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Il progetto Cerchio Firenze 77
Estratto dalla rivista “Il giornale dei Misteri” Febbraio 1985, ecco un articolo di Fulvia Cariglia, che parla del “progetto” del Cerchio Firenze 77. Un progetto che anche oggi prosegue attraverso innumerevoli amici sparsi in Italia, e non solo.
Il «Cerchio Firenze 77» un anno dopo
Insegnamenti etici e religiosi di valore universale - Enorme materiale intrentasette anni di sedute - La produzione degli apporti - Testimonianze insospettabili.
Non ricorderemo Roberto Setti, quest'anno, nel preciso giorno dell'anniversario della sua morte, che, come tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la sua esistenza, anche l'ultimo è avvenuto in maniera speciale e in un giorno diverso dagli altri. Con dolcezza, senza avvertire il trauma del distacco, con la stessa serenità con cui aveva affrontato la straordinarietà del suo essere, il medium del Cerchio Firenze 77 si è spento nel sonno la mattina de1 29 febbraio 1984, data che non trova posto in un calendario «comune» come quello in corso.
Parlare di ciò che Roberto ha lasciato dietro di sé è impresa che, se affrontata nel suo pieno senso, coinvolgerebbe significati di così profondo contenuto da non permettere un'analisi oggettiva, ma parlare di ciò che rimane, anche senza di lui, è l'utile confronto che pone il problema della «rendita» dei doni immensi che ogni giorno ci vengono offerti, lasciandoci l'arbitrio di individuarli.
Se chi ha conosciuto Roberto e l'esempio di vita che ha saputo dare, o chi ha appreso dalle pagine le parole che i Maestri gli facevano dire, chi ha avuto la ventura di imbattersi in qualche modo nel Cerchio Firenze 77, oggi considerasse tutto questo solo una singolare esperienza di vita, si troverebbe senz'altro, prima o poi, a dover riflettere sulla propria superficialità. Ed è nell'ottica della continuità dell'opera iniziata dalle doti del suo medium che il Cerchio non ha mai interrotto le riunioni settimanali fra i suoi più intimi componenti, né quelle mensili aperte a tutti, frequentatissime anche ora, senza l'«esca» della possibilità di vedere il «personaggio» in carne ed ossa.
Troppo povera la teoria sociologica per spiegare l'elemento portante di tanta assiduità, inadeguato risulterebbe ogni tentativo di analogia con altri gruppi; a 37 anni di voci «impossibili» fa seguito questo ultimo, silenzioso, vivo solo dell'ininterrotto e accresciuto interesse di chi ha saputo dare giusta stima al valore di una eredità impalpabile, eppure immensa, l'omaggio più consono a chi ha saputo donare rifiutando, in vita, ogni notorietà e «corteggiamento».
Cercare nel silenzio Luciana Campani Setti, affezionatissima sorella maggiore del grande medium, è stata ed è l'attiva e discreta eminenza grigia del Cerchio Firenze 77: ieri efficiente organizzatrice dell'attività del Cerchio («i Maestri avevano esortato alla diffusione del messaggio») e severa custode della personale riservatezza desiderata dal fratello, oggi punto di riferimento di un ricordo che non muore, tangibile nel suo alto contenuto astratto, e curatrice della conservazione della sua genuinità.
A colloquio con lei nel suo delizioso villino appena fuori Firenze, teatro di tante prodigiose espressioni medianiche, a proposito dell'attuale e futuro compito suo e del Cerchio, ci dice: «Non è che rileggere e meditare ciò che è stato detto dalle Guide, tanti e tanti messaggi che, sopraffatti dalla loro grandezza e dal continuo susseguirsi, noi non abbiamo avuto il tempo di ponderare come meritano. Con la morte fisica di Roberto si è inaridita una fonte che nessuno sarebbe in grado di rinvivire; a noi, che abbiamo avuto la fortuna e la gioia di vedere e sentire in prima persona tanta ricchezza, resta il dovere di meditare ed elaborare il materiale esistente».
(D) - Prossimi progetti più in particolare?
® - Ci proponiamo di riunire quanto prima tutta la parte filosofica delle comunicazioni. Gli insegnamenti, tutti pubblicati nella loro successione e raggruppati a grandi linee settoriali, si sono presentati a noi gradualmente, partendo dal semplice per giungere al complesso; riteniamo che sia una cosa utile, ora che ne abbiamo una visione completa, operare una selezione dei contenuti più prettamente filosofici.
(D) - In queste atipiche (a dir poco!) quasi quarantennali conversazioni «dal semplice al complesso», che cosa ha sostenuto la vostra fede nella purezza dell'origine Spiritualista delle comunicazioni?
® - Il fatto che, sia nella loro originarla semplicità sia nella difficoltà dei concetti espressi in seguito, i principi di fondo degli insegnamenti, non sono stati mai modificati; sempre più ampi via via nel tempo, ma mai in contrasto gli ultimi con i primi, mai in contraddizione fra loro. Le voci delle Guide non si sono mai prestate ad accomodamenti o compromessi per farsi accettare nei nostri momenti di umani dubbi o ribellioni e se, in un primissimo tempo ci hanno un po’ blandito con comunicazioni di ordine personale, da quando ha avuto inizio la trasmissione degli insegnamenti etici e religiosi, di interesse Universale, non c'è stato più posto per altri messaggi più «profani». A volte penso proprio che l'improvviso silenzio ha voluto significare che non c'era altro da dire, che tutto era stato detto e non abbastanza compreso; per capire, capire pienamente, forse non ci basterà il resto della vita.
(D) - Per troppo tempo il sapiente Kempis, il severo Claudio, la mistica Teresa, e tutti gli altri, vi sono stati così familiari perché non ne sentiate oggi un vuoto incolmabile. Vi sono di consolazione le nuove provenienti da altri cerchi medianici?
® – Ho ricevuto notizie di altri messaggi «firmati» Kempis, Dali ecc., ma finora in nessuno di essi ho riconosciuto lo stile dei nostri Maestri, che ci hanno insegnato, tra l'altro, il mezzo di riconoscerli attraverso certe frasi-chiave. Inoltre ritengo che, se anche le nostre Guide si presentassero e parlassero ad altri gruppi, l'avvenimento potrebbe assumere valore per noi solo se si trattasse di una continuazione dell'insegnamento già impartitoci, e non di una ripetizione. Noi rispettiamo, quindi, ogni forma di esplicazione di una medianità spiritualista ma, poiché non siamo in cerca di altro che già non ci sia stato donato, riconosciamo autentici solo quei Kempis, Dali, Teresa, Lilli, Claudio ecc. ecc., che si sono manifestati attraverso il nostro unico medium.
(D) - Non teme che una posizione di «chiusura» possa portare ad una limitazione della propagazione della parola delle vostre Guide ?
® - No, perché non siamo preclusi ad alcuna collaborazione esterna che possa arricchire l'interpretazione, finora elaborata, dell'enorme quantità di materiale raccolto in trentasette anni di sedute; ma crediamo, anche per correttezza verso altri cerchi medianici, che non ci spetti di «appropriarci» di lumi rivolti ad altri. Noi abbiamo già ricevuto abbastanza.
