Un giorno la tua tristezza decise di non nascondersi più nei pensieri e prese la forma di un piccolo visitatore silenzioso, sedendosi sulla sedia accanto alla tua. Non aveva intenzioni malvage; non era lì per distruggerti, ma solo perché era stanca di essere ignorata, respinta o nascosta dietro un sorriso forzato.
All’inizio la sua presenza ti sembrò soffocante e pesante, capace di togliere il colore a ogni stanza. Provasti a mandarla via, a riempire il tempo con mille distrazioni, ma lei rimaneva lì, immobile, chiedendo semplicemente di essere guardata.
Allora, stanco di combattere, decidesti di fare l’unica cosa che non avevi ancora tentato: smettere di fare la guerra. Ti sedesti accanto a lei. Invece di scacciarla, la accogliesti come si fa con un ospite bagnato dalla pioggia. Restaste in silenzio per ore, mentre fuori il mondo continuava a correre. In quel silenzio condiviso, iniziaste a camminare insieme. La portasti fuori, tra gli alberi, lasciando che il vento e i colori della natura avvolgessero entrambi.
E lì, senza bisogno di troppe parole, capisti che la tua tristezza era solo una parte del tuo viaggio. Non era un punto di arrivo, ma un luogo di passaggio. Una sosta necessaria per riposare l’anima, curare i graffi invisibili e prepararti ad apprezzare, con una consapevolezza tutta nuova, la luce del prossimo mattino.
La mattina dopo, al tuo risveglio, la sedia accanto al letto era vuota. Il visitatore se n’era andato, lasciandoti addosso non più un peso, ma una strana, leggerissima pace.