SPAZIO PUBBLICO tra spazi della collettività e vuoti
La prima parte di questo saggio esplora le dissertazioni di due ricercatrici del Dottorato di Ricerca in Architettura, teoria e Progetto della Sapienza Università di Roma: Maria Veltcheva (2005) e Alessia Guerrieri (2014). La seconda parte analizza la posizione che lo spazio pubblico dovrebbe avere, da qui ai prossimi 20 anni, nello sviluppo urbano secondo la Nuova agenda urbana (New Urban Agenda) approvata lo scorso Ottobre a Quito (Ecuador) in occasione di HABITAT III da parte dei membri delle Nazioni Unite. La parte conclusiva prevede l’intervista ad una delle due ricercatrici ed è attualmente in fase di elaborazione.
L’analisi del concetto di Spazio Pubblico nel progetto architettonico e urbano ha avuto diversi approcci e sviluppi negli ultimi 40/50 anni da un punto di vista progettuale, legislativo, economico ma soprattutto sociale. Le due tesi, redatte a 9 anni di distanza l’una dall’altra, esplorano, in modo completamente diverso, il carattere pubblico degli spazi urbani e/o architettonici. La prima, della Veltcheva, parte dall’analisi della crisi dello spazio pubblico degli anni 90 fino ad arrivare ad analizzare come grandi interventi urbani dell’inizio degli anni 2000 interpretano questa tipologia di spazio in tre città europee: Roma, Parigi e Berlino. Il secondo testo, di Guerrieri, ha al centro del proprio tema il Vuoto identificato come infrastruttura ed utilizzato come strumento di lettura della città diffusa con l’intenzione di mettere in crisi l’idea della densità urbana a favore del ruolo del vuoto come strategia ma soprattutto come opportunità per la città contemporanea.
Maria Veltcheva, La Nozione di Spazio Pubblico nei nuovi spazi collettivi in Europa _ Francia, Italia, Germania. (2005) Tutor: prof. Fausto Ermanno Leschiutta ( Sapienza) e prof. Yannis Tsiomis (Ecole d’Architecture di Paris-Belleville
Veltcheva inizia la sua ricerca riconoscendo la crisi dello spazio pubblico Europeo negli ultimi 15 anni (dal 90 al 2005) identificando l’estinzione del suo ruolo sociale e civile sul territorio urbano e subendo un interiorizzazione, come la definisce la stessa autrice, che lo trasforma da progetto urbano a progetto architettonico se non di design. La tesi è stata impostata su una struttura ‘scalare’ dove il concetto di spazio pubblico viene esplorato ‘dal Cucchiaio alla Città’ (Ernesto Rogers) o meglio ‘dalla città al cucchiaio’. Parte infatti dalla macro idea concettuale dello Spazio pubblico europeo complementare ed eterogeneo, investiga il suo rapporto con la scala urbana per poi passare a quella architettonica analizzando lo Spazio Pubblico e il suo contesto fino ad arrivare ai cinque casi studio, tre romani (Parco della Musica, MAXXI e Centro Congressi Italia) uno parigino (Projet Les Halles), e uno berlinese (Potsdamer Platz). La sua interpretazione della nozione di spazio pubblico la porta ad elaborare 10 cosiddetti ‘attributi’: Emozione, Tecnica, Natura, Identità, Memoria, Autenticità, Neutralità, Sicurezza, Eterotopia, Rappresentatività. Tra questi attributi è interessante il ruolo del vuoto come spazio pubblico dal carattere ‘eterotopico’. Uno spazio assoluto che, come scrive l’autrice, ‘intende rovesciare e negare le logiche urbane rivelando un ordine diverso della città’ ponendosi come dispositivo atemporale. La ricercatrice continua definendolo anche spazio “oppositivo” e “contenitore di conflitto” senza però