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Hanno ucciso la stazione di Bologna
Adoro, si sa, gli scenari alla Philip Dick: architetture da Blade Runner, disegni futuristici e futuribili, forme snelle ed essenziali sono un toccasana per il mio animo ubikiano. Acciai e metalli lucidi, ampie vetrate piene di luce, soffitti alti dove si intrecciano scale mobili esheriane e tapis roulant appagano da sempre la mia sete di spazialità infinite. Soprattutto amo ritrovare tutto ciò nelle stazioni o negli aeroporti, in tutti quei posti dove almeno per pochi minuti il passaggio è obbligato e dove posso approfittare delle soste per guardare ciò che quotidianamente mi manca, o dove gli arrivi sono resi più frizzati o le partenze meno tristi. Ma la stazione di Bologna…. ecco quella proprio no. Così, senza preavviso, un giorno dopo l’estate mi ritrovo su un binario nuovo, tetro, scarno, anonimo, dove nuove segnaletiche mi indirizzavano ai piani superiori della stazione. E lì mi ritorna l’eco della vocina ascoltata distrattamente in treno, “stiamo entrando nella nuova stazione di Bologna…”. La nuova stazione, un salto temporale nella tristezza. Un po’ come ritrovarsi al primo livello della città neveriana anziché al settimo. Una nuova architettura che cerca altezza e spazi più contemporanei ma non li incarna affatto, in cui i sentieri ti confondono, in cui l’eco dei tuoi passi rimbomba solitaria, e le facce munte degli addetti delle ferrovie la dicono lunga sullo sconforto del nuovo ambiente lavorativo. Il treno scende nei sotterranei senza che tu te ne accorga, e questo ci sta, ma il nuovo arrivo è spoetizzato e senza storia. La stazione di Bologna, invece, è l’arrivo lento attraverso tracciato tra i tetti bassi e il rosso dei mattoni, che scuote un po’ la vista dal torpore del viaggio e ti dice “sei arrivata”, e dove il rosso cambia a seconda delle stagioni. La stazione di Bologna è la sensazione raccolta del suo atrio, dove etnie e look si fondono frenetici in pochi metri quadrati, è quel luogo dalle geometrie piccole, forse poco adatte all’alta velocità, ma in cui arrivare a differenza di altri posti è rassicurante. La stazione di Bologna è l’attesa degli amici universitari, degli ex mai passati di moda, delle amiche di sempre. La stazione di Bologna è i suoi morti, è il suo orologio fermo alle 10:25.
La stazione di Bologna, ora, è un moderno star gate senza poesia. “Siate pazienti” dicono alcuni, “migliorerà”. L’attesa si vede, è nel PVC che ancora avvolge le zone in cantiere. Eppure anche la parte più fantascientifica del mio occhio non si abitua e non s’innamora. In effetti, mi dico, hanno ucciso un’altra volta la stazione di Bologna. E come sempre senza chiederci il permesso.
Tracce on Flickr.
Tracce
Untuned usage of Oybō Trefle: cut them and add this warm solution to your ice training! Thanks to M.
Fearless on my breath
September out (presso Meeting Service)
Jazz it
Sharp clumsy heart, you don't know the breadth of your movements. Of the lovely eyes you remember the tears, and of the sea you hold the foam.
My South, forget the black of the never-ending mourning and spread your frowns in wide and serene smiles.
E quando guardando su la notte brilla coi suoi diamanti l’astronomo punta il blu col cuore grande che fa fatica
L’astronomo, C. Torchia