La lampada illuminava il taccuino, bisognava stabilire le regole del gioco. Volevo sfidare la mia autocoscienza, stabilire qual’è il valore aggiunto del rivolgere lo sguardo verso sè stessi, farsi domande e indagare l’io. È invidiabile la vita dei cani, nessun sentore della finitudine, nessuna domanda su di sè, un vissuto semplice.
Pensai: “se l’autocoscienza umana come risultato del processo evolutivo fosse stata una mia scelta, non la rifarei”. La natura ha una sua direzione imprevedibile che valorizza le caratteristiche che meglio si adattano all’ambiente, un pò come il conformista che abbraccia senza riserve lo status quo delle cose, la società sembra fatta su misura. Io invece decisi di inoltrarmi in un paradosso, volevo vincere la mia autocoscienza in bilico tra l’altro indispensabile per definire chi sono e io stesso che guardandomi allo specchio scopro di essere individuo. Alzai lo sguardo verso il fondo della biblioteca ormai vuota e decisi che quella notte sarei rimasto lì, mi nascosi in bagno, aspettai le 22 e ritornai alla scrivania.
Per prima cosa bisognava iniziare spogliandosi di ogni cosa, nessun vissuto e nessuna convinzione. Impossibile nel mondo reale, ma se come uno scultore creassi una nuova persona? L’immaginazione crea spazi nuovi, nel mio inizierò a plasmare me stesso senza vissuto. Iniziai a disegnare una sagoma, nessun connotato o caratterizzazione, un pittogramma.
Nella sala lettura della biblioteca eravamo in due, io e un disegno, bisognava indagare cosa ci rendeva diversi. Lui non sapeva di esistere, non pensava, non vedeva, bisognava aggiungere qualcosa per proseguire nel gioco, doveva percepire il mondo esterno. Accanto al disegno appuntai una lista di sensi: da quel momento il pittogramma poteva sentirmi e vedermi mentre il gusto, l’olfatto e il tatto non servivano. Il mio compagno di gioco era nel pieno del suo percorso evolutivo, in un mondo senza tempo e spazio. Esisteva in un eterno presente, poteva sentire il mio respiro, il ronzio dei caloriferi e mi vedeva, dalla sua prospettiva osservava il soffitto e la luce della lampada che illuminava il foglio sul quale era disegnato. Spostai la lampada per non accecarlo, mancava ancora qualcosa, la coscienza.
Aggiunsi una regola, da quel momento poteva rivolgere lo sguardo verso se stesso. Comparve sul foglio la prima domanda: “come ti chiami?”. I quesiti divennero sempre più fitti e complessi, ero di fronte ad una nuvola di parole e concetti. Si rese conto di essere un disegno, il risultato di un esperimento mentale, la sua esistenza era destinata a finire in un mondo osservato da una prospettiva limitata, intuiva un mondo sterminato di possibilità ma la sua condizione lo avrebbe limitato ad una porzione insignificante. Il gioco stava per finire, iniziavo ad avere sonno, il sole stava sorgendo e da lì a poco sarebbe arrivato il bibliotecario. Stavo per alzarmi, afferrai il foglio per gettarlo e per la prima volta sentii la voce del mio compagno di giochi che con voce flebile mi chiese: “prima di andare, per favore, cancellami”.