I vini bianchi, le tette di bronzo e la teoria del primo incontro
Sono in piazzetta a Monti in compagnia di una ragazza molto carina e dopo aver passato in rassegna le mie fisse musicali, dall’elogio dei Nine Inch Nails alle dichiarazioni d’amore per i Mogwai, apro il capitolo vini rossi. A Roma parlare di vino è un ottimo modo per distrarre l’attenzione dagli altri classici della veronesità, come le scorribande goliardofasciste della tifoseria dell’Hellas o la statua di Giulietta, quella con la tetta consumata dalle troppe carezze. Ricordo che alle elementari noi pischelli (buteleti in veronese) solleticavamo il lato pruriginoso del bronzo appoggiando la manina sulle gelide forme di Giulietta per immortalarci nella più banale delle foto ricordo da turista bavarese. A forza di lisciate, in tempi recenti, la tetta si è pure bucata e hanno realizzato una copia della statua per il futuro diletto di turisti e scolaretti in gita. Toccatine assicurate per i decenni a venire, insomma.
Fa un certo effetto pensare che generazioni di veronesi abbiano messo precocemente le mani su una tetta non materna grazie a una statua di bronzo, ma tant’è. (Evito comunque di esternare all'amica questa riflessione sul mio primo metallico approccio al gentil sesso).
Lasciamo perdere le tette di bronzo e torniamo al rendez-vous alcolico. Un preludio di birrette in piazzetta e poi via ai Tre Scalini. Scopro che è pure uno dei suoi locali preferiti in zona. Ci torno con piacere; quando lavoravo in centro era una tappa fissa dei miei aperitivi del lunedì (il lunedì, sia chiaro, escono solo i signori e coloro che vivono al di sopra delle proprie possibilità, come il sottoscritto e una sua cara amica bionda). È una delle osterie più carine della zona: qualche turista, studenti di cinema, molti romani; mediamente radical chic, ma senza esagerare, offre buone bevute e stuzzichini sfiziosi.
Io non possiedo un auto (anche se mi vedete in giro a bordo di un Duetto del ‘78), non ho soldi, non ho l’addominale scolpito: tra le poche carte che posso ancora giocarmi con una donna c’è la carta dei vini. La sfoglio con aria assorta da navigato sommelier, ma in realtà ignoro gran parte delle cantine in elenco. Nella mia carriera ho sfogliato più i volantini del Conad, alla ricerca dell’ultima bottiglia in offerta, che le liste dei vini delle enoteche del centro. Infatti state leggendo cheapwines.it e non enotacaconmastercard.com.
Vado dritto ai bianchi, in aperta contraddizione con i miei proclami valpocentrici da pasdaran del rosso. Non è una cena di pesce, non è un aperitivo, ma voglio un bianco comunque e offro due alternative:
— Bella, ti senti frizzante e aromatica? (ipotesi A: ordino un Müller-Thurgau del Trentino); o sei più ferma e delicata? (ipotesi B: chiedo un Lugana del Lago di Garda). Lei sceglie l’ipotesi B. Concordo; anche perché le bollicine mal si accostano alle ore piccole. Vada per il Lugana (Mi pare fosse questo, ma pardon, ero distratto).
Il giorno seguente, quando riprendo conoscenza (il Lugana è piaciuto molto e le bottiglie sono diventate due) penso al senso profondo della mia scelta. Perché — mi chiedo — se proclamo l’amore per i rossi, poi ordino un bianco? Rifletto a lungo e giungo alla seguente conclusione: se è la prima volta che vedo una persona, condividere una bottiglia di rosso è difficile. Il rosso, più pesante, sincero e autentico, presuppone un minimo di confidenza con chi ho di fronte. Il rosso è schiettezza, introspezione; il rosso tira fuori tutto, anche i nostri lati oscuri. Il bianco è più leggero, ruffiano ed effimero; per questo meglio si addice a un primo (barra unico) incontro. Ecco servita la nuova grammatica delle relazioni alcoliche, la teoria eno-sociologica da bar-sport che mi rimane dopo l’ennesima bella serata consacrata a Bacco. Fatene buon uso e giocatevi pure un Lugana, almeno sulla scelta del vino lei non avrà nulla da ridire. Cin.












