Una delle cose affascinanti di Paperone è che avendo avuto tante interpretazioni autoriali nel tempo, si è scomposto di fatto in diversi personaggi. E quindi alcuni lettori preferiscono vederlo come un furbastro un po' cattivo, guidato da un'incorreggibile grettezza, mentre per altri è un cuore d'oro che indossa la maschera dall'avaro per difendersi dal cinismo del mondo.
A me piace provare a cercare comunque una coerenza nel suo modo di comportarsi e penso che anche il suo creatore originale, Cark Barks, pur non essendo interessato alla continuity, avesse in mente una certa mappatura interna del personaggio, anche se apparentemente pieno di contraddizioni.
Nella storia Paperone a nord dello Yukon, ad esempio, Paperone viene messo in una situazione dove avrebbe mille scuse per prevaricare gli altri, e invece la differenza col rivale Soapy Slick, vecchio strozzino che minaccia di impossessarsi più o meno legalmente di tutto il suo denaro faticosamente guadagnato, non potrebbe essere più abissale.
La malvagità di Soapy traspare da ogni vignetta, anche per il modo in cui sfrutta quei poveri cani da slitta, portandoli allo stremo e colpendoli continuamente con la frusta. Frusta che invece non si vede mai in mano a Paperone. Sin dal primo momento tratta Barko e gli altri cani come suoi pari. Non li costringe a fare niente che non vogliano, li lascia riposare, li aiuta addirittura a trainare la slitta e rinuncia a salvare il suo intero patrimonio mettendo anche a rischio la sua stessa vita per salvare Barko.
Questo rapporto simbiotico di Paperone con gli animali dimostra come abbia un animo profondamente buono per quanto ruvido, che non si approfitta di qualcuno dall'alto di una condizione di superiorità, non si fa trascinare dall'avidità e nemmeno dalla paura di perdere tutto. Quando si comporta in modo scorbutico in realtà lo fa solo per difendersi e comunque non sfocia mai nella cattiveria e nel sadismo. I suoi discorsi non sono mai arbitrari ma c'è sempre una filosofia dietro che li giustifica. Ed è sempre disposto a mettersi in discussione e permettere agli altri di provare il loro punto. Penso a storie come Il ventino fatale o anche una storia italiana di qualche anno fa, intitolata Zio Paperone e la sfida da 50 dollari, dove accettando una sfida con Rockerduck, finisce col rivedere la sua opinione anche su Paperino.
Poi sì, è anche furbo e ha una certa tendenza a piegare le regole o meglio a infilarsi nelle sue zone grigie. E lo fa con delle astuzie così fini che quasi non si riesce a disprezzarlo. Ma non sono i piani astrusi dei Bassotti che cercano di soffiargli il patrimonio facendosi beffe della legge. Ci vedo piuttosto una personalissima lotta di Paperone per la propria identità: non sopporta di non saper guadagnare e risparmiare come ha sempre fatto e quindi si ingegna in modi sempre nuovi per dimostrare che ne è ancora capace, senza infrangere le regole e il suo onore, al massimo con qualche "licenza poetica". Ma anche lì, non fa mai davvero male a nessuno e se si rende conto di averlo fatto, fa di tutto per rimediare.
Per questo è un personaggio a cui non si può non voler bene. E ho l'impressione che quando decide di approfittarsi di qualcuno lo fa solo perché sa che sono persone non meno maliziose di lui. Quindi a Rockerduck e Cuordipietra riserva una buona dose di tiri mancini, se non truffe in piena regola, perché sa che sono degli squali anche loro. A Brigitta gioca qualche raggiro perché lei fa lo stesso quando cerca di incastrarlo in matrimoni non voluti (alcune sue vecchie storie come Paperino e la sposa promessa, la vedevano in un ruolo alquanto machiavellico).
Con Paperino non si fa problemi a scroccare, sottrargli tesori e rinfacciargli debiti per fargli fare quello che vuole, perché lui è sempre lì che gli chiede prestiti e poi scialacqua tutto.
Insomma vedendola dal suo punto di vista c'è un contrappasso ben misurato nel modo in cui si atteggia agli altri, anche se a volte va a finire che è Paperone a mettersi dalla parte del torto.
Invece con gli mostra gentilezza senza aspettarsi niente da lui diventa molto gentile e premuroso. Lo è con la famiglia, gli amici e chiunque gli faccia una buona impressione. Soprattutto con Nonna Papera si trasforma o si frena, non osa contraddirla e quando lo fa se ne pente subito.
Battista potrebbe pagarlo di più ma non gli fa mancare niente di cui abbia bisogno e Battista è uno semplice. Se si trovasse male, nulla gli impedirebbe di cambiare lavoro, in alcune storie lo faceva.
La battuta di Paperone che fa lavorare i dipendenti gratis è un po' un tormentone pigro delle storie italiane, in quelle barksiane non era così, anzi in alcune storie Paperone paga Paperino 30 centesimi l'ora per lavori che nemmeno esistono, tipo... Arrabbiarsi al posto suo!
Un'altra cosa che ho notato nelle storie di Barks è che il deposito è pieno di questi dipendenti più o meno anonimi che serbano al loro principale un atteggiamento tutto sommato benevolo come se lo vedessero come il classico can che abbaia non morde che sotto sotto fa quasi tenerezza con i suoi continui racconti (romanzati?) dei tempi andati. E poi hanno capito che conoscendolo un poco, Paperone non è neanche così difficile da prendere…
Quando Carl Barks introduce la sua creazione più celebre nel magazine Four Color, pone ai lettori una domanda che forse chiunque si è fatto almeno una volta: cosa fareste se aveste tre ettari cubici di denaro?
