice è la parola che dobbiamo usare) e della mia sensibilità, mi sono trovato d’accordo con gran parte del testo, il quale non è, come scrive nell’introduzione l’autore, un gesto di autorità perché chiunque può scrivere il proprio hacker manifesto, ma dal momento che gran parte degli hacker sono cool con quello:... io però non sono cool con quello, e non perché io mi definisca un hacker, e neanche perché non mi piacciano gli hacker. non ero cool col testo perché insisteva sulla necessità di opporsi alle autorità (in modo legittimo, ma la legittimità è fondata dall’autorità:...) perché gli hacker sono sostanzialmente free minds o anche minds for freedom. però: come capire se si è un hacker? diceva: 1) sei molto pratico con le macchine; 2) ti riconosci in questo manifesto; 3) un hacker “ben riconosciuto” ti ha chiamato hacker. il punto 1 lo trovo ragionevole, il punto 2 mi spinge alla smorfia, il punto 3 è l’orrendo perché istituisce ancora una volta una forma di autorità seppure fluida. è sempre qualcun altro a prendere la decisione. e se deve essere qualcun altro, tanto vale lasciare che sia il grande altro.
come combattere le strutture di potere? non si combatte. non perché sia una guerra asimmetrica (please --> read more on wikipedia) perché le guerre asimmetriche sono vinte dal lato minoritario; non perché sia una guerra nella quale il ribelle è inevitabilmente sconfitto dal super-potere strutturale (come in 1984 o in Blade Runner). indosso una maglietta di Star Wars come reminder: com’è che Luke Skywalker sopravvive al potere dell’Imperatore? il soggetto che combatte il potere finisce col distruggere se stesso, perché il grande altro non è un’entità esterna, istituita nel mondo come una cattedrale: posso usare un martello contro la vetrata di una chiesa (e questa può essere la mia reazione al concetto di ekklesìa) perché io sono qua e la vetrata mi sta di fronte, ma una struttura di potere abita in me come io abito in lei e non c’è una chiara distinzione dei confini (dove inizio e dove finisce, dove inizia e dove finisco), e a pensare per bene questo problema non ha neanche senso porsi questo genere di domande. io sono l’altro, l’altro è io, je est un autre. dal momento che le strutture di potere sono militarizzate e fondate sulla competizione dei partecipanti, quando un soggetto si mette in testa di combattere la struttura di potere (per esempio: fuck society!) si è appena posto militarmente in competizione con tutti gli altri membri della struttura perché questi non fanno altro che mantenerla vitale (incluso il ribelle). il combattimento è esattamente ciò che le strutture di potere si aspettano. la fossa dei gladiatori è antica quanto la nostra civiltà, ancora guardiamo e apprezziamo lo sport (e tutta la sua splendente retorica, sublimazione della violenza di cui si fa carico). il mio suggerimento è di vivere dentro e fuori, e cioè di accettare la struttura di potere, senza però lasciare che detenga il monopolio della propria esistenza. l’esempio migliore è l’epistemologia (dal momento che io mi sono occupato soprattutto delle strutture della conoscenza): uso la logica formale al tempo stesso mi accompagno a pensieri non organizzati dal principio di non contraddizione. non perché sono ribelle (non sono un ribelle) ma perché è una mia possibilità (una possibilità che la struttura di potere non nega direttamente ai suoi abitanti-abitati ma che ogni abitato-abitante si nega da sé). oggi parliamo molto dell’autocensura (un tema che sento molto a cuore vivendo in UK): poiché siamo tutti sotto sorveglianza, allora è meglio non usare questa parola, è meglio non fare quella ricerca, è meglio non esprimere pubblicamente una certa opinione, altrimenti... altrimenti cosa? il governo ti spia con una cam mentre pisci e caghi?
Paul Karl Feyerabend insisteva su un concetto: non è importante perché i cittadini rispettino la legge finché la rispettano. che sia perché hanno paura del castigo statale, che sia perché sono pii, che sia solo una lunga serie fortunata di casi: anything goes, finché un cittadino rispetta la legge. il motivo non è importante. anything goes.














