neofita rampante che colle labbra inumidiva un corpo immacolato sotto i lampioni di una notte stellata. con dita danzanti percorrevo ogni curva del suo corpo: le guidai sul suo ventre, le feci strisciare sul suo stomaco ben levigato e la privai del cotone ormai inesistente che le copriva il petto. compresi in quel preciso istante che l'erezione sostenuta per quasi due mesi con tanta fedeltà era un piccolo colle a paragone della cordigliera che emergeva stretta sotto il tessuto di quell'irritante jeans strappato. s'intorbidì anche il mio sguardo, poggiato sulle sue palpebre chiuse. ero cosciente della mia ingordigia e in egual modo dell'inesperienza che guidava il mio tocco e le mie successive azioni.
rimasi per un istante immobile tra le sue gambe, a guardarla, con la paura folle di poterla perdere e in un attimo solamente mi domandai s'era giusto continuare. era piccola, sotto il mio corpo, tra le mie braccia, con quelle dita calde ancorate alla mia pelle tosta. quella situazione era figlia d'amore e desiderio che s'erano voluti per un lasso di tempo indefinito, notte e giorno, per interminabili ore. avrei voluto una giornata di quarantott'ore solo per riflettere e per esplorare al meglio ogni parte di lei; per dare la giusta importanza a ciò che di se stessa odiava. lambii ogni suo poro, il più tenue centimetro delle sue braccia, la serica cascata delle palpebre, il vertiginoso declivio del collo. la luna immensa m'inondava di luce, ed ebbi la certezza di comprendere, colla mia lingua intrecciata alla sua, che cos'era l'infinito.
era il tempo del raccolto, il nostro amore era maturato rubusto e duro nella propria armatura e le parole tornarono alle loro radici. fui lieto di rimirare quelle gote rosse muoversi al di qua e al di là del cuscino; due gustose fragole appena colte e lavate da mani gentili. circumnavigai le spalle della mia amata con le mie braccia e, come se entrambi stessimo danzando al ritmo d'una danza segreta, le slacciai il reggiseno. sollevai l'indumento che mi soffocava al di sopra della testa, esponendo così il dorso alla luce bianca del televisore, e lo lasciai riunirsi al pavimento legnoso.
la guardai.
poi smisi di guardarla negli occhi e stetti a fissarle un bel po' i seni nudi, senza dire niente, non stavo nemmeno pensando. immaginavo, con perdonabile romanticismo, che ogni metafora coniata, ogni sospiro, ogni anticipo della lingua di lei sui lobi, fosse una forza cosmica che nutriva ciò che l'avrebbe fatta lievitare di felicità . i miei polpastrelli si posarono tra l'insenatura del suo petto e il palmo scivolò sulla sua guancia accaldata. un attimo e le mie labbra tornarono sulle sue, mentre la mano libera continuava indisturbata il proprio percorso dal ventre alle costole, per trovare un arrivo sul suo décolleté prosperoso. sentivo l'areola rispondere alle provocazioni del mio tocco, lentamente, e qualcosa in me si smosse. i titoli di coda scorrevano al nostro cospetto, come un sipario calato con flemma per dare agli spettatori il tempo di acclamare i protagonisti dello spettacolo. le mie ginocchia puntellavano contro il materasso, tra le sue cosce, e si tirarono indietro costringendomi a retrocedere col busto. desideravo sfiorarla forte quanto un filo d'erba che nasce; e appassionatamente, per sgonfiarle ogni preoccupazione. dolce scorreva il mio guardo ingordo sul suo corpo, riflettendo, nello specchio cristallino dei suoi occhi, ogni pensiero; avrei voluto farle capire la sua magnificenza. le sorrisi mentre le mie dita erano impegnate a dividere l'asola dei suoi jeans dal proprio caro bottone. e con un gesto unico glieli sfilai di dosso. «sei bellissima,» primo sussurro, dapprima che la mia bocca le sfiorasse il basso ventre. «e sei mia,» aggiunsi risalendo sul suo ombelico. e più andavo su, più complimentavo ogni sua deliziosa curva; ero grato alla natura per averla creata. nel momento del ricongiungimento delle nostre labbra, superai il tessuto leggero dei suoi slip e le carezzai l'intimità coi polpastrelli centrali delle terminazioni del palmo sinistro; umida fiamma di piacere che mi toglieva il sonno.