Zio Paperone quel denaro ce l'ha. Ma tutto ci fa tranne che spenderlo. Lo usa per tuffarcisi dentro come un pesce baleno, scavarci gallerie come una talpa e farselo ricadere sulla testa. In sostanza, per svagarsi. Un modo molto originale di svagarsi che Paperone afferma essere l'unico piacere di cui ha mai goduto, giacché per accumulare una simile ricchezza ha dovuto rinunciare a tutti gli altri. Più che il solito avaro, Paperone si presenta quasi come un asceta che, come spiega al nipote Paperino, ha scelto una vita di privazioni in favore di un piacere supremo.
Paperino è ben poco convinto da questo discorso e il suo sguardo ironico parla ancora prima delle sue parole. A ben vedere, in effetti, sembra che zio Paperone sia chiuso in un circolo vizioso. L'ansia di rimanere povero lo spinge ad accumulare ossessivamente ricchezze, ma questo non lo rende libero da problemi. Problemi che emergono presto, da quelli piccoli come le tarme che rischiano di rovinare le banconote, a quelli grandi rappresentati dalla pericolosa banda bassotti, che le studia tutte per soffiare il patrimonio al vecchio cilindro. Insomma, mentre Paperino deve “solo” ingegnarsi ogni giorno per trovare un lavoro, guadagnare qualcosa e ricominciare il giorno dopo quando avrà già speso i suoi soldi, Paperone non solo non si gode i soldi nel senso tradizionale del termine, ma deve anche preoccuparsi di difenderli.
Naturalmente Paperino ha il problema opposto di essere troppo spendaccione e pensare solo al presente. Ma dopo le giornate di guai che passa per aiutare lo zio a difendere la sua immensa fortuna, non gli si può dare torto quando arriva a definire quei favolosi tre ettari cubici nient'altro che una rottura di scatole. E zio paperone non un uomo di successo, ma solo un povero vecchio. Frase che lascia attonito il ricco zio, come si vede in una bellissima vignetta muta che lascia spazio a interpretazioni circa i pensieri che attraversano la sua mente.
Qualunque cosa abbia pensato, però, viene messa subito da parte ed etichettata come stupidi, infantili discorsi. E la storia si conclude come era iniziata: con Paperone che si dedica all'unico svago che gli piace: nuotare nel denaro.
Sembra, dunque, che a modo suo Paperone sia felice. E del resto, nessuno sa essere il papero più ricco del mondo come lui sa fare: sventando le furberie di chi minaccia la sua ricchezza con qualche asso nella manica in più, dimostrandosi più tenace di loro e tutto con tendenziale onestà. Ma è interessante come, nella sfida con la banda bassotti, a tradire Paperone e a salvarlo poi siano la stessa cosa: l'abitudine di fare il bagno nei soldi. Paperone, che ha rinunciato a ogni piacere per diventare infinitamente ricco, viene messo nel sacco proprio per aver ceduto all'unico svago che si concedeva, che lo porta a rovinare il geniale nascondiglio delle sue monete perché non può fare a meno di quel gioco.
Paperone, insomma, sarebbe tutt'altro che l’asceta che mira ad essere. Ha bisogno, come tutti, di divertirsi. E scegliendo come unico divertimento il denaro, facendone il fine piuttosto che lo strumento, si è condannato a vedere costantemente minacciata l'unica cosa che lo fa stare bene. Un bel paradosso per uno che non voleva più avere problemi.
Ma in fondo, forse, Paperone è proprio questo: l'incarnazione di una nevrosi, di cui l'avarizia non sarebbe altro che un sintomo piuttosto che un vero tratto della sua personalità, che forse sarebbe più azzeccato descrivere con una parola non spesso associata a Paperone: ansiosa.
Nelle storie Paperino e il ventino fatale e Zio Paperone e il re del fiume d'oro vediamo anche come l'avarizia di Paperone lo fa rapportare agli altri. Il discorso viene accennato nel ventino, quando Paperone subordina la richiesta di Paperino di finanziare un cenone di Natale alla capacità da parte sua di procurarsi la parte dei soldi destinata a "uno stupido, inutile trenino" (che poi, ironicamente, rivela di avere comunque una sua dignità...), ma viene approfondito nel re del fiume d'oro, dove Paperone rivendica ancora una volta la sua filosofia "ascetica", non tollerando che siano gli altri ad approfittare del denaro da lui faticosamente risparmiato per soddisfare i loro desideri.
Però se da un lato viene quasi da dare ragione a Paperone, questa storia dai contorni fiabeschi prende una piega diversa dal solito.
Quando Paperone si rende conto di non essere degno del fiume d'oro, si dimostra capace di rivedere a fondo il suo comportamento. Prende atto della sua ipocrisia dopo aver tentato un gesto di generosità interessata per sfruttare la leggendaria ricompensa del fiume, e conclude che il suo atteggiamento non solo gli sta impedendo di accedere all'oro che desidera, ma non lo fa neanche stare bene.
All'improvviso si sente male per i nipotini a cui ha rifiutato un aiuto, solo perché lui non ne aveva mai avuto. Ma sicuramente gli avrebbe fatto piacere averlo e forse quella è la causa di tutto. Un circolo vizioso a cui Paperone decide di mettere fine, compiendo un vero gesto di generosità. Vero, perché come dimostra il bel finale della storia, Paperone non è più preso dalla foga dell'oro. Sa che sarà lì per lui fintanto che si comporterà bene. Non tanto l'oro del fiume, ma l'oro in senso metaforico, inteso come pace con se stessi.
