Incontri del terzo tipo - Sozialarbeiterin 2.0
Ed eccomi qui a fare un po’ di “Check-in esistenziale, perchè oggi giorno se non compari nei social non sei [letteralmente] nessuno” (cit. Giulio Kuhlschrank). Tanto che posso testimoniare di aver intravisto una che si presenta alle persone come segue: “Ciao, sono una blogger!” (sottotitolo: “quindi trattami bene altrimenti ti recensisco male”). Al ritorno da quell'angolo di paradiso terrestre che si chiama Elba - di cui allegasi foto - tuffandomi di nuovo nella realtà caustica del fenomeno Refugees invece che nell'acqua salata del Mediterraneo, ho pensato che se un dì non andrò sempre fuggendo di gente in gente a questa tanto picciola vigilia de’ nostri sensi ch'e del rimanente, allora potrei presentarmi in giro come “Sozialarbeiterin 2.0”, chissà se le catene di vestiti usati, i negozi fair trade e le agenzie del mercato immobiliare mi sponsorizzerebbero…
Tornando a bomba sul tema ancora alle luci della ribalta nelle notizie e che più in assoluto sconquiffera la mia vita da sette mesi a questa parte nonchè quella del continente europeo da almeno una decina d'anni, oggi voglio raccontarvi del mio incontro con una persona che per motivi di privacy e comodità chiameremo Lamberto.
Lamberto viene dal Senegal e sarà mio collega se supera il periodo di prova. Lo conosco oggi in ufficio, nei protocolli avevo letto che parla inglese, francese, spagnolo ed italiano, nonchè -naturalmente- tedesco. Un altro poliglotta in team, è sempre molto fico perchè come diceva il caro buon vecchio Wittgestein “i confini della mia lingua sono i confini del mio mondo” e qui quasi ognuno di noi porta in spalla qualche pianeta. Come tutti i nuovi arrivati viene affiancato un po’ ad ognuno e oggi in un momento di calma lo coinvolgo in una conversazione, sperando di chiarire qualcosa di quel guazzabuglio di cartelle e procedure che dovrà presto padroneggiare. Cominciamo a parlare e rimango sbalordita.
Oltre alle lingue che per necessità e virtù ha dovuto imparare, conosce la fame, gli iter burocratici infiniti, il cuore delle persone, la fatica, l'Italia, la disciplina, la pazienza, la libertà… è uno che ha capito che la chiave di volta di questo continente è l'apprendimento. Chi impara può progredire e migliorare il proprio status. Se me lo chiedete, questo è per me -in sostanza- l'Europa.
Proviene da Dakar, da una famiglia poverissima: sua mamma quando cucinava metteva l'acqua a bollire e gli diceva “Tra un po’ cuciniamo” e così passavano le ore fino a che lui e i suoi fratelli non si addormentavano. Con questo escamotage la sua famiglia riusciva ad ingannare la fame e a mangiare un giorno sì e uno no, sebbene suo padre un lavoro lo avesse avuto.
Ha potuto studiare, ha frequentato una scuola coranica e mi spiega ad esempio che nel corano è scritto che in guerra è proibito usare il fuoco. Questo è il modo spiccio per spiegarmi che lui, pur essendo stato educato alla religione musulmana, legge i testi consapevole che l'interpretazione innesca i tanti dei problemi del mondo arabo e che oguno dovrebbe elaborare i concetti religiosi secondo la propria coscienza.
Mi racconta di come si è trasferito in Marocco, cercando di arrivare da lì in Europa, attraversando la Spagna e finendo in Francia. Essendo senza documenti decide di entrare nella Legione Straniera e mi racconta che “quelli sono pazzi”. Già lo sapevo, ma sono tutta emozionata, è la prima volta che conosco qualcuno che è stato in questo corpo e certo mi farò raccontare un sacco di cose. Lui mi ancticipa dicendo che all'inizio gli hanno dato una lista di 500 parole in francese con cui ha imparato a parlare e il primo giorno gli hanno fatto fare 60 km a piedi per prendere un berretto. [Poi, quando ha potuto, ha studiato letteratura africana e francese all'università.]
