DIALOGO NEL BUIO
UN REGALO DI COMPLEANNO
L'Istituto dei Ciechi di Milano organizza una bellissima iniziativa chiamata Dialogo Nel Buio che consiste in un percorso fatto di svariate situazioni completamente al buio in compagnia di una guida ipovedente. Questo è stato il mio bellissimo regalo di compleanno da parte di David e mi ha toccato così nel profondo che ho voglia di raccontare e depositare questa esperienza in un luogo sicuro.
“Che viaggio lungo e strano è stato...”
Francesca è una persona, è una donna ma ce lo dimentichiamo subito perché una volta immersi nel buio tutto ciò che non possiamo vedere è come se non esistesse più. Ad un certo punto, infatti, tutti i meccanismi nella nostra testa scattano e cominciano a funzionare tutti insieme nello stesso momento scatenando impressioni e immagini e quindi Francesca diventa una voce bellissima e avvolgente come la sua casa buia e noi ci aggrappiamo con forza a lei come se fosse un filo sottilissimo di materiale grezzo e delicato insieme. Ci aggrappiamo a questa voce che è un filo che nella nostra immaginazione diventa anche luce che subito si spegne perché è tutto buio ma restiamo aggrappati con forza perché oggi siamo noi quelli diversi, quelli che hanno bisogno di aiuto per andare avanti nel cammino. Perché oggi al buio abbiamo paura.
Siamo in un parco. Riesco a sentire il canto degli uccelli e il rumore debole di un ruscello che scorre e il vento fresco. Il vento non è solo sulla mia faccia, lo sento anche nelle orecchie. Posso anche sentire l’odore dell’erba e i sassi sotto i miei piedi. Adesso ci muoviamo nel buio, impacciati come siamo con il nostro bastone per non vedenti, indecisi se tendere le braccia per toccare lo spazio intorno a noi, per proteggerci dagli urti, per misurare la distanza tra noi e l’altro, indecisi se familiarizzare o no con quel nuovo arto. Sento il profumo di erbe aromatiche nell’aria, se tocchi le foglie e ti annusi la mano puoi sentire l’odore sul palmo e portarlo con te ancora per un po’ e immaginarti di quella volta, la prima, che hai scoperto con la nonna o con la zia o con la mamma che se stacchi una foglia di basilico e ti annusi la mano il profumo rimane ma forse l’hai dimenticato perché il verde del basilico è bellissimo.
Attraversiamo un ponte ballerino che dondola tutto a destra e sinistra e mi sento un budino, mi immagino la testa ciondolare come quella di un pupazzo perché la mia attenzione è nei piedi, nelle mani e nelle orecchie e non mi importa nemmeno di sembrare un pupazzo o di sembrare buffa perché il buio non giudica. Il corridoio in cui entriamo subito dopo il ponte è silenzioso e vengo improvvisamente assalita dalla curiosità di scoprire cosa ci sarà dopo. Vengo anche assalita dall’eccitazione tipica di quando si supera una prova poi dentro di me rido e mi dico “era solo un parco” e sento su di me tutto il peso dei questa parola. PARCO. Sarà una sensazione che si ripeterà alla fine di ogni contesto. Nel corridoio in cui ci troviamo c’è silenzio e non si sentono odori. Sotto di me sento morbido ma non riesco a capire se è erba o terra. Vocefrancesca dice che è sabbia e allora capisco cosa si cela dietro la seconda porta scorrevole. Allargo le braccia e cerco di toccare quello che mi circonda: una spalla, del capelli e del tessuto. Stringo la mano di David e mi rendo conto che qui la concezione di spazio fatta di vuoti e di pieni si riduce ( per poi amplificarsi negli altri sensi e nella mia testa) all’apertura delle mie braccia soltanto.
Adesso facciamo un giro in barca!
Siamo su un pontile, il rumore del mare davanti a noi e i gabbiani che volano sopra le nostre teste. Anche qui c’è una brezza leggera. Tengo gli occhi aperti e seguo Vocefrancesca con la testa come se potessi vederla muoversi in mezzo a noi con estrema facilità senza pensare che tenerli chiusi non cambierà le cose ma non ci riesco perché io vedo con gli occhi e non so vedere senza. Poi Vocefrancesca ci invita sulla sua barca per raggiungere la spiaggia. La sua mano gentile questa volta ci accompagna e ci aiuta perché salire su una barca è molto difficile e rischiamo di cadere in mare e di bagnarci i vestiti. Una volta saliti tutti e otto Vocefrancesca aziona il motore e partiamo e tra noi ospiti si crea il silenzio per la prima volta. La brezza marina ci spettina con dolcezza, il mare si agita sotto le eliche della barca a motore e i versi dei gabbiani si allontanano. Siamo tutti zitti a immaginare tutte le volte che abbiamo preso una barca a motore o un pedalò o una barca a remi. Anche se nessuno parla riesco a percepire i miei compagni pensare alla bellezza di quel momento e in quel momento le lacrime rotolano sul mio viso. Le tampono con un fazzoletto che trovo tenoni in tasca cercando di fermarle ma la bellezza e i pensieri che dedico a questo momento vincono ogni ragione. Così finalmente chiudo gli occhi che riaprirò solo alla fine.