Perché in fondo la gentilezza alla lunga paga. C'è chi se ne approfitta, ma aiuta anche ad avere persone vicino. E non serve a niente avere tre ettari cubici di denaro se sei solo contro un mondo che vuole rubarteli.
Una storia che sembra quasi voler dare un compimento all'arco narrativo di Paperone, risolvendo un nodo storico della sua personalità.
Zio Paperone, Amelia e il patto della luna è una delle mie storie preferite di sempre.
Non mancano l'avventura e l'umorismo tipici delle storie Disney ma si distingue per essere credo la prima storia ad aver avuto il coraggio di scavare nel personaggio di Amelia, mostrandoci un lato inedito di lei che va oltre la solita strega ossessionata da un unico obiettivo.
Anche se nel tempo ho un po' ridimensionato la rivelazione della numero uno come missione imposta dal concilio delle streghe (preferisco che sia almeno in parte una sua iniziativa, così come non mi appassiona particolarmente la rivalità streghe cattive vs fate buone), apprezzo molto come con poche parole ben misurate (e splendidamente illustrate) si sia mostrata un'Amelia che si interroga sulla possibilità di una vita diversa ma al tempo stesso accetta il suo destino.
Molto belli i confronti verbali tra Amelia e Paperone e il fatto che alla fine quest'ultimo non capisca se Amelia ha voluto dimostrare qualcosa a lui o piuttosto a se stessa.
So che questa storia può sembrare l'eccezione che conferma la regola, ma mi piacerebbe se anche nelle storie più ordinarie si tenesse conto di questo legame segreto tra nemici, con Paperone che sa di avere a che fare con un'avversaria umanissima per quanto non possa sapere tutto di lei.
La storia che è uscita su Topolino 3675 (Le parole perdute) cattura esattamente quel tipo di sottotesto che mi piace vedere tra Paperone e Amelia.
Quest'ultima viene posseduta da un libro stregato che a detta della strega antagonista della storia impedirebbe persino di staccare gli occhi dalle pagine. Paperone pensa di salvarla inducendola a guardare la numero uno, l'unico oggetto che la ossessiona più di ogni altra cosa. Ma volendo essere romantici, lui non dice "guarda, la numero uno!". Dice solo "guarda qua". Quindi prima di vedere la moneta, Amelia era già riuscita in parte a spezzare l'incantesimo perché... Ha seguito la voce di Paperone. Non lo dico per fare ship, ma per me non è un dettaglio casuale.
È già accaduto molte volte che Amelia sia stata caratterizzata come un'outsider persino tra le altre streghe, che spesso la invidiano o la isolano considerandola strana o problematica. O magari usandola come capro espiatorio per un loro problema. Non diversamente, in fondo, da quanto accade tra Paperone e i suoi colleghi miliardari. Vivono entrambi in un mondo di competizione e apparenza dove la sfida più grande è rimanere se stessi. E quando gli altri loro avversari finiscono con l'invadere il campo, si attiva un codice d'onore segreto, dove loro continuano a recitare la parte dei rivali per abitudine sapendo in fondo che sono gli unici esseri in cui riconoscono davvero un loro simile, qualcuno degno di fiducia.
Infatti, quando la maledizione si spezza e Paperone nasconde subito la numero uno chiedendo ai nipoti di tenere Amelia sotto tiro, ci vedo una scusa per togliere entrambi dall'imbarazzo di un grazie. Anche se Paperone potrebbe avere tutto l'interesse ad approfittarne. Ed è proprio questo rispetto, forse, che permette ad Amelia di riconoscere il suo debito senza sentirsi umiliata. Lo ammette senza fronzoli, dimostrando una volta di più il suo carisma.
Before anyone tries to drag me into any ship war: I'm innocent your Honor!
That said...
I've finished reading Hunger Games trilogy a while ago and I'd like to share some thoughts. I hope I'll find the right words.
First of all, I think there's a huge misunderstanding about this books' narrative genre. Young Adult, romance... That's exactly the kind of reassuring lie The Capitol would tell to its spectators. But actually before I comment about anything I should keep in mind: this is a dystopian novel. And I dare say, way creepier than classics like Orwell's 1984. Because this story doesn't only show a dictatorship. It shows a novel of formation turned upside down. Just look at Katniss at the beginning of the book: she's poor, lonely, with a family to feed... But she has something to fight for everyday. She's a warrior. Her best friend is Gale and she keeps stressing there's no romance between them. Which makes sense as she's simply not interested in the matter, although it would be easy to assume she's trying to deny something. I don't think that's the case. To me love is something that needs to grow. Until that it could just be a seed planted in arid grounds. And that brings to the core of the novel: Katniss love triangle.
As we know it all starts with Peeta presentation at the Hunger Games. He's been in love with Katniss since childhood and since he's so determined to let Katniss survive even if that means his own death, he publicly declares his love for her, justifying himself with strategy. All that comes next is a consequence of that. So to me, even though the relationship between the two juveniles ends up softening and develop over time... It's irredeemably compromised. And the fact that Katniss definitely sets Gale aside only after losing his sister only makes it worse. Because at that point Katniss is only the shadow of the warrior she used to be. In 1984, Winston gets tortured and betrays his beloved and viceversa. But what strikes me is the frank simplicity with which they confess that to each other. Katniss and Peeta don't even have that. They've been forced since the start to play a script and I ended up believing Katniss merely gave up to Peeta. And I can't see the two of them finally getting married and having children as a victory. Almost like Peeta's been manipulating Katniss until she was too tired to resist even to herself. And the worst part is that he doesn't consciously do it and genuinely thinks he's the hero of the story and everyone would agree to him.