troppo approfondire questo aspetto molto interessante e probabilmente cruciale nel passaggio dal carattere urbano ed esterno dello spazio pubblico alla sua interiorizzazione soprattutto se lo si relaziona con l’utilizzo dello spazio pubblico dal ’68 fino alla fine dei cosi detti anni di piombo, periodo storico in cui, non solo in Italia, lo spazio pubblico aveva un carattere di contestazione e violenza (e che sicuramente va di pari passo con l’attributo Sicurezza). Lo spazio pubblico degli anni 90 trova cosi una sua identità grazie alle sfumature diverse e alla combinazione di questi attributi creando una spazio pubblico interiorizzato ed ibrido che però rende la parola pubblico obsoleta ma soprattuto non veritiera dato che l’entità gestionale di questi spazi è prevalentemente privata. L’architettura dello spazio pubblico si identifica una vera e propria tipologia edilizia, quella del centro commerciale e/o dei parchi divertimenti/svago, edifici ibridi che mettono a disposizione spazi per lo stare insieme o ‘luoghi di identità collettive’ che eliminano l’idea di pubblico come risorsa a disposizione del cittadino diventando spazi e/o risorse a disposizione del consumatore (che sia di prodotti o di svago). La parte conclusiva della ricerca, come anticipato, si concentra su tre città europee, ognuna delle quali ha un carattere particolare del proprio spazio pubblico. La città di Roma viene studiata nelle sue cittadelle e ‘campi di periferia’ in seguito alla creazione delle nuove centralità nel nuovo piano regolatore del 2003 e focalizzandosi in particolare sulla centralità dell’asse di Via Guido Reni prendendo in esame l’Auditorium di Piano e il MAXXI dell’Hadid. Di Parigi viene analizzato lo spazio pubblico in relazione alle infrastrutture soprattutto in relazione al rapporto con il sotterraneo. Berlino invece viene affrontato studiando gli ‘Atrium’, spazi chiusi climatizzati come ad esempio il progetto di Renzo Piano del Potsdamer Platz. Il testo si conclude con la proposta di un Piano di Sviluppo degli Spazi Pubblici (PSSP), che mira ad individuare le potenzialità per lo sviluppo dello Spazio Pubblico e la creazione di modelli che attivino le potenzialità di tali spazi grazie ad un management strategico dello spazio pubblico. La proposta, molto interessante e quasi all’avanguardia rispetto all’anno di pubblicazione (2005) non le viene dato il giusto risalto all’interno del discorso complessivo.
Alessia Guerrieri, L’infra-struttura del vuoto. Interpretazioni, usi e figurazioni degli spazi vuoti della città contemporanea (2014) Tutor: Alessandra De Cesaris
La ricerca di Alessia Guerrieri rivolge la sua attenzione alla città diffusa e frammentata e mira a valorizzare questa condizione contemporanea grazie all’interpretazione del vuoto come Infra-struttura a sua volta interpretata come opportunità. Anche Guerrieri lavora il vuoto su un rapporto di cambio continuo tra scala e forma del costruito (ma anche del non costruito). Si parla di spazialità e di identità spaziali che vengono messi a sistema per poter creare una rete che sia al servizio delle città e della loro rigenerazione. Gli esempi portati sono di due tipi, il primo criterio rientra nel concetto di paesaggio del vuoto che includono ‘gli spazi residui dell’edificazione e quelli dell’abbandono’ il secondo si riferisce a due tipologie di vuoti, quello di costruzione e quello di funzione (gli spazi costruiti che non hanno ruolo né uso)’.