Come una favola
Nel suo libro «Oltre il silenzio» (Ed. Mediterranee) la Campani ben descrive i rapporti esistenti all'interno del Cerchio ed il ruolo, scevro da ogni protagonismo divistico, che Roberto vi occupava. Come doveva essere in questo contesto squisitamente spiritualista, nell'opera di divulgazione del Cerchio la figura personale del medium mai è stata posta in alcun particolare rilievo; e ora, nello scrivere di lui, ci par quasi di profanarne la riservatezza, la modestia del suo essere, l'umiltà del suo porsi agli altri.
Ma è impossibile ricordare Roberto Setti - medium senza trattare di quella incredibile fenomenologia paranormale che è la produzione di apporti, manifestazione così misteriosa e così concreta, tanto eclatante quanto rara che, per il Cerchio, era diventata quasi consueta; più di duecento, infatti, sono stati gli oggetti «apportati» dalle mani di Roberto Setti durante le sedute, della più svariata natura e, spesso, di una divina bellezza. «Il mio giudizio sull'apporto come fenomeno - spiega la signora Campani Setti - è dato dall'esperienza di casi diversi fra loro e da quanto, in proposito, ci hanno detto le Guide stesse. Si tratterebbe spesso di “oggetti senza padrone”, proprietà di nessuno smaterializzati in un luogo per essere rimaterializzati in un altro, ma anche, talvolta, di cose create all'occorrenza, dal nulla, appositamente e a volontà dell’ entità superiore» .
A proposito di quest'ultima alternativa, senz'altro la più discussa fra le due, si cita testualmente dalla relazione del dottor Christian Paciscopi di Firenze: «(…) Lilli… chiede concentrazione ed inizia la materializzazione, lenta, con ectoplasma luminosissimo intorno alle mani e alle dita, e con vapori intensi e fluttuanti in modo veramente suggestivo. Si ode un leggero crepitio metallico nelle mani dello strumento, Bracciale apportato ad Anna PasciscopiBracciale apportato ad Anna Pasciscopicome se manipolasse una catenella (…). Poi si intravede come un filo nero lungo dieci, venti centimetri, che viene come tirato in tutte le direzioni dalle mani dello strumento. Allora la Guida si rivolge ad Anna (la signora Paciscopi n.d.r.) dicendole di allungare il braccio, ed inizia ad avvolgerle intorno al polso sinistro una catenella, con qualche difficoltà, per due giri, non raggiungendo la lunghezza desiderata; quindi esclama: “Ora cerco di allungarla un po’, ecco ora deve andare bene!”, e completa l'avvolgimento con la chiusura del fermaglio ed aggiunge: “Ecco, Anna, spero che ti piacerà”. (…) La luminosità del bracciale al polso di Anna continua per tutta la serata con emanazione di vapori fluttuanti».
Se non ci fossero mille testimonianze, come questa, di insospettabile genuinità, se non ci fossero le registrazioni, gli apporti e le fotografie scattate durante la loro «creazione», se non avessimo conosciuto Roberto come la persona che era e che non poteva mistificare, se non ci dessimo dei forti pizzicotti, anche oggi, ripensandoci, sembrerebbe di ascoltare, leggere, aver vissuto una favola. Non può che somigliare ad una favola il ricordo di una pioggia di petali profumati, di una cascata di foglie d'ulivo in mezzo al salotto; e a cos'è simile, se non ad una favola, il pensiero di aver parlato con animi tanto più alti, di aver udito voci che hanno avuto una risposta per tutto, profonde parole mai sentite, dolci e severe, umanamente profferite e divinamente concepite? Come non può che somigliare ad una favola la storia di un uomo nato protagonista, che diserta anche un posto fra le quinte per stare in mezzo al pubblico, uno come tanti, nella convinzione di essere il mero strumento di una volontà più grande cui, come tutti, doveva prestare attenzione.
È riuscito a Roberto di «non farsi bello con le penne degli altri» - come diceva lui -, non riesce a noi non inorgoglirci di averlo incontrato nella favola vera della sua vita terrena.
Fulvia Cariglia
Nella foto: Bracciale apportato ad Anna Pasciscopi.
Come nasce l’io
Due brani di Claudio, tratti dal libro "Conosci te stesso" - Edizioni Mediterranee.
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“Come nasce l'io
L'io nasce dal senso di separatività che l'individuo prova nei confronti del mondo che lo circonda. Questo sentirsi una entità distinta dal resto non è acquisito o dovuto all'educazione, ma esiste ben spiccato, nell'uomo, prima che sia assoggettato alle consuetudini sociali. Che l'individuo sia unità è un fatto indiscutibile, che quindi si senta individuo separato, distinto, non può essere dovuto ad un errore. Allora, voi direte? Esiste una differenza tra senso di separatività e senso di individualità. Quest'ultimo è suggerito dalla natura dell'individuo, in quanto solo avendo consapevolezza della propria individualità si può avere coscienza dei propri doveri; solo sentendosi una unità integrante nel tutto si può avere coscienza dei propri compiti. Siete individui: e come può sorgere la vostra coscienza se voi non comprendete? L'individuo è solo di fronte alla verità.
La coscienza
Che cosa è la coscienza? Quale delle umane attività, non solo azioni ma anche moti interiori, può essere sicuramente definita come proveniente dalla coscienza? Tutto quello che spinge l'individuo contro il suo egoistico interesse, in qualunque forma espansionistica dell'io, in senso sia positivo che negativo, e che quindi non possa essere imputato a paura, tutto questo proviene dalla coscienza. Non è possibile fare degli esempi poiché solo il singolo, da se stesso, conoscendosi, può comprendere - dall'esame di una qualunque azione - se essa nasce dalla sua coscienza o dal suo egoismo.” *******************************************************************************
Da queste spiegazioni e da altre ancora, mi è sembrato di capire che la creazione dell'io da parte della coscienza, non è in misura quantitativa, ma qualitativa: più la coscienza è ampia, più si rappresenterà con un io raffinato. Se non c'è coscienza sufficiente l'io sarà predominante nel manifestare la sua realtà, proprio perchè la coscienza non è in grado di manifestarsi diversamente. Più la coscienza si amplia, più l'io perderà le sue caratteristiche di egocentrismo, fino a sfumare nel sentire di identificazione. Dunque la coscienza crea l'io perchè questo è il massimo grado di espressione di vita che la sua ampiezza le può permettere. Ricordo inoltre le parole di Kempis: "Noi non conteniamo un sentire, ma un sentire esprime noi". (U. R.)
Il valore del denaro e il dovere del’uomo E' indubbio che ogni desiderio evidenzia una nostra necessità. Il denaro, in particolare, è un mezzo di scambio, necessario nella nostra civiltà. Non si può certo pensare che sia negativo il desiderarlo. Piuttosto si dovrebbe riflettere sull'uso che se ne può fare, sul valore che gli si attribuisce. Personalmente, non gli darei molta importanza come mezzo per aiutare gli altri, rispetto a una nostra presenza viva e partecipativa ai piccoli/grandi bisogni di coloro che ci circondano. A questo proposito riporto una comunicazione di Kempis sul valore del denaro e sul proprio dovere, estratta dal libro: "La Voce dall'ignoto".