Katniss is attracted by Peeta's ability with words. But let me say, that is a perilous trait to be in love with.
Collins said she used Peeta as metaphor of Katniss choosing resilience over war. But I cant's help seeing this ending as a bitter truth masquerade with a sweet lie: Katniss had to grow up too fast, but then she freezes into trauma as the people she's been caring of grow older. Her sister gets wiser, her mother recovers from depression. Katniss ends up a puppet who cant's tell apart the people she loves from the master who moves the strings.
It's also interesting to notice how her own telling changes over time. She started with "no romance between Gale e me, Peeta is forcing me to a love I didn't ask for" to monitoring every particular of Gales' hands and Peeta's arms... Which could seem the usual romance stuff, but I don't think that's the case. It seems to me that Katniss is so absorbed in what Capitol wants her to be by now, that she starts thinking the way she's expected to be thought. Does Katniss need Peeta's arms? No, she needs protection, truth, freedom... But lacking all this, she projects it into Peeta. Did she ever care about how handsome Gale is? No, because they used to be peers. But now they're not anymore. Katniss just can't look at Gale the way she used to and this isn't an evolution cause it all feels forced, rushed, artificial...
In a normal world they might have tried to be in a romantic relationship, it could have worked for a while or even forever or they could've be back being friends or taking different paths... But that's not the real question really. Because you can't tell who you are in a relationship if you can't tell your own identity. And since Hunger Games took Katniss, her identity got slowly and utterly destroyed.
The only truly satisfactory moment to me was when Katniss got annoyed from the way Gale and Peeta were talking about her and thought she'd be better off without them both. Because honestly, it's not like she had to choose between them if they both made her feel uneasy. Gale proved to be possessive and paranoid, despite keeping it friendly. The way he doesn't even let Katniss have a coffee with Finnick is not something to underrate. He should've been happy to see a person she cares about not being overwhelmed with trauma for a couple of minutes, instead he makes her feel guilty. I think he was always kind of egocentric but war made those traits emerge. I'll give it to Peeta that he acts more respectfully, but I dislike that he pushed Katniss into the romantic role play when he was still basically a stranger to her, no matter the good intentions.
Btw, am I the only one who thinks Peeta was easily hijacked because he was pathetically in love with a projection of Katniss and that is toxic for that reason alone? I mean, it sounds more like an infatuation for a favorite singer taken too seriously. If Peeta truly had a deep connection with Katniss, he could've resisted. Think about it: they hijacked him, so they didn't create his paranoia out of nowhere. In my vision, they played with Peeta's superficial feelings and had an easy play to twist them completely.
I know I may seem too overjudging over a character that after all is a teenager, and I'm not trying to picture Peeta as the villain of a situation that was broader and bigger than him, even though I ended up calling him a puppet master. Sometimes I use strong metaphors because I need to show how I see it from a different pov. I just need to explain why I can't get involved into this romance plot.
Finnick had less screentime, but to me he was the more likely to build a deep relationship with others. Would it have been easy to hijack him the way they did to Peeta? I don't know.
Quando su Topolino è uscita la parodia di Dottor Jekyll e Mr Hyde, gli autori hanno proposto un rifacimento che può sembrare un'edulcorazione del romanzo originale, ma in realtà per certi versi si avvicina molto più delle interpretazioni che vengono fatte di solito che vedono una dicotomia netta tra un dottore rispettabile e un figuro malvagio.
Nella storia "Lo strano caso del dottor Ratkyll e Mr Hyde", Topolino viene chiamato a vestire il panni di Jekyll e Paperino quelli di Hyde. Perché? Perché Paperino è malvagio? Affatto. In questa storia si gioca sulla dicotomia razionalità vs istinto. Il razionale, "pulito" Topolino bevendo la pozione si trasforma nel pigro, caotico, impulsivo Paperino. Che per fortuna nella storia a fumetti non arriva a compiere atroci delitti (se non quello imperdonabile di aver gettato via la Numero Uno di Paperone!), ma che allo stesso tempo si avvicina di più alla concezione moderna della psiche umana, che Stevenson aveva brillantemente intuito decenni prima di Freud.
Nella psiche non esiste "buono" vs "cattivo" che sono categorie morali decise dagli uomini. Esistono appunto ragione vs pulsione. O per usare termini freudiani "io" e "super-io" vs "es".
In questa prospettiva la scelta di Topolino e Paperino nel cast è molto più azzeccata di quanto sarebbe stato un Topolino vs Gambadilegno o Macchia Nera. Quest'ultimo in realtà potrebbe essere paradossalmente più simile a Jekyll che ad Hyde, in quanto nella sua malvagità ha sempre seguito un ordine e una precisione inquietanti ma forse molto più prevedibili del caos di un Mr. Hyde!
