Provocazione, ma neanche tanto. Il tema è l’innovazione, di prodotto. La dinamica sembra scritta nella pietra, almeno con visuale Italia. Ecco il processo. Hai l’idea e cominci a studiarci sopra. Guardi il mercato, i competitor, le opportunità e intanto lavori di lima mentale, affini, ottimizzi. E ovviamente cominci a occuparti di come produrre. Con chi. Il tutto viene un po’ da sé, perché mentre ti chiarisci i dettagli coinvolgi anche chi conosce la materia, chi produce. Ovviamente, di nuovo, vai da qualcuno che è bravo e che è prezioso per capire meglio, per affinare ancora. E - con un po’ di gratitudine per quello che ti ha insegnato - arriva il momento in cui gli affidi la produzione, tutta o una parte.
Cambiamo punto di vista. Vediamola dalla parte dell’artigiano, del produttore. Sei bravo, sai fare il tuo mestiere. Guadagni, ma guadagni lavorando. Hai una rendita di reputazione e di mercato, ma è una rendita difficile da vedere perché significa solo che non ti manca il lavoro e che te lo fai pagare. Non sono soldi facili, sono soldi che ti sudi un euro sopra l’altro. E arriva l’innovatore, con la sua idea. Cosa di cui un po’ hai bisogno - magari si svolta - ma di cui i tuoi affari non hanno affatto bisogno. Perché sono altre beghe… divertenti, ma problematiche. Sì, la sfida riaccende antiche emozioni, dai cassetti della memoria saltano anche fuori idee rimaste sepolte sotto troppe cose da fare… la tentazione fa il suo corso. E si va.
Nuovo cambio di sguardo. Ci siamo! Idea validata, team pronto all’opera, oneri finanziari ed economici sotto controllo. Si comincia davvero. E si entra in medias res, si collabora, ci si scambiano i pensieri, si studiano le soluzioni, si incrociano le competenze e le visioni. È un momento esaltante, sotto molti punti di vista, un momento di creazione , di invenzione, di innovazione. Ma è anche il momento in cui non si vedono i problemi e l’errore chiave è già stato compiuto. Preventivo, previsione di tempi e di costi, ma nessun contratto. Il preventivo è un contratto? Sì è no, perché non ci sono tempi e modi garantiti, non ci sono penali, non ci sono condizioni di vendita. Come potrebbe essere diverso? Sono troppi gli imprevisti, sono troppi i dettagli che non si conoscono: è innovazione, non c’è niente di davvero codificato. E l’artigiano, in più, è comunque un animale selvatico: sa cosa fare, ma non pianifica, si muove a istinto, una fase alla volta, vede, ragiona, agisce... Un costo di massima, una tempistica di massima, poi talento, perizia, mestiere.
Ma è qui che crollerà tutto, è qui che si inchioda tutto ogni volta. Perché non è mai facile come sembra e gli imprevisti non vengono solo da dentro, vengono anche da fuori. Un lavoro importante, un cliente a cui non puoi dire di no, una impasse su cui serve ragionare… i tempi si allungano, si allungano i costi, la startup va in sofferenza con gli investitori. Eccetera eccetera. Da qui in avanti le sfumature sono migliaia, anche a seconda della qualità umana del rapporto, ma lo stop è inevitabile. E dannoso. Ma qual è il danno? Come si può immaginare di poterlo imputare (e far pagare) al maledetto disorganizzato selvatico artigiano? Non firmerebbe mai un contratto con una penale - non ne firmerebbe nessuno, di contratto, in realtà - ma anche se fosse: quale può essere l’entità milionaria miliardaria di una startup che non nasce? Eccetera eccetera.
Idee per uscirne? Forse, ma prima delle idee bisogna ammettere che è così che vanno le cose. Che i meravigliosi superumani incredibili artigiani - senza nessuna ironia, perché davvero possiedono un patrimonio di conoscenza pratica inestimabile - non sono aziende, non sono veri soggetti economici, non hanno organizzazioni certificate e capacità di rispondere delle proprie azioni, non fuori dal seminato. E non sono affidabili, non lo sono per niente. I maledetti artigiani.