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un mese dopo, a fine febbraio, l'Italia intera si sarebbe trovata in un film distopico a tinte horror. Quello che abbiamo vissuto è stato terribile, sul piano individuale e collettivo. Il Covid spazzò via tutta la felicità e i complimenti di quell'edizione. Nessuno sapeva bene come agisse e ci toccava assistere al solito ping-pong tra chi era già in allarme e chi sottovalutava il virus. Chi aveva ragione?
Lasciai Sanremo e tornai a Milano, e lì il Covid era già un argomento di conversazione molto serio, ne parlavano tutti. Se invece chiamavo gli amici di Roma, loro mi rassicuravano: «Qui non c'è nulla» mi dicevano. Io cominciavo a non capirci più un granché, perché l'epicentro con il <<paziente zero» fu a Codogno, in provincia di Lodi, quindi vicinissimo a Milano e, onestamente, non sapevo cosa fare. Credo che da quel momento in poi il destino mi sia venuto incontro ancora una volta, sia nella vita reale sia in quella professionale. Poco prima del mio primo Sanremo ero andato a trovare Gigi D'Alessio in una zona di Roma un po' lontana dal centro, un'area residenziale immersa nel verde che si chiama Olgiata. Mi piacque da subito, le villette sono immerse nella natura e si vive nella tranquillità. Lì, Gigi, ha una casa molto bella e mi disse: «Ma perché stai a Roma, in città è nu casin', vieni qua, hai l'occasione... Ora che tuo figlio cresce trova una casettina qui, anche in affitto, poi vedi, se ti piace magari la compri». Per fortuna mi feci convincere. Mi affascinava l'idea di una casetta carina con il giardino: ne trovai una perfetta e progettai di trasferirmi con Giovanna e José subito dopo il Festival. È incredibile quanto quella nuova casa ci abbia salvato dal Covid.