La tesi è strutturata in tre parti: la prima analizza la città contemporanea da un punto di vista spaziale, strutturale/gerarchico concentrandosi sul rapporto centro-periferia, e formale. La seconda parte è alla ricerca di uno strumento per la rigenerazione della città che viene identificato e esplorato nel concetto di Vuoto come infra-struttura. Dopo una meticolosa lettura della città attraverso il vuoto, si sviscera il significato di quest’ultimo tra materia, paesaggio e infrastruttura urbana con un’analisi dei tipi di vuoto presenti nel tessuto urbano diffuso. La terza parte propone una nuova identità per la città diffusa basata su nuove Visioni, Contaminazioni e Multifunzioni investigando progetti dai caratteri europei da Milano a Madrid ad Aversa. La tesi si conclude esaminando tre nuovi tipi di città contemporanea o del futuro, città adattabile, sostenibile e democratica proponendo progetti innovati e sperimentali sia da un punto di vista teorico che pratico ma che esplorano la tendenza delle città del futuro.
Questa tesi, oltre a sdoganare l’idea negativa di città diffusa ma soprattutto dei vuoti, smentisce anche l’idea che lo spazio pubblico non sia parte del DNA della città contemporanea. Indirettamente infatti, restituisce l’idea nobile di spazialità pubblica in una nuova chiave di lettura aprendo alle infinite possibilità di reinterpretazione dello spazio urbano, sia esso delimitato da forme (e formalità) sia esso parte di un gap o di un mal funzionamento amministrativo e burocratico. L’identificazione di una rete infrastutturale di vuoti è sicuramente il punto di appoggio e di partenza del nuovo ruolo che lo spazio pubblico si è conquistato nella sviluppo urbano equo e sostenibile dei prossimi 20 anni definito dalle Nazioni Unite.
Il 2016 é stato un anno dove sono stati rielaborati e proposti nuovi accordi internazionali sullo sviluppo sostenibile con particolare attenzione alle città. Un processo iniziato già da anni ma che ha cominciato a configurarsi nel 2015 con l’approvazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals SDG 2030). L’agenda, che definisce ben 17 goals per garantire la sostenibilità mondiale delle scelte politiche e amministrative, per la prima volta inserisce le città come realtà cruciali per la sostenibilità, esplicitandolo nel Goal 11 che città devono essere inclusive, sicure, resilienti e sostenibili [Goal 11. Make cities and human settlements inclusive, safe, resilient and sustainable]. Per raggiungere questo goal, è menzionato nel punto 11.7, lo Spazio Pubblico, spazio cardine per garantire accessibilità universale soprattutto per le fasce di popolazione considerate più deboli. [11.7 by 2030, provide universal access to safe, inclusive and accessible, green and public spaces, particularly for women and children, older persons and persons with disabilities] A questo documento del 2015 si unisce il Paris Agreement on Climate Change del 2016, documento che sostituisce il Protocollo di Kyoto, e che è in fase di approvazione dagli stati membri delle Nazioni Unite. L’evento più significativo per lo sviluppo urbano però è riconducibile nella terza conferenza mondiale di UN-HABITAT, HABITAT III. Un evento che si tiene ogni 20 anni, iniziato nel 1976 a Vancouver, ripetutosi ad Istanbul nel 1996, fino a quello dello scorso Ottobre a Quito. Lo Spazio Pubblico in questo caso è stato fondamentale per la stesura della Nuova Agenda Urbana, approvata proprio alla conclusione di HABITAT III. Il suo ruolo cruciale lo si riscontra già nei documenti elaborati per HIII: - MANIFESTO FOR CITIES _ THE URBAN FUTURE WE WANT (WUF6, Napoli 2012) - La carta dello Spazio Pubblico (2013) - BARCELONA DECLARATION FOR HABITAT III (2016)
Questi documenti hanno contribuito alla stesura finale della Nuova Agenda Urbana [The New Urban Agenda] che cita la spazio pubblico in più di 30 occasioni.
Come spesso accade, i documenti internazionali delle Nazioni Unite (documenti già di per se semplificati al momento della stesura stessa), vengono approvati ma poi difficilmente messi in atto o implementati. Per questo una delle domande è come i progettisti, prendendo atto di questo nuovo stato dell’arte, si rapporteranno con la progettazione della spazialità pubblica tenendo in considerazione tutti gli stakeholder che ogni singolo spazio metterà in relazione?