“.... Sento qualcuno esclamare: "Beh, Kempis, piantala! In fondo, col denaro si può anche aiutare". Certo. Io non ce l'ho col denaro che, come è stato detto giustamente, può essere un ottimo servitore o un cattivo padrone. Faccio, e vi invito a fare, delle semplici considerazioni sulla psicologia dell'uomo il quale molto spesso dimentica, nella sua avidità, che le cose sono fatte per l'uomo, e non viceversa, riprendendo invece la memoria per porsi al di sopra di tutto quando si tratta di se stesso.
Il denaro è un mezzo, come ho detto, e beato chi ne fa buon uso, magari aiutando; ma più beato ancora chi è capace di aiutare al di là delle possibilità offerte dal denaro. E questo non significa parlare di filosofia a chi ti chiede del cibo.
Allora, che cosa significa aiutare? Credo che la definizione, più precisa e più generale sia: alleviare altri da preoccupazioni, sollevarli da stati di necessità da cui non riescono ad uscire.
L'aiuto è appoggio, assistenza, collaborazione, sovvenzione, confronto, difesa, protezione, carità. Tutti vorrebbero essere aiutati, e tutti dovremmo aiutare, se non vi fosse quell'unica condizione che il concetto di aiutare gli altri contiene: la condizione che chi chiede aiuto sia in uno stato di necessità da cui, da solo, non riesca ad uscire, e che non rifiuti l'aiuto.
Quante altre condizioni, invece, si pongono per aiutare!
Son tutti pretesti per non fare ciò che non si vuole. Aiutare e fare del bene sono confusi e identificati, ma per chiarezza è necessaria una distinzione. Infatti, se aiutare significa sollevare gli altri da stati di necessità da cui non riescono ad uscire, ciò può essere identificato solo col fare del bene in una determinata concezione di bene. Ma se per bene si intende comprendere, allora, al limite, interrompendo uno stato di necessità che, vissuto, portasse alla comprensione, si interromperebbe la comprensione e, quindi, si farebbe un male.
D'altra parte, che cosa può essere "bene"? Felicità e piacere?, conoscenza del vero? utilità individuale o sociale? Credo che non serva spendere molte parole per dimostrare che il bene dell'individuo non può essere che il raggiungimento del fine per cui esiste, cioè il raggiungimento della coscienza individuale. Quindi, sì, soddisfare le necessità vitali di chi, da solo, non è ne capace, ma soprattutto renderlo in grado di provvedere da sé; tamponare l'effetto, sì, ma rimuovere la causa. Questo è il vero bene e, perciò, il vero aiuto.
Ed ecco il solito polemico che mi accusa l'essermela cavata con un gioco di parole, tirando in ballo la coscienza individuale, come se tutti sapessero che cosa significa.
Eh sì, hai ragione, amico! Che cosa sia l'uomo cosciente non è facile a sapere, anche perché non ci sono molti esempi a cui rifarsi.
Uomo cosciente è colui che, quanto meno, fa il suo dovere, e che cosa sia il proprio dovere non è difficile da individuare. Comunque, se tu non lo sapessi, ti darò io una carta dei doveri dell'uomo, ricordandoti che il dovere riguarda la condotta ed è, quindi, un rapporto fra te e gli altri, una regola del mondo della separatività che l'amore muterà da obbligo talvolta faticoso a felice, desiderata, spontanea dedizione; ma soprattutto ricordandoti che attenerti a questa regola è il minimo che devi fare.
Il tuo primo dovere è mantenere gli impegni che ti sei assunto di genitore, di coniuge, di figlio, di amico.
E' fare nel miglior modo possibile il tuo lavoro.
E ciò basterebbe; tuttavia, se questo ti sembrasse poco, aggiungo: non agire come se il tuo dovere fosse quello di seguire i peggiori. Tu non approvi la loro condotta, sai che non è giusto ciò che fanno, perciò non credere di perderci se non ti approfitti come loro. In verità ci perderesti molto se ti mettessi a loro pari.
Il tuo dovere non è neppure quello di scoprire e propagare i difetti dei tuoi simili per apparire e sentirti migliore di loro; bensì quello di riconoscere i tuoi e sentirti superiore agli altri solo quando tu raccogliessi in te tutte le qualità e le abilità che la natura raziona fra l'intero genere umano.
Il tuo dovere è quello d'essere sempre efficiente, anche quando non sei controllato. Le rivoluzioni degli umili schiavizzati falliscono poi nella loro inattività.
Tu non sei solo e indipendente. Se anche tu fossi l'unico uomo al mondo, e in grado di soddisfare tutte le tue necessità vitali, dipenderesti sempre da ciò che ti fa sopravvivere. Tanto più tu, che fai parte della società umana, sei legato per molti aspetti ai tuoi simili; dalle relazioni che hai con loro trai sempre qualcosa, anche quando ti sembra di dare solamente. Il tuo dovere è, quindi, non trattare i tuoi simili come oggetti, o peggio, ma trattarli come persone.
Il tuo dovere è quello di capire che le tue necessità non sono più importanti e più prementi di quelle simili che hanno gli altri, e di essere rispettoso dei problemi altrui quanto lo sei dei tuoi.
E' tuo dovere chiedere agli altri solo quanto tu stesso sei in grado di sopportare, e di non essere loro di peso, o perlomeno di esserlo solo quanto gli altri lo sono per te.
E' doveroso per te partecipare alla vita sociale, ma non per quello che puoi ottenere a vantaggio dalla tua persona, bensì perché tu sei un elemento componente della società nella quale vivi ed è tuo dovere rendere efficienti, migliorare le sue istituzioni fatte per rendere migliore la vita di tutti. Sii come l'organo di un corpo che con la sua vita contribuisce a mantenere vivente l'intero organismo, perciò la tua esistenza deve abbellire la società di cui fai parte.
Se le tue condizioni obiettivamente ti impediscono di collaborare sul piano concreto, allora il tuo dovere è di essere il conforto dei tuoi simili, e non la loro disperazione; accettando serenamente, con la forza del tuo spirito, il tuo stato; riuscendo tu, bisognoso, a donare.
Se quanto ti dico ti sembra ovvio e scontato, lo sai. E se lo sai, perché non lo fai?
Pace a voi.”
A chi ha perso una persona cara
Rivolgo queste mie parole a coloro che si avvicinano a noi addolorati dalla cosiddetta perdita di una persona a loro cara, sperando di mettersi in comunicazione con lei per lenire il loro dolore col trovare la prova della sua sopravvivenza.
Quello che io spero di riuscire a darvi non è tanto il sollievo alla vostra sofferenza quanto farvi comprendere che quello che vi è accaduto deve essere il fermento per la vostra trasformazione, che deve condurvi a vedere la vita da un nuovo punto di vista. Uno degli interessi che spingono l'uomo ad accostarsi e ricercare il fenomeno medianico è quello di trovare una conferma della sopravvivenza dell'essere alla morte del corpo. Tale conferma può essere ricercata, fra l'altro, per fugare la propria paura di cessare di esistere, oppure per lenire il dolore che la morte di persone amate ha determinato.
In più occasioni ci siamo espressi sulla validità del fenomeno medianico, che si può chiamare spiritico solo di rado, quando raggiunge il contatto con un essere disincarnato. Infatti, anche nei casi in cui non c'è frode cosciente, il che è abbastanza raro, la comunicazione può avere origine nella psiche dei presenti, che dirige le facoltà paranormali del soggetto medianico.