Dalla Legione Straniera scappa a gambe levate ed entra in Italia come clandestino, a Milano, per quattro anni. All'approvazione della Legge Bossi-Fini riesce ad ottenere un permesso di soggiorno. Lavora in Italia per un totale di 11 anni, sempre al nord, come traduttore, prima per una cooperativa e poi per la Prefettura in collaborazione con le commissioni che valutano le richieste d'asilo.
Mi racconta di quanto gli immigrati spesso sputino sul piatto in cui mangiano, delle torture che le donne devono subire per arrivare in continente, del business e dello sfruttamento che si crea attorno all'immigrato. In Italia: lavoro in nero, sfruttamento, banche che falsificano il valore delle case per i mutui, in 20 a vivere in 70 metri quadrati, strozzini, datori di lavoro che pur di spendere meno gli impongono di aprirsi partita iva… insomma le solite schifezze, qualcuna tutta all'italiana.
Parliamo e parliamo, mi racconta pezzi di vita, in modo concitato, perchè é un tipo che ha vissuto molto. Capisco che sa fare bene il suo lavoro, non ha i sensi di colpa di chi ha avuto semplicemente più fortuna nella vita. Sa gestire le persone che si fanno scudo delle loro disgrazie per non affrontare le difficoltà e soprattutto le responsabilità. Le aiuta veramente perchè le costringe a riflettere, a mettere tutto sul piatto della bilancia, non si fa “fregare” da piagnistei o modi aggressivi, è come uno specchio.
Molti dei miei colleghi sono stati a loro volta immigrati irregolari, figli della Palestina fuggiti in Libano, di una Siberia che non ha saputo dar da mangiare ai propri figli, di un Iran che ha perseguitato gli attivisti politici… storie da far accaponare la pelle, famiglie divise, parenti che non si vedono da anni, ricordi dolorosi e bellissimi si confondono nei colori e gli odori della propria terra… c'è poi invece qualcuno come me, semplicemente in cerca di una vita un po’ migliore, di più chances, di riconoscimento, di maggior riconoscimento di genere, di un senso di appartenenza… tutti con in comune uno spassionato e spasmodico desiderio di LIBERTA’. Lo spettro di varietà umana del mio team mi supporta nella quotidianità dell'impiego. E’ un lavoro tosto, tostissimo. Fin'ora ho imparato poche ed essenziali lezioni: 1. Tutto quello che hai imparato e pensi di aver capito: butta via tutto. 2. Quando finalmente pensi di aver capito qualcosa, capita sempre qualcos'altro che ti fa ricredere o rivedere la tua comprensione. E’ un mondo fluido, cablato in modi strani ed indeducibili. Le ampiezze e le profondità dell'animo si schiudono in voragini fisiche come in quelle del capannone dove lavoro. E mi confronta con me stessa implacabilmente. Sono fortunata. E sono anche contenta di lavorare con Lamberto e tutti i miei fantastici (e poliglotti) colleghi.
Per chiudere in bellezza: ieri sera conosco un francese super simpatico che organizza beach volley. E’ un segno: un francese simpatico è come un unicorno sellato pronto a galoppare nel paese dei Balocchi! …Per chi mi ha conosciuta in paradiso, sa che il Beach Volley è diventato puro piacere del gioco. Ho chiesto all'universo di fare nuovi amici fuori dalla cerchia di lavoro e passare più tempo all'aria aperta e TAC, la landa teutonica accoglie i miei desideri più inespressi. BINGO. Thank you God.
...ecco, le persone per misurarle bisogna un pochino conoscerle. A volte si comportano in modo strano e capisci che non è tutto oro quello che luccica. I'll stay gold anyway. :)
