O forse si potrebbe vedere Macchia Nera come un Mister Hyde che ce l'ha fatta. Nel romanzo di Stevenson, Jekyll sottolinea come Hyde vive in lui anche quando è Jekyll e anche l'avvocato Utterson ricorda dei tempi in cui il suo rispettabile amico era stato uno sregolato. Forse il vero tema dell'opera non è la dualità dell'animo umano ma l'impossibilità di scindere il proprio ego. Jekyll si illudeva di condurre due vite opposte e incompatibili senza dover rispondere di entrambe nella stessa persona. Ma più inizia a indossare i panni di Hyde, più la figura di Hyde cresce di statura, presumibilmente assumendo un aspetto sempre più simile a quello di Jekyll ma con la tipica sgradevolezza ripugnante che caratterizza il volto di Hyde. Tant'è che alla fine Jekyll, ormai intrappolato nell'identità di Hyde, può liberarsi del suo lato malvagio solo togliendosi la vita, non potendo sfuggire alla giustizia e nemmeno a se stesso. Forse se avesse solo accettato che il bene e il male o l'istinto e ragione convivono nello stesso uomo, avrebbe potuto decidere di redimere se stesso tanto nei panni di Jekyll quanto in quelli di Hyde. Del resto il fatto che Hyde dovesse forzarsi a camuffare la sua grafia per non rivelare che era la stessa di Jekyll sembra indicare che c'era molta più razionalità in Hyde di quanto avrebbe voluto ammettere.
I’ve been reading other people’s opinions on Wuthering Heights this past year, I’ve noticed a small recurring theme.
It’s the idea that the ending feels out of place; tacked on; anti-climactic; too tame compared to the rest of the book. That it feels wrong for Heathcliff to simply lose interest in his revenge and then lose the will to live, or for the surviving characters to have any kind of happy or hopeful ending after so much brutality.
One book I read excerpts from on Google Books (I don’t remember the title or the author) suggested that maybe Emily Brontë originally wrote a very different, more brutal and Gothic ending, now lost. The author proposed that the final ending was probably the result of Anne and/or Charlotte urging Emily to tone down the book’s “immorality.” Of course this is pure conjecture. This same author also speculated that in the novel’s first draft, Heathcliff was explicitly Mr. Earnshaw’s illegitimate son, but that Anne and/or Charlotte persuaded Emily to change it. I’m not at all convinced by that theory, since @astrangechoiceoffavourites has argued very eloquently that to make Heathcliff and Cathy’s love forbidden because of the incest taboo rather than because of social class and race would go against the plot’s main themes and make nonsense of Heathcliff’s revenge on the Lintons and Earnshaws.
Still, this theorist isn’t the only person to think the ending (and possibly the whole second generation storyline) feels like the work of a different author than the rest of the book. Just recently I read a comment on Facebook arguing that a more cohesive, consistent Wuthering Heights would have had “a much darker and more explosive ending.” I assume a similar mindset is why some theorize that Branwell wrote the novel’s first half and Emily wrote the second. (I think I hate that theory even more than I hate the theory that Branwell wrote it all – “He didn’t write the whole book, but he did write the part everyone likes best.”) And if we compare the various adaptations’ endings to the ending of the book, there’s definitely a trend of giving Heathcliff a more brutal death.
'It is a poor conclusion, is it not?' he observed, having brooded awhile on the scene he had just witnessed: 'an absurd termination to my violent exertions? I get levers and mattocks to demolish the two houses, and train myself to be capable of working like Hercules, and when everything is ready and in my power, I find the will to lift a slate off either roof has vanished! My old enemies have not beaten me; now would be the precise time to revenge myself on their representatives: I could do it; and none could hinder me. But where is the use? I don't care for striking: I can't take the trouble to raise my hand! That sounds as if I had been labouring the whole time only to exhibit a fine trait of magnanimity. It is far from being the case: I have lost the faculty of enjoying their destruction, and I am too idle to destroy for nothing.
Zio Paperone, Amelia e il patto della luna è una delle mie storie preferite di sempre.
Non mancano l'avventura e l'umorismo tipici delle storie Disney ma si distingue per essere credo la prima storia ad aver avuto il coraggio di scavare nel personaggio di Amelia, mostrandoci un lato inedito di lei che va oltre la solita strega ossessionata da un unico obiettivo.
Anche se nel tempo ho un po' ridimensionato la rivelazione della numero uno come missione imposta dal concilio delle streghe (preferisco che sia almeno in parte una sua iniziativa, così come non mi appassiona particolarmente la rivalità streghe cattive vs fate buone), apprezzo molto come con poche parole ben misurate (e splendidamente illustrate) si sia mostrata un'Amelia che si interroga sulla possibilità di una vita diversa ma al tempo stesso accetta il suo destino.
Molto belli i confronti verbali tra Amelia e Paperone e il fatto che alla fine quest'ultimo non capisca se Amelia ha voluto dimostrare qualcosa a lui o piuttosto a se stessa.
So che questa storia può sembrare l'eccezione che conferma la regola, ma mi piacerebbe se anche nelle storie più ordinarie si tenesse conto di questo legame segreto tra nemici, con Paperone che sa di avere a che fare con un'avversaria umanissima per quanto non possa sapere tutto di lei.
C'è questa storia che spiega bene il rapporto di Paperino con le avventure: all'inizio prende l'iniziativa e vuole pure dimostrare di saper fare senza lo zio. Non riesce nell'intento e a partire sarà il solito gruppetto con lo zione che seppur inizialmente scettico finisce poi col diventare il mattatore di sempre e quello che ci crede di più... Tanto che alla fine i ruoli si invertono o tornano come prima, con lo zione pronto a partire ancora e Paperino che invece si dà alla fuga, perché già ne ha avute abbastanza.