La ragione della frode involontaria sovente risiede nel desiderio di mettersi in contatto con chi non vive più fisicamente, oppure di avere la prova della sopravvivenza, cioè nel desiderio che la realtà sia quale si vorrebbe che fosse. Tuttavia, anche la prova che il raro fenomeno realmente spiritico costituisce ha, quasi sempre, valore soggettivo, cioè non è assolutamente probatoria per chi non ha vissuto di persona l'esperienza; perciò non dà alla scienza umana, costituita da certezze oggettive, un arricchimento, un punto fermo per la conquista di ulteriori mete. D'altra parte, siccome le azioni degli uomini non traggono origine solo e sempre dalle certezze oggettive, tutto questo non deve impedire all'uomo di avere una sua opinione in merito e, conseguentemente, un suo comportamento.
Il fatto che noi rappresentiamo costituisce una proposta di opinione e, conseguentemente, una proposta di vita, nella quale l'uomo è consapevole di far parte di una collettività in cui i più dotati che detengono un qualsiasi potere non sopraffanno i deboli, ma colmano le loro deficienze; in cui si invocano maggiori diritti solo quando si adempiono nel miglior modo tutti i propri doveri; in cui gli errori degli altri non diventano giustificazione dei propri ed invito ad errare, ma incentivo a perseguire un mondo migliore cominciando a migliorare se stessi. Non è, questa, una comoda concezione della vita; tutt'altro; però è una concezione che ha il pregio di rispecchiare l'ordine naturale delle cose; che non chiude la realtà in schemi fissi sacrificando l'individuo ma, via via, l'adatta alle sue reali esigenze evolutive. Chi si rivolge a noi, più che la prova della sopravvivenza trova una simile concezione della vita, che è molto di più della certezza che l'essere non cessa di esistere. Chi, invece, cercasse solo tale conferma, o la comunicazione con qualche caro trapassato, perderebbe il suo tempo. Anzi, vi dirò di più: esorto a diffidare dei medium che si dichiarano capaci di evocare a piacimento i disincarnati. Acciocché il contatto avvenga non basta che vi sia il tramite: la comunicazione deve essere prevista dall'ordine generale secondo cui si svolgono le cose.
Chi conosce la storia dello spiritismo sa che vi sono stati medium che hanno servito da tramite per le comunicazioni di molte entità e non sono essi riusciti a mettersi in contatto con una che, più delle altre, amavano e desideravano sentire. Noi siamo una delusione per chi avesse tali aspettative. Tuttavia, non possiamo ignorare la dolorosa aspirazione di chi soffre per il trapasso di una persona amata. Con tutto ciò, più che permettere il contatto con essa, invitiamo chi soffre di questo a riflettere sul suo dolore. Naturalmente, parlo nel presupposto che chi mi ascolta sia una persona ragionevole perché, altrimenti, a nulla servirebbe il mio dire.
Comincerò il mio discorso invitando a riflettere sul fatto che la vita dell'uomo deve avere uno scopo, che non può essere quello di soddisfare tutti i desideri umani e di pensare o preoccuparsi solo per se stessi. La vita sociale e di relazione in cui l'uomo viene a trovarsi, gli avvenimenti stessi che gli accadono, il suo stesso modo di reagire agli stimoli, lo inducono a dedicare uno spazio più o meno grande agli altri. E gli altri sono - almeno in principio dell'evoluzione della coscienza - coloro la cui vita in qualche modo si riflette sulla propria, in qualche maniera la condiziona. E un dedicarsi egoistico, quindi, allorché il legame non sia stabilito dall'affetto; ma anche quando l'interesse all'altro è originato dall'amore, non sempre è spoglio di egoismo; anzi, spesso si tratta di amore possessivo. Il vero amore desidera il bene di colui che si ama anche se ciò si concretizza in una situazione in cui l'amato non si può più avere vicino come prima. Credo che nessuna persona ragionevole possa contraddire tale affermazione. La vita presenta degli avvenimenti che non sono conseguenza della volontà di alcuno ed altri che, pur essendo conseguenza del comportamento di qualcuno, coinvolgono certi che non vi parteciperebbero se non fosse il caso che li ha messi a tiro.
Di fronte a tali eventi si ripropone il quesito che indubbiamente ogni uomo si è posto nel corso della sua vita, e cioè se l'esistenza di tutto abbia un suo significato, oppure se tutto sia un non-senso. Quelli che non accettano il significato trascendente della vita si giustificano dicendo che non è dimostrato questo significato trascendente della vita; tuttavia, quando la loro esistenza li mette di fronte a dover accettare o no qualcosa di indimostrabile, suppliscono alla mancanza di certezza con la plausibilità offerta da un ragionamento logico. E non si può certo affermare che logico sia pensare che all'origine di tutto quanto esiste vi sia una fortuita circostanza che dal nulla - in senso organico - non solo avrebbe creato la materia e la vita, ma avrebbe soprattutto composto quel codice genetico secondo cui tutto si sviluppa ordinatamente. Cioè, è assurdo pensare che dal caos il caso abbia creato, o quanto meno avviato, il procedere ordinato, ossia l'ordine e il fine.
Se, invece, si volesse supplire a tale mancanza di logica pensando che tutto quanto esiste, esiste da sempre - cioè senza origine -, allora ne conseguirebbe che tutto sarebbe eterno, al di là della caducità delle singole forme, e quindi l'esistere sarebbe eterno, al di là della caducità delle singole esistenze: ossia si affermerebbe, implicitamente, ciò che si vuol negare. Perciò, il negatore del senso trascendente della vita in nessun caso fonda la sua opinione sulla logica, come fa invece tranquillamente quando nella vita deve prendere partito di una cosa inaccertabile oggettivamente.
La logica conforta, invece, l'opinione di chi crede che l'esistenza del Tutto abbia un significato trascendente. Non è certo il caso di addentrarci in dispute religiose o filosofiche, che nascono da una simile convinzione; tuttavia credo che si possano accettare, senza scomodare troppo la fede, alcune plausibili affermazioni come, per esempio, che se l'esistenza del cosmo ubbidisce a precise leggi, cioè ha un ordine, lo stesso ordine non può mancare nella vita dell'uomo, elemento di tale cosmo; e che al di là dell'incomprensibile, per noi, significato degli avvenimenti che ci capitano, a cui prima facevo cenno, vi sia un preciso significato, una profonda ragione. In altre parole: o Dio non esiste, ma è illogico; oppure, se esiste, non può essere dispettoso e crudele. Cosicché quello che si reputa un castigo, una cattiveria della vita, al di là del suo sapore immediato deve nascondere un fine degno della Divinità, cioè un fine di amore e di vero bene per chi lo subisce. Tutto ciò è quanto suggerisce la logica e il buon senso.
Allora, voi che siete schiantati dal dolore per la perdita di una persona amata, se siete creature ragionevoli, se veramente amate chi è trapassato, dovete arginare il vostro dolore nel pensiero che la sofferenza che state vivendo ha un senso per la vostra vita, e che la morte di chi amate è un evento necessario al suo vero bene. Se veramente amate chi è trapassato non potete essere tanto egoisti da pensare che sarebbe stato meglio che il suo bene non si fosse compiuto.