Buio. Silenzio se non per il rumore di un’altra porta scorrevole che si apre sulla terza stanza. L’odore forte del caffè. Vocefrancesca ci guida una coppia alla volta verso dei contenitori in cui dobbiamo mettere le mani e toccarne il contenuto. Sembrano perle, sono tonde e levigate, quasi se ne percepisce la lucentezza ma il mio cervello associa l’odore al tatto e so che sono chicchi di caffè e mi sento tanto Amélie nel suo meraviglioso mondo che infila le mani nei sacchi di juta colmi di semi e trae un piacere quasi bambino, poi penso al cestino dei tesori e all’infanzia e al gioco e a questa fiamma della scoperta che non si spegne mai.
Vi piacciono i miei quadri?
Si apre la quarta porta scorrevole. Qui l’ambiente mi sembra leggermente più grande ma solo mi sembra perché è come stare in un sogno dove tutte le percezioni sono alterate e io non sono più completamente io perché non mi riconosco felice nel buio che normalmente mi fa paura, perché nel mio mondo i quadri e le statue nei musei, nelle case e nei palazzi antichi non si possono toccare altrimenti ti buttano fuori perché sono opere d’arte. OPERE D’ARTE. Nella casa di Vocefrancesca, invece, SI DEVONO TOCCARE per sapere cosa rappresentano. Io toccato tutta l’Italia con la mano, ho sentito tutta la lunghezza dello stivale sotto i polpastrelli e sono stata su tutte le catene montuose del nord e del sud del nostro Stato, ho affondato la mano nei mari e mi sono sentita smarrita nelle isole. Nella casa di Vocefrancesca la materia c’è ed è una cosa importantissima, come una bussola. Il fuoco non brucia finché non lo tocchi con la mano.
Toccare la materia e viverla come una bussola è la chiave che apre la quinta porta scorrevole che ci porta al mercato, luogo di confusione di persone che vociano, mercanti che urlano, banchi colmi di frutta, verdura e vestiti e bigiotteria. Poco lontano dalla piazza del mercato le macchine, i tram, gli autobus, fanno rumore e scaricano gas dall’odore fastidioso. Come faccio a sapere se questa gonna mi starà bene? Ops, ho comprato un pompelmo al posto di un arancia! Ma io non vedo quindi come posso non fidarmi dei miei sensi? Come posso non fidarmi di chi mi vende un’arancia? Come posso non fidarmi di un parere? Come potevo non fidarmi di Vocefrancesca all’inizio di questo percorso? Io non vedo al buio. Lei sì.
Quella mattina io e David avevamo bevuto già quattro caffè. Il quinto dovevamo berlo al buio. La sesta porta scorrevole si è aperta in un bar. La barista, come in qualsiasi bar, ci ha salutato da dietro il bancone e ha preso le ordinazioni. Poi abbiamo pagato, ci ha dato lo scontrino e il resto. Abbiamo bevuto seduti a un tavolo su un divano. Alla fine qui tutto sembra più normale e meno insolito. Vocefrancesca si è seduta con noi e abbiamo parlato con naturalezza e lei è diventata più persona di prima, pur restando sempre una voce. Io avrei voluto fare un sacco di domande ma ho preferito farle a me perché a questo punto tra noi non c’era differenza. Avrei voluto chiederle se ah mai visto i colori ma non potendo l’ho chiesto a me.
Certo li ho visti i colori ma... li ho visti?
Possiamo stringerci la mano?
“Che viaggio lungo e strano è stato...” scriveva qualcuno e lo scrivo anche io ora, dopo qualche giorno. La luce fioca che ci ha riportato alle nostre vite è per metafora simile alla nascita, o meglio a una rinascita che ci ha regalato il valore dell’assenza di un senso e la presenza degli altri quattro e che ci ha restituito la rara impressione di VIVERE un sogno. Vocefrancesca è diventata Francesca con un corpo in un maglione chiaro come i suoi capelli, un sorriso, gli occhi blu, una mano calda, delicata e viva come la sua voce che ha stretto la nostra prima di tornare nel buio.
David, per te una profonda gratitudine che non posso dire.
http://www.dialogonelbuio.org