Insolito lo zione che soprattutto all'inizio si comporta in modo ambiguo col nipote: da un lato sembra scoraggiare col suo scetticismo la sua ricerca, dall'altro lo finanzia (!) perché possa verificare da sé, quindi in realtà incoraggiandolo ad affrontare da solo il viaggio, come voleva. Si consola mettendo come condizione che in caso di fallimento Paperino riordinerà l'archivio per lui, ma come sottolinea giustamente Paperino (causando uno svenimento al "povero" zio) avrebbe potuto trovare un altro modo per fargli fare ciò che voleva senza rimetterci soldi... Lo zione ha avuto un momento di ingenuità o in fondo il nipote ha il potere di addolcirlo?
Non è la dinamica zio ossessionato dalle avventure contro nipote pigro ossessionato dalla sicurezza. Entrambi desiderano avventure ma in modo diverso e con diversi scopi. Per Paperone sono un investimento, per Paperino una realizzazione personale. E quando il primo fiuta l'affare e ritiene che il profitto può essere maggiore della perdita, non lo ferma più nessuno se non forse un pericolo estremo, mentre Paperino vede il rischio in termini molto più fisici e quando capisce che è troppo alto... Si ricorda quanto era comoda la sua amaca.
Una delle cose che mi ha colpito dei due episodi usciti fino ad ora de Il Corsaro è la scrittura del rapporto genitori-figlio.
Nel primo episodio vediamo i sogni di Malcolm contrapposti a due genitori apparentemente ottusi, i quali rimangono momentaneamente messi da parte mentre il protagonista si lancia nell’avventura che lo vede affrontare il suo primo viaggio non senza insicurezze e ripensamenti, che lo portano a legare con un certo Joe Smith dall’atteggiamento sbruffone ma amichevole.
Joe però non si rivelerà chi dice di essere e in questo ci vedo un monito molto attuale: non sempre chi ti prende per mano incoraggiandoti a seguire i tuoi desideri lo fa per altruismo, specialmente se nel farlo ti mettono contro le persone che ti hanno cresciuto che pur con tutte le incomprensioni e gli errori che ci possono essere di solito ai figli ci tengono davvero. Lo intravediamo quando vengono mostrate le loro facce tristi nel momento in cui Malcolm se ne va sbattendo la porta e lo capiamo ancora più a fondo nell’episodio successivo.
Magari diventare corsaro era il destino di Malcolm, ma non era certo una scelta da prendere a cuor leggero. Sarebbe stato strano se lo avessero lasciato fare senza dire nulla. Joe aveva un secondo fine, per quanto sono convinta non mentisse del tutto quando ha detto che Malcolm gli era simpatico. In ogni caso, nel bene e soprattutto nel male, Joe dà a Malcolm la sicurezza di cui aveva bisogno e il suo viaggio prosegue, pur tra colpi di scena e tradimenti, fino a quando durante una sosta, Malcolm vorrebbe scrivere alla famiglia, ma rancori ancora caldi nella sua mente glielo impediscono.
A questo punto si crea un parallelismo interessante con una coppia di fratelli: il maggiore aveva deciso di seguire il desiderio di avventura unendosi alla marina, mentre il minore era diventato pirata per vendicarsi dell’abbandono del primo.
Ci si potrebbe aspettare che Malcolm si identifichi nel primo, che come lui ha seguito i suoi sogni, e si limiti a compatire l’altro. Invece capisce che in quel momento somiglia di più al rancoroso pirata e ne prende le distanze, riconoscendo in cuor suo che la ragione non sta tutta da una parte.
Il finale coi genitori che ricevono la lettera del figlio è molto toccante e fa venir voglia di sapere quali sono le parole che Malcolm ha trovato per loro (ma è più elegante che la narrazione le lasci solo immaginare).
Mi chiedo però se Malcolm abbia effettivamente messo da parte questo argomento o non sia destinato a seguire una rotta simile a quella di Paperone nella saga donrosiana, che più viaggiava da solo e lontano dalle sorelle più trovava scuse per rimandare il ritorno a casa.
Malcolm ha perdonato i suoi genitori ma non può sapere se loro hanno fatto lo stesso con lui. E chissà se un eventuale ritorno di Joe Smith non farà leva proprio su questo, convincendolo a passare al lato oscuro.
Di Joe Smith spero verrà approfondita la psicologia. Ho apprezzato come il gesto di generosità di Malcolm nei suoi confronti abbia innescato un effetto opposto a quello che ci si sarebbe potuti aspettare, vista una certa tendenza a narrazioni buoniste.
Se prima sembrava solo che Joe fosse uno scapestrato in fuga dai debiti che diventava cinico per sopravvivenza, ora rimane l'idea che Malcolm dovrà fare i conti con una realtà ben più complessa. Forse l'odio di Joe nei suoi confronti viene da qualche misteriosa faida tra clan? Il fatto che alla fine parlasse di avere un conto in sospeso coi De Paperoni (plurale) mi dà da pensare.
Se portato avanti con cura, potrebbe diventare un antagonista per certi versi simile al personaggio di Heathcliff: un personaggio distruttivo che non conosce mai una vera redenzione ma che non riesci a disprezzare fino in fondo perché senti che il male che ha dentro non è nato dal nulla. Un personaggio che quasi quasi alla fine ti fa pena, non perché lo giustifichi ma perché sembra strutturalmente incapace di cambiare in meglio e che se per caso ne fa una giusta la fa quasi per sbaglio o per mancanza di scopo.
Molto bella la storia su Molly Mallard che parte da un ottimo spunto sviluppandolo in maniera per nulla banale.