Ripeto: tutto questo è quanto una persona di buon senso può accettare senza scomodare la fede, semplicemente seguendo il raziocinio, strumento che appunto è dato all'uomo per fargli capire il senso della realtà nella quale vive. Se poi, per bontà vostra, credete che la voce che vi parla giunga da quella dimensione di cui prende coscienza l'essere dopo la morte del suo corpo fisico, e se ancora credete che questa voce conosca, se non tutto, almeno parte della Verità, perché non basta essere trapassati per essere nel Vero; allora vi dico, sapendo che mi credete, che la separazione dai vostri cari trapassati è solo per voi, che rimanete nel mondo fisico, perché loro vi sentono e vi vedono in forza del legame amoroso che vi unisce. Non pensateli quindi con dolore, perché li rattristereste; ricordateli nei momenti in cui erano sereni, nella certezza che li ritroverete, perché il legame creato dall'amore è un legame che non si spezza mai e che, nelle future esistenze, conduce chi si ama a ritrovarsi in amore.
Come l'esistenza di chi è trapassato continua, così la vostra deve proseguire a beneficio di coloro che vi sono vicini fisicamente. Se vi sembra che il destino sia stato crudele con voi, avete un motivo di più per non essere crudeli con gli altri facendo pesare su loro il vostro dolore.
Ora mi fo' portavoce di un ideale messaggio che tutti i vostri amati, che hanno lasciato il piano fisico, potrebbero rivolgervi. Accoglietelo nella convinzione che corrisponde al loro sentire:
« Amore mio, non potermi vedere più fisicamente ti ha lasciato in un dolore che ti fa rifiutare la vita. Sappi che questa è l'unica cosa che può farmi soffrire, e perciò promettimi che troverai la forza necessaria per reagire e continuare a vivere come quando mi vedevi, mi toccavi, mi interrogavi, ed io ti rispondevo. Sappi che sono egualmente vicino a te; anzi, più di prima; e che l'amore che ci unisce ci lega indissolubilmente e ti condurrà a rivedermi, riabbracciarmi, riavermi. Le nostre strade sono solo momentaneamente ed apparentemente divise, ma al di là del velo che ti separa da me, e che dà corpo al romanzo della vita, noi siamo una cosa sola. Ora tu non puoi più dedicarti a me fisicamente, e se rimpiangi di non averlo fatto in passato più di quanto potevi, promettimi che da ora in poi ti dedicherai di più agli altri a cui sei vicino, ed offrimi quel di più che farai. Un giorno, quando tutto questo anche per te sarà compiuto e trascorso, volgendoti indietro nel ricordo tutto ti sembrerà un brevissimo sogno, quasi non vissuto, e solamente la pienezza data dalla consapevolezza di aver pagato un debito, la gioia della comprensione del perché è potuto accadere, la felicità di ritrovarsi quale frutto del tuo dolore, saranno ciò che ne rimane. Ti amo. Per sempre tuo » DALI
Qui c'è il link di questa comunicazione registrata in voce: http://www.cerchiofirenze77.org/Voci/A%20chi%20ha%20perso%20una%20persona%20cara.mp3
Siamo esseri eterni
Rifletto che il “non essere” non può esistere. Ne deriva che se io sento d'essere non potrò mai cessare di farlo. Eventualmente vi sono limiti in questa espressione che, ad un certo livello, sembra che si strutturi in un io come unica sensazione. Però a pensarci bene, non sono le limitazioni che creano l’io; casomai lo delimitano. Infatti le nostre limitazioni sono una modalità di percezione, un modo di interpretare la Realtà; sono ciò che ci permette di percepire il mondo. L’io è il risultato di una coscienza limitata; quindi è la coscienza che crea l’io con tutte le limitazioni che le sono proprie. Esse sono reali come sistema percettivo ed esprimono una sensazione dell’essere basato sull’io e sulla dualità. La conclusione, confermata anche dalle Guide, è che l'io non esiste, ma può esistere un vuoto di spazio senza ciò che lo delimita?
(U.R.)
Nel primo libro "Dai Mondi Invisibili - Incontri e Colloqui" esiste una sezione che è intitolata "Insegnamento morale". C'è da chiedersi se, in fondo, sia corretto.
Dico questo perché ritengo che più che insegnarci una nuova morale, ci è stato indicato come far emergere quei sentimenti interiori, i quali sono i soli a poterci indicare i giusti comportamenti che dobbiamo tenere nei confronti degli altri e della vita in generale.
Infatti abbiamo imparato che la morale comune (quella tanto esaltata) è solo una convenzione, derivata da una necessità sociale, qualcosa da rispettare, ma non da adottare. Ecco che diventa importante seguire "il cuore" più che la mente. Cioè sentire le necessità del nostro intimo, riconoscerle come quelle che disegnano la nostra realtà, che modellano e alimentano la nostra vitalità: conoscere se stessi e, ancora di più, essere se stessi. Solo così potrà emergere la vera morale che non si scontrerà con i dettati di una mente confusa, condizionata e isolata da quell'unità che solo "il cuore" ci può indicare.
Dico spesso (perché ne sono convinto) che non "bisogna" migliorare se stessi. Infatti non è un'imposizione, ma una conseguenza che deriva dall'aver imparato ad "essere" se stessi. E' questo che ci hanno insegnato, e che ci risulta così difficile da comprendere. Eppure sarebbe così semplice, naturale, addirittura banale, se non fosse che lo condizioniamo a ciò che vorremmo essere. Sarebbe la pacificazione completa di tutte le nostre tensioni e il raggiungimento di quell'equilibrio che, invece, cerchiamo in un tempo e in un modo che non ci appartiene.
Forse il segreto è quello di agire con la mente ascoltando il cuore. Cioè quel riflesso d'amore che parte e si amplia in se stessi quando lo facciamo maturare nell'accettazione di ciò che siamo, per poi espandersi e riconoscersi nell'altro. E' questa l'unità straordinaria di cui parlano tutte le filosofie, e questo insegnamento ci indica ad ogni passo. E' questo il dono che ci hanno fatto. E' solo questa la morale che si deve comprendere; il resto è un contorno che ognuno di noi integrerà nel compreso, per quelle che sono le sue necessità intellettuali e anche "di cuore".
(U.R.)
(Immagine di Kate Rodrigues)
Ognuno di noi
Ognuno di noi è la manifestazione di qualcosa di misterioso che ha dato vita a un “sentirsi di esistere”, ha reso cosciente la materia inerte, ha dato luogo ad un essere che crea la realtà, forma il mondo, progredisce nel sentirlo e lo trascende con dei sentimenti di amore i quali espandono il suo spirito oltre ogni immaginazione. Il nucleo di questo amore è in noi stessi per noi stessi, e deve centrare questo miracolo per trovare il suo mistero. Non possiamo tradire il senso di questa storia svilendone la fonte che la esprime. Siamo preziosi per quelli che sentiamo d'essere e non per come ci vogliono gli altri. Dobbiamo volerci più bene.
Il coraggio di volare.
ciao cartofolo, che tu sappia esiste del materiale in inglese sul Cerchio Firenze 77?
