Se ne stava seduto, il vecchio demone Obu, con la gamba accavallata sul bracciolo della comoda seggiola eletta a trono: il piede a mezz’aria roteava nervosamente, al ritmo con le sue tempie ; le sopracciglia aggrottate, il ghigno d’iracondia, le mani a serrarsi meccanicamente a scrocchiare le dita smaltate di nero.
Nel castello di ferro, sul pavimento lercio e liso di eterogenee macchie, la sua compagna Ombra stava raccogliendo il seme da donare a lui, beandosi del corpo di un poveraccio che dormiva disteso, con le braccia protese, ignaro di star sognando.
Ridotto all’illusione, lui supremo Incubo, non tollerava più le esibizioni di lussuria senza frutto: era finto quell’uomo ed era ridicolo che lei, mirabile Succubo, fingesse godimento. Si guardò allo specchio, in un’immagine ovattata dall’incrostazione, e rise.
“I sogni umani saranno cambiati? Ricordo... ricordo che desideravano l’amore, fasulli anche nell’onirica fantasia: l’eccitazione, solo questo volevano in realtà.
Ho visto di cose: un vecchio con una giovinetta, una moglie focosa con due gemelli in calore, un uomo a deliziarsi con un ovino.
Non che avessero questo genere di sogni lascivi, ero io a indurceli, spennellando qua e là dei toni più intensi, delle tinte più calde. Molti si crogiolavano nell’amore, in quei cicli di guerre , quando bastava stringersi la notte, e dai e dai non mi facevano entrare.
A tanti altri umani abbiamo dato altri tipi di eccitazione, come la fame di potere, perché, miseri!, godevano con poco: tagliare la mano al ladro, spezzare le schiene dei servi, far piangere e penare l’emulo.
Ma ora, avranno ancora bisogno di noi? Come si è evoluto l’essere umano? Quali segrete aspirazioni cova nei recessi della mente? C’è ancora qualche anziano che siede con un piccolo e gli narra la memoria? Per tramandare, dicevano. Ricordo una sediola impagliata e la patetica armonia che intercorreva fra occhi acquosi e occhi infuocati: quei dannati occhietti ingenui riuscivano a togliere la patina del tempo da quelli vetusti.
Nemmeno lì sono mai riuscito a entrare, era un altro di quei rapporti a me preclusi. Non mi capacitavo, allora, dell’intesa fra generazioni così distanti, alle volte più temprata persino di quella istintiva di un figlio con un genitore.
E me ne stavo dietro le sbarre massicce di quei momenti di comunione. Lì, non si trattava di nutrimento orgasmico concreto, perché noi demoni ce la spassiamo carnalmente con gli umani per suggerne la forza dello sperma ed elargirlo a chi non lo vorrebbe: tante donzelle immacolate e caste disperarsi sull’inconcepibile invaso notturno! Ricordi.
L’orgasmo che mi attraeva, in quelle scene, era delle percezioni: c’era un flusso di luce intensa in quelle parole, sguardi, abbracci, sorrisi, e quelle mani rugose, dalla pelle sottile sulle vene e sulle ossa, che trattenevano quelle più piccine come un qualcosa di sacro.
Ricordo che rifuggivo in qualche cripta, dissotterravo frenetico una salma non già fresca, scuotevo via vermi e polvere, mettevo quel fetido carnevale in putrescenza seduto innanzi a me, e le orbite vuote non mi vedevano, la mascella restava spalancata a prendersi gioco di me, nulla aveva da tramandare a me. Ricordo che, all’ultima, strappai la spina dorsale, urlando di una disperata frustrazione, che mi rese simile a quegli umani cui scoppiava la testa quando non sentivano più l’aria girare nel simulacro fisico da loro amato.
Perché ricordo queste lagne? Perché necessito di realtà, di sudore e di sangue e di umori, e sono in tensione da due bisogni di uguale intensità e di opposta direzione: la certezza dell’esistenza nel tempo e il godimento subitaneo che può darmi il sogno rapito dalla mia perversa sodale”.
Avvicinatasi con fare sinuoso, come una silfide procace, il principe se la prese per i fianchi, possedendola con l’urgenza di riprendersi quell’irreale potere della creazione e, forse per il tedio dell’isolamento dalla vita, si accasciò sulla schiena lattea proferendo il perentorio intento cui volgersi: avere una prole a cui destinare il rapimento e la sevizia dei sogni dell’umanità.