Questa figura oggetto di speculazioni e teorie tra il serio e il faceto ottiene finalmente un'identità... Anzi, una doppia identità credibile e definita, perfettamente coerente con alcune caratteristiche che rendono memorabile il clan De Paperoni: teatralità, acume, coraggio, sfacciataggine e la tendenza a nascondere il lato migliore si sé.
Siamo abituati a vedere tutto questo in Paperone e forse ancora di più in Paperino con il suo alter ego mascherato, ma Molly riesce a non sembrare una loro copia aggiungendo una sensibilità tutta femminile e diventando una pioniera del genere.
La sua poliedrica e sorprendente personalità viene ancorata al cupo e difficile contesto della rivoluzione industriale, trattato con realismo e delicatezza, mentre a fare da antagonisti ci sono i ricchi che abusano del loro potere. Un tema molto classico che purtroppo non ha mai smesso di essere attuale.
Molto tenera l'origine della love story con Dingo, anche lui con dei lati nascosti, che vede in Molly un raggio di luce in un contesto buio con la sua satira graffiante e il suo inscalfibile (quasi sempre!) ottimismo.
La nuova storia su Hugh McDuck si fonde con la grande letteratura, mostrandoci delle parti meno note de I viaggi di Gulliver, normalmente associati ai lillipuziani e ai giganti. Swift però descrisse molti più luoghi, in particolare l'isola degli hm?🐴 Houyhnhnms, teatro di una feroce satira contro la società umana, che nell'isola in questione scende al rango di esseri selvaggi e inferiori chiamati Yahoo, fonte di problemi per i dotti e saggi cavalli che invece sono la specie dominante.
La storia a fumetti non si sofferma sugli yahoo, né sull'insesatezza delle guerre o l'avidità degli uomini, ponendosi piuttosto come un "sequel" dell'opera di Swift.
Quest'ultimo avrebbe visitato personalmente le isole in questione, contaminandole però di una malattia che trasforma i dotti cavalli in shignazzanti battutisti dal discutibile senso dell'humor.
A risolvere la situazione sarà inaspettatamente la famosa cassa di rafano che capitan Hugh trasportava, in quanto dotato di proprietà curative.
Hugh si conquista dunque le grazie degli abitanti, anche se si potrebbe dire più per un caso fortuito che per merito. In ogni caso è abbastanza per permettergli di soddisfare un sogno di gioventù.
Scopriamo infatti che, a dispetto della sua natura pragmatica e a tratti cattivella, Hugh nasconde nel suo intimo un animo romantico che lo spinge a interrompere le rotte commerciali per inseguire una fantomatica schiuma di mare (da cui il sprannome Seafoam), che può guidarlo nel ritrovare un essere leggendario e bellissimo, apparso in un giorno di eclissi mentre lui navigava nei fiumi in uno dei suoi tanti giorni di duro lavoro.
Le creature di Swift si uniscono quindi al folkore scozzese, venendo reinterpretate come Kelpie.
Poetico il finale che allude a un Hugh ancora in cerca di avventure in quegli stessi luoghi visitati da Gulliver, rendendo meno amara la nota di truffa di Scrocco De Arpagoni che lo mandò in rovina.
La sceneggiatura si fa seguire tutta d'un fiato, al netto di personaggi secondari poco incisivi. Apprezzo che almeno non si sia usato uno pseudo-paperino nel ruolo di fessacchiotto, virando invece su un personaggio di supporto creato ad hoc.
I disegni impreziosiscono il tutto, così come i colori e sopratutto le gabbie fatte di soluzioni insolite e decorazioni che rendono la lettura ancora più immersiva, facendoci quasi sentire parte del Golden Goose, con la brezza marina.
È uscita ultimamente una nuova interessante raccolta di storie dedicate agli antenati di Zio Paperone.
L'onore di inaugurarla spetta al misterioso duca Bambaluc, già apparso in una storia di Kari Korhonen e menzionato nella barksiana "Old castle secret" e nella saga di Don Rosa.
Bambaluc (o Sir Swamphole in originale) viene caratterizzato come un Paperone particolarmente furbo e ingegnoso, al limite della disonestà ma che indirizza i suoi trucchi a degli antipatici fanfaroni, non diversamente da Fantomius coi nobili snob (e non a caso emulo di quel Robin Hood con cui Bambaluc aveva allegramente collaborato almeno per un po'), in un contesto in cui il confine tra giusto e ingiusto era molto sottile (e probabilmente lo è ancora e sempre lo sarà).
Ci sono trovate divertenti come il giovane Beany che crede al buon cuore del duca mentre lui pensa al profitto, ma poi il buon cuore dimostra di averlo davvero.
Il racconto vira poi verso il favolistico, ma ciò è giustificato dall'ambientazione medievale e dal folklore scozzese. Personalmente apprezzo vedere elementi di magia mischiarsi ad altri più realistici, specialmente in un'epoca così lontana.
Ho apprezzato anche il personaggio femminile che è riuscito a calarsi in modo credibile nel contesto senza uscirne stereotipato: da un lato la volontà di affrancarsi dal ruolo che la famiglia le impone, dall'altro una certa fallibilità nonostante l'evidente coraggio che non sfocia nell'orgoglio cieco (accetta di allearsi alle trame di Bambaluc recitando la parte della damigella in pericolo anche se si era presentata come guerriera), e poi la solidarietà che bilancia l'atteggiamento pragmatico mostrato poco prima.