Purtroppo abbiamo difficoltà per la diffusione all'estero.La storia è questa.Considera che l'inizio della pubblicazione dei libri risale al 1977. La vendita ebbe un boom che lo stesso editore non si aspettava, tanto che, nel tempo ha dovuto fare diverse ristampe, perché non aveva preventivato un così alto numero di richieste.Con i primi incassi, potemmo “organizzare” degli incontri mensili in locali adeguati al pubblico numeroso e permetterci di non chiedere nessun tipo di pagamento.Abbiamo potuto anche pubblicizzare questi incontri sui giornali più famosi, produrre una diffusione cartacea di inviti e avvisi che venivano regolarmente spediti a tutti gli amici sparsi in Italia e all'estero, di cui avevamo gli indirizzi.Si sono stampati, in privato, estratti di comunicazioni e varie riflessioni che altrettanto gratuitamente venivano messe a disposizione di chi era interessato.
Allora non si pensava affatto all'eventualità di una diffusione all'estero, anche perché avevamo delegato le Edizioni Mediterranee, a cui erano state affidate le pubblicazioni con tutti i diritti derivati; e, quindi, loro stessi, eventualmente, avrebbe gestito la cosa.
Gli anni trascorrevano. La vendita dei libri naturalmente diminuiva come gli incassi dei diritti di autore.Le Edizioni Mediterranee stentavano ad azzardare altre ristampe, se non sotto la pressione della domanda delle varie librerie che continuavano ad avere richieste dei libri anche se in misura molto inferiore.Anche i nostri incontri continuavano, cogliendo il denaro dalle riserve e riducendo le spese con l'eliminazione degli avvisi sui giornali e le spese postali.
Così arriviamo ai giorni nostri con i diritti di copyright scaduti e rinnovati di due anni in due anni.Alla nostra richiesta di diffusione all'estero, le Edizioni Mediterranee si sono mostrate reticenti, tanto che ci hanno lasciati liberi di tali pubblicazioni.Abbiamo anche pensato di riscattare i diritti scaduti per poter gestire in proprio le pubblicazioni anche in Italia.La cosa ci è apparsa azzardata, sia per il costo, sia per i canali distributivi che ci mancavano completamente e che solo una grande casa editrice si può permettere.Quindi, per ora, abbiamo preferito lasciare la diffusione minima ma capillare alle Edizioni Mediterranee e concentrarci sulle eventuali traduzioni per una pubblicazione all'estero.
Qui è sorto il problema del traduttore. Infatti si trattava di tradurre concetti di non facile comprensione, parole e modi di dire che, spesso realizzavano un pensiero complesso per renderlo semplice.Indubbiamente ci voleva un traduttore di madre lingua che avesse approfondito compiutamente questo insegnamento e per di più lo facesse gratis. Perchè a questo punto, a distanza di più di trenta anni dalla prima pubblicazione, non si può pretendere che gli incassi dei diritti di autore possano superare quel minimo che ci consente ancora di poter pagare le sale delle riunioni, e anche a prezzo di favore, ma non altro.
L'unica persona che abbiamo trovato è stata un'amica spagnola che, avendo parentele in Italia, e seguendoci da molto tempo, ha potuto fare un ottimo lavoro sul libro “Dai mondi invisibili” che, se va bene, potrebbe essere pubblicato da un editore spagnolo.
Altro non abbiamo potuto, e restiamo fermi nella decisione di gestire i nostri incontri (conferenze o altro) senza nessuna richiesta di pagamento e senza che nessuno debba avere un guadagno personale.Sicuramente questo ci limita nelle iniziative, ma ci dà quella libertà di azione e di intenti che sarebbe negata diversamente.Comunque la questione è in evoluzione, anche con un pensierino agli ebook (libri elettronici)…vedremo.
Fratello Orientale, nel libro "Oltre L'Illusione" Nessuno è immune da difetti E' ormai risaputo che ognuno, con la stessa facilità con cui giudica gli altri, scusa se stesso. Non sia così anche per te, fratello caro! Sii consapevole che i difetti che tu rimarchi nei tuoi simili, spesso ti appartengono. Considera come tu esiga che i tuoi simili siano giudicati severamente e come invece tu non sopporti neppure un'osservazione. Considera come tu pretenda che i tuoi simili seguano scrupolosamente ogni regolamento e come invece tu non sopporti nessun nuovo obbligo. Considera come tu vorresti che i tuoi simili cambiassero a tuo piacimento. Così, ti adoperi perché essi mutino il loro modo di pensare e di vivere, e non ti accorgi che neppure tu stesso riesci ad essere quale vorresti. Come puoi pretendere che lo siano i tuoi fratelli? Considera come tu ricerchi nei tuoi fratelli la perfezione e quanto poco, invece, tu faccia per rappresentare quell'ideale che ricerchi nei tuoi simili. Ricorda: nessuno è immune da difetti; con la stessa misura con cui tu giudichi, sarai giudicato. Nessuno basta a se stesso, perciò, dovendo dipendere gli uni dagli altri, è necessario che vi aiutiate, vi sopportiate e vi sorreggiate a vicenda. Molto raramente tu fai queste considerazioni perché tu vivi solo per te stesso e la tua attenzione è interamente rivolta al mondo esterno. Quando non ti senti soddisfatto, anziché ricercare la causa nell'intimo tuo, ti lasci trasportare dal pensiero che la felicità sia in qualche luogo della Terra. V'è forse in qualche posto qualcosa che duri perennemente, che non sia illusione che trascorre in se medesima? Se anche l'intero cosmo fosse dispiegato innanzi ai tuoi occhi, tu non potresti vedere che una mera immagine. Considera come la realtà del tuo essere interiore ti sia sconosciuta e quanto, invece, sia importante per te che il tuo intimo non ti serbi segreti. Il valore di ciò che tu fai sta nella tua intenzione; perciò, se anche tu donassi tutti i tuoi beni, o spendessi l'intera tua esistenza ad aiutare i tuoi fratelli o, asceta, ti ritirassi dal mondo, tu non avresti ancora capito la vita, se tu non fossi morto a te stesso. Om Mani Padme Om
L’inganno delle religioni
Estratto dal libro "Conosci te stesso" , inserisco questo messaggio, estremamente "duro", che però diventa illuminante se inserito nel contesto di tutto l'insegnamento. Infatti non lo ritengo una condanna delle religioni, ma una necessaria presa di consapevolezza dei movimenti dell'io, il quale si appoggia a queste, non tanto in funzione di una verità cercata, ma di una speranza di sopravvivenza che viene promessa. Accettare questo è molto difficile; ma se ci si riesce, ci si pone a un nuovo livello di ricerca, con nuovi interrogativi, che diversamente, non si sarebbero mai potuti formulare. E' una nuova maturità, che non ci fa diventare più bravi o più buoni, ma sicuramente più maturi per accogliere nuove proposte di verità. Così si impara.
L'inganno delle religioni
“Le religioni e il misticismo in genere si fondano su tre postulati: l'esistenza di un ente supremo, la sopravvivenza dell'anima alla morte del corpo, l'influenza della condotta tenuta nella vita umana sulla vita dopo la morte.
Senza pudori e preconcetti, guardiamo in faccia la realtà.
Dio è una invenzione dell'uomo per poter vantare una natura divina; è un illusorio paravento creato dall'io per mascherare la propria ignoranza e l'incapacità di spiegare la vita.
Che cos'è la sopravvivenza? Una menzogna dell'io, un rimedio che l'io inventa per fugare l'incubo della morte. Chi può fare a meno di credere o perlomeno sperare di sopravvivere, o non ama la vita, o è un gran coraggioso, o vive nel presente.