I disegni non so se avrebbero reso meglio su un altro tipo di carta rispetto a quella che ho sfogliato su Zio Paperone. Credo sia la prima volta che vedo un fumetto colorato con pastelli e se da un lato è una novità interessante, dall'altro ho dubbi sulla sua riuscita che credo abbia appesantito anche le matite. I personaggi sono espressivi ma un po' squadrati, quasi legnosi a tratti, e gli sfondi poco nitidi.
Al di là di questo è stata una lettura piacevole e immersiva e chissà che il duca Bambaluc non torni a svelare altri segreti...
Quando Carl Barks introduce la sua creazione più celebre nel magazine Four Color, pone ai lettori una domanda che forse chiunque si è fatto almeno una volta: cosa fareste se aveste tre ettari cubici di denaro?
Zio Paperone quel denaro ce l'ha. Ma tutto ci fa tranne che spenderlo. Lo usa per tuffarcisi dentro come un pesce baleno, scavarci gallerie come una talpa e farselo ricadere sulla testa. In sostanza, per svagarsi. Un modo molto originale di svagarsi che Paperone afferma essere l'unico piacere di cui ha mai goduto, giacché per accumulare una simile ricchezza ha dovuto rinunciare a tutti gli altri. Più che il solito avaro, Paperone si presenta quasi come un asceta che, come spiega al nipote Paperino, ha scelto una vita di privazioni in favore di un piacere supremo.
Paperino è ben poco convinto da questo discorso e il suo sguardo ironico parla ancora prima delle sue parole. A ben vedere, in effetti, sembra che zio Paperone sia chiuso in un circolo vizioso. L'ansia di rimanere povero lo spinge ad accumulare ossessivamente ricchezze, ma questo non lo rende libero da problemi. Problemi che emergono presto, da quelli piccoli come le tarme che rischiano di rovinare le banconote, a quelli grandi rappresentati dalla pericolosa banda bassotti, che le studia tutte per soffiare il patrimonio al vecchio cilindro. Insomma, mentre Paperino deve “solo” ingegnarsi ogni giorno per trovare un lavoro, guadagnare qualcosa e ricominciare il giorno dopo quando avrà già speso i suoi soldi, Paperone non solo non si gode i soldi nel senso tradizionale del termine, ma deve anche preoccuparsi di difenderli.
Naturalmente Paperino ha il problema opposto di essere troppo spendaccione e pensare solo al presente. Ma dopo le giornate di guai che passa per aiutare lo zio a difendere la sua immensa fortuna, non gli si può dare torto quando arriva a definire quei favolosi tre ettari cubici nient'altro che una rottura di scatole. E zio paperone non un uomo di successo, ma solo un povero vecchio. Frase che lascia attonito il ricco zio, come si vede in una bellissima vignetta muta che lascia spazio a interpretazioni circa i pensieri che attraversano la sua mente.
Qualunque cosa abbia pensato, però, viene messa subito da parte ed etichettata come stupidi, infantili discorsi. E la storia si conclude come era iniziata: con Paperone che si dedica all'unico svago che gli piace: nuotare nel denaro.
Sembra, dunque, che a modo suo Paperone sia felice. E del resto, nessuno sa essere il papero più ricco del mondo come lui sa fare: sventando le furberie di chi minaccia la sua ricchezza con qualche asso nella manica in più, dimostrandosi più tenace di loro e tutto con tendenziale onestà. Ma è interessante come, nella sfida con la banda bassotti, a tradire Paperone e a salvarlo poi siano la stessa cosa: l'abitudine di fare il bagno nei soldi. Paperone, che ha rinunciato a ogni piacere per diventare infinitamente ricco, viene messo nel sacco proprio per aver ceduto all'unico svago che si concedeva, che lo porta a rovinare il geniale nascondiglio delle sue monete perché non può fare a meno di quel gioco.
Paperone, insomma, sarebbe tutt'altro che l’asceta che mira ad essere. Ha bisogno, come tutti, di divertirsi. E scegliendo come unico divertimento il denaro, facendone il fine piuttosto che lo strumento, si è condannato a vedere costantemente minacciata l'unica cosa che lo fa stare bene. Un bel paradosso per uno che non voleva più avere problemi.
Ma in fondo, forse, Paperone è proprio questo: l'incarnazione di una nevrosi, di cui l'avarizia non sarebbe altro che un sintomo piuttosto che un vero tratto della sua personalità, che forse sarebbe più azzeccato descrivere con una parola non spesso associata a Paperone: ansiosa.
In questa storia Paperino, volendosi godere una giornata di dolce far niente, inventa delle scuse per sfuggire a Paperina e Paperoga, incolpando lo zione che lo fa lavorare anche nel fine settimana.
Lo zione aveva effettivamente cercato di affibbiare a Paperino l’ennesima lucidatura di monete, ma per una volta ha desistito, riconoscendo che dopo una settimana di lavoro avesse diritto a un po’ di riposo.
Paperina e Paperoga, però, ignari di essere vittime di una bugia si recano da Paperone per protestare, salvo poi scoprire che lui aveva già concesso a Paperino il weekend libero.
Intanto Paperino fa una corsa contro il tempo, ma...
Paperone, accorgendosi di quanto Paperino sia sinceramente dispiaciuto, si intenerisce e per una volta si fa complice del nipote. Le bugie hanno però le gambe corte e gli equivoci continueranno fino all’assurdo finale…
Per non perdere le abitudini da taccagno, Paperone dichiara che si farà ricompensare dell’aiuto, non sappiamo come, ma di certo non sarà nulla di diverso dal solito.
Viene mostrato dunque come Paperone non sia affatto indifferente nei confronti del nipote e anche se è spesso severo con lui, è capace di una certa elasticità.