Guardiamo in faccia la realtà. Quanti credono solo perché la fede è di conforto alle delusioni della vita! Quando un uomo soffre, la fede in una vita di felicità e di pienezza oltre la morte è un consolante rifugio.
La sofferenza, anziché denunciare gli errori commessi, è vista come un mezzo di elevazione con il quale Iddio mostra la sua predilezione per certe creature. Quando l'uomo soffre, si volge sempre a qualcuno che valorizzi la sua sofferenza. Dirgli: "Tu hai errato e questa è la conseguenza del tuo errore" significa inasprirlo; dirgli invece: "La tua sofferenza è voluta da dio acciocché tu sia grande nel regno dei cieli" significa confortare l'individuo, accarezzare la sua ambizione, alimentare il suo io.
Ma credere per essere confortati è espandere il proprio io.
I tre postulati sui quali si fondano le religioni sono tre verità; ma l'uomo li accetta perché bene si adattano agli ambiziosi sogni dell'io.
Nessuna verità è mai stata rivelata da dio all'uomo. Chi crede questo, vanta un privilegio in realtà inesistente, e chiunque si ancora ad un privilegio, asseconda l'espansione del suo io.
Vive nella realtà solo chi ha dimenticato l'io e i suoi processi espansionistici.
Si può conoscere e credere la verità, ma se è l'io che l'ha accettata non si è diversi dagli atei e si vive nell'illusione.
Così, la fede o il misticismo che si fondano sulla ricerca di conforto, o che comunque sono adottati dall'io per la propria espansione, sono illusori.
Le religioni sono depositarie della moralità dei popoli, ma la vera morale è inconciliabile con gli interessi personali.
La legge umana vieta e punisce certe azioni, né si potrebbe pretendere di più: non potrebbe fare il processo alle intenzioni. Ma noi proprio questo dobbiamo fare! L'uomo si conosce dalle intenzioni: se l'intenzione è egoistica, l'individuo è egoista anche se è intento a compiere un'opera altamente umanitaria.
Queste parole vi demoralizzano perché siete ancora mossi dall'io. Il vostro io vorrebbe conoscere la via per il miglioramento e continuare così nell'espansione. Ma ogni cammino che l'io prenda in esame per poter dire "sono nel vero" è un vicolo cieco. La realtà è irraggiungibile dall'io. L'io è separatività, la realtà è comunione. Queste parole non hanno il potere di cancellare l'insistenza dell'io. Ascoltandole suscitano l'interrogativo: "Che cosa debbo fare? " La risposta è: "Niente. Conosci te stesso!".
Abituarsi a riconoscere la lunga mano dell'io, deporre l'intenzione di accrescersi. Può darsi che un giorno, pur restando attivo l'individuo, si abbia una passività dell'io. Quel giorno cesseranno le lotte ed i conflitti: la fede non sarà più un sogno ma la realtà dell'individuo, la verità del Tutto.”
Oltre la solitudine
Se si hanno pulsioni interiori e idee dissimili dalla massa, ci si può sentire soli e incapaci di proseguire quella linea di pensiero che è emersa prepotente, ma anche fragile nella sua incompletezza. Dunque si ha bisogno di appoggio, e di qualcuno che faccia da battistrada in quel terreno ancora sconosciuto. Attenzione, però, che l'appoggio, necessario per quel momento, non diventi vizio e ristagno, e che non si sostituisca il Maestro o il gruppo con quella autonomia che sarà la sola a consolidare la nostra vera potenzialità espressiva.
Ringraziato e “ucciso” il Maestro, trasformato il gruppo da appoggio a dono reciproco, ci si può sentire di nuovo soli in un mondo mutato dal nostro pensiero e osservato non più per ciò che appare, ma per ciò che significano quegli eventi.
La crudeltà e l'egoismo degli uomini rimangono, ma possono essere sentiti in forma diversa. Perché momento necessario a una crescita, ed espressione di un amore limitato. Se si osservano i limiti, vuol dire che è in atto il loro processo di superamento. Negarlo o condannarlo è un errore di prospettiva che non rende ragione a ciò che dovremmo aver imparato.
Se si riuscisse a osservare la verità di un momento, con una prospettiva che leghi il suo passato al suo futuro consequenziale, non si desidererebbe più che questa non sia. La tensione verso il divenire, così, diverrebbe la naturale conseguenza dell'aver vissuto passionalmente e consapevolmente quell'attimo prezioso. Ecco l'accelerazione tanto illusoria quanto desiderata. Ma non sarà il nostro desiderio ad attuarla, né il nostro disagio. Piuttosto sarà la nostra accettazione consapevole che ratificherà ciò che siamo e che rappresentiamo come parte di quella comunità sociale.
Evoluzione dell’insegnamento
Il linguaggio di Kempis, come anche quello delle altre Guide, si è sempre adattato alla possibilità di comprensione di quegli interlocutori che in quel momento storico si erano avvicinati alle sedute di Roberto Setti.
I primi tempi parlavano spesso in termini cristiani e perfino cattolici; successivamente hanno affrontato molte disquisizioni di occultismo e si sono soffermati sul simbolismo dei Tarocchi per far maturare nuove visioni della realtà.
Quando il Cerchio si è aperto a un gruppo di teosofi e antroposofi, il linguaggio delle Guide ha adottato i termini che erano famigliari a quelle persone. Hanno parlato il linguaggio scientico a dei ricercatori che sono venuti apposta da Roma, il linguaggio mistico a dei religiosi e quello filosofico a chi aveva già studiato i grandi pensatori del passato. Poi, ad un certo punto (non saprei dare una data precisa, ma direi negli anni settanta) mi è sembrato di notare una minore concessione al compromesso didattico, e l'insegnamento ha compiuto un balzo notevole nello sviscerare una realtà oltre ogni schema religioso, morale, scientifico e della filosofia tradizionale.
I semi lanciati stavano generando un nuovo pensiero, e non c'era più spazio per il fraintendimento. Così Dio non poteva avere né volontà né creazione; il karma non aveva Maestri che lo guidassero, e la morale non poteva più riferirsi a qualche dettato religioso o sociale. Tutto diventava nuovo per chi sapeva aprirsi e tutto ritornava al singolo per la propria comprensione e capacità di azione. Così le parole perdevano valore e il concetto emergeva oltre il dettato...per chi sapeva coglierlo.
(U.R.)
Evoluzione oltre il tempo
Quando si parla di evoluzione, si immagina come l'ampliamento della propria coscienza in un percorso temporale. Solitamente si sente parlare di anima e di spirito. Prima di affrontare questo argomento, faccio una piccola premessa per intenderci sulla differenza che prospetto, fra queste due definizioni.
Per quello che ci viene indicato nell'esoterismo l'anima è quell'involucro semi-materiale che serve da ponte di congiunzione con il così detto “spirito” cioè la parte immortale dell'uomo, vera sede della coscienza e in continuo ampliamento conoscitivo. Dopo la morte del corpo fisico, l'individuo conserva la sua anima e tutte le caratteristiche della sua personalità in piani di esistenza progressivamente più raffinati, adatti a comprendere e tradurre allo spirito le esperienze appena trascorse nell'incarnazione terrena. Raggiunto il massimo piano delle possibilità espressive di quell'individuo, non avendo altro da poter capire e esprimere, lo stesso sente il bisogno di reincarnarsi di nuovo per poter ampliare ulteriormente la sua conoscenza.
Le reincarnazioni procedono così toccando (da disincarnati) livelli sempre più elevati e raffinati, fino a quando si è maturata una coscienza tale che non vi è più bisogno di reincarnazioni e si può procedere liberi e autonomi su altri livelli di consapevolezza. In questo caso l'anima non è più necessaria e lo spirito è presente a se stesso e completamente autonomo.
E’ già stato detto, e ho trattato questo punto in altre occasione, che l'individuo, ad un certo punto del suo evolvere (proprio quando raggiunge l'autonomia) scoprirà “l'essere”; cioè sarà consapevole della sua natura spirituale oltre il tempo. Infatti sappiamo che lo spirito non ha tempo, “l'essere” esprime la sua verità oltre ogni tempo in divenire. Dunque che tipo di evoluzione o quale realtà potrà scoprire?
La storia cronologica, è solo una piccola parte della realtà cosmica. Esiste un altro livello e un altro punto di vista in cui si può vivere la stessa storia e lo stesso racconto. Sappiamo che questo livello è, appunto, quello dello spirito, in cui non vi è più la necessità di percezione, perché si identifica con la realtà di sua appartenenza. Identificarsi vuol dire diventare la cosa che prima si osservava, e vuol dire anche “fondersi” con quella storia ed essere tutta le sensibilità che la rappresenta e la “sente”.
Ci dicono che esiste un livello di coscienza in cui avviene questo miracolo. Questa, raggiunta una certa evoluzione, si potrà riconoscere in tutti i personaggi che prima sentiva separati da sé; sentirà di essere stato la madre e il figlio, il marito e la moglie, l'intervistatore e l'intervistato. Sa di esserli stati, sente che la sua individualità ha percorso, in tempi diversi tutti quei personaggi che ha osservato e vissuto come qualcosa di estraneo a se stesso; magari amati o odiati, ma comunque separati in un illusione che, in questo nuovo grado di coscienza, è superata in un realtà unitaria. Adesso si riconosce come il prodotto dell'evoluzione di entrambe le parti, il risultato delle esperienze di tutti coloro che riteneva diversi da sé (La comunione dei santi?).
Il suo tempo ha superato ogni cronologia, e si sta esprimendo come linfa vitale di tutta la storia cosmica che percorre il racconto, cogliendone l'essenza, per ogni aspetto; sentendo tutto il significato della storia, prima con le forme di vita più elementari (i cristalli), nel passaggio successivo con la sensibilità dei vegetali, in cui quell'individualità sente per quello che hanno significato “in tutta la storia cosmica”. E così via per gli animali e, infine per l'uomo; per tutti gli uomini che hanno rappresentato quella qualità di “sentire” e che, quindi, possono far capo a quella Individualità; compresi, forse, anche l'intervistato e l'intervistatore del mio esempio.
Questa è la freccia del tempo spirituale (verticale, e non più orizzontale, in ampliamento del significato, e non più nello scorrere cronologico).
Naturalmente il racconto continua. Perché quell'individualità scoprirà un'espansione ulteriore nel percorrere il significato della storia cronologica, a livelli sempre più profondi, fondendosi con altre individualità, a cui stanno facendo capo altre qualità di sentire. E così via, fino al sentire unico, del massimo grado esprimibile nella manifestazione, cioè sentire d'essere tutto il Cosmo, sentire di essere stato tutte le espressioni, sensibilità e personalità che hanno contribuito a costruire l'unità del tutto-cosmico.
A questo punto il racconto è finito. Però non finisce il “respiro evolutivo”. Ma di questo hanno detto poco o nulla, perchè è davvero fuori da ogni portata di comprensione.
Certi concetti, stravolgono completamente il nostro modo di pensare l'evoluzione in senso lineare, portando a un'idea di vera comunione con tutti gli esseri, al di là del loro vissuto storico e temporale.
Le affinità e le comunioni, infatti, seguono la loro logica naturale di affinità, considerando “tutta” la storia del Cosmo. Non importa quando si è vissuto o il tipo di esperienze fatte. Quello che conta è che il nostro modo di “sentire” la realtà, sia simile, e, poi, identico.
Il fatto è che noi siamo abituati a pensare che il tempo passato non esista più, in quanto è stato utile a generare il futuro, ma non è più nella nostra sfera di percezione, se non come ricordo storico. Così è per il futuro, il quale è solo ipotizzabile attraverso le conclusioni logiche di eventi che oggi stiamo smuovendo. Questi sono i nostri limiti e la nostra modalità di percezione. Per il senso dell'essere, del “sentire”, invece, come abbiamo già visto, le cose sono molto diverse. In quanto percorre la storia per il suo significato, e non per il suo scorrere cronologico. Ecco che il significato (a qualunque livello possa essere compreso), coglie il senso di “tutto” il racconto, sentendo la parte vissuta dall'uomo del medioevo, come quella dell'uomo moderno per il contributo di sentire che questi individui hanno reso, e per la sensibilità simile (equipollente e, quindi, identica) che questi esseri hanno espresso. Forse è “la storia infinita” delle nostre leggende, ma anche quella grande luce di unione tra tutte le creature, di cui noi cogliamo solo un breve e infimo barlume nel sentimento di amore che possiamo esprimere come umani.
Così il racconto continua a essere percorso, ripeto, per il suo significato, donato da tutti gli esseri che si sono succeduti nel tempo cronologico.
Questo fatto come si può realizzare se non con una partecipazione di comunione e di identificazione con tutti i personaggi della storia che hanno la stessa sensibilità. Cioè che sono in grado di esprimere la stessa verità intima, anche se con caratteristiche di eventi esterni molto diversi. Dunque, noi diventiamo “quelli”. Lo diventiamo perché non c'è niente che ci divida nel sentirci di esistere, perché ciò che sentiamo, della nostra storia, ha le stesse consequenzialità logiche di sensibilità, trasporto, amore e tensione verso l'Assoluto.
Ho detto “tensione verso l'Assoluto”, ma ancora prima, tensione verso ciò a cui sentiamo di appartenere. Cioè quella parte della storia, che ha un significato ancora più profondo e chiarificatore di tutto il racconto. Cioè quell'Individualità a cui facciamo capo e che rappresenta il nostro futuro di “sentire” e di essere. Questa esiste già nella storia di tutto il racconto. Ma noi ancora non siamo in grado di farla entrare nella nostra sfera di sensibilità. Non ne abbiamo la consapevolezza. Però essa guida i nostri passi, perché ne ha già percorso il tracciato. E alcune piccole illuminazioni, intuizioni, ispirazioni, forse, provengono proprio da questo essere, che molti identificano con lo Spirito Guida o il proprio Angelo Custode.
Questa realtà, non è ancora nostra come consapevolezza, perché si parla di un piano di coscienza così elevato che non siamo ancora in grado di vivere consapevolmente. Però ne possiamo cogliere la logica, che deriva da una concezione dello spirito oltre la materialità. Altrimenti, se lo volessimo intendere solo attraverso i nostri limiti, lo confineremmo in un formalismo prettamente umano, e lo renderemmo limitato come lo siamo noi.