Diario caro,
tutto mi fa soffrire. Questo sono io, in guerra per mare e per terra, in tutti i posti che conosco e che conoscerò. Ieri ho visitato uno dei miei luoghi preferiti. Il manicomio di Mombello, a Limbiate. Ora abbandonato. Chissà perché ci torno. Veramente lo so, il perhé Vengo qui per raccogliere i sassolini, per capire dove rischiavo di arrivare. Uno come me, tanti anni fa, sarebbe finito su uno qualunque di quei letti con i materassi sfondati dalle gomitate e dai calci di chi voleva liberarsi, senza respiro, dalla camicia di forza. Prima della psicologa a ventisette anni, della fluoxetina, della paroxetina, degli psichiatri e della psicologa di New York. E ancora prima del Viibryd, dell'Adderall, del Lexopro, del Gabapentin e del Prozac di ogni forma e colore. Tra la disperazione e il primo tentativo di risalita. Li avrebbero potuto acchiapparmi e sbattermi dentro. Una delle cose che mi atterriscono di + è il comodino a muro accanto a ogni letto. Il comodino è come la foto sulla prima patente di guida, una versione raggrinzita e stropicciata di com'eri qualche decennio fa. Ci trovi dentro i rimasugli delle vite che hai chiuso. Gli afflati di nuove vite mai partite. I simulacri della fede secondo come la vuoi, secondo come la vogliono. Se apro i cassetti di un comodino qualunque, ci trovo i luoghi in cui hai vissuto e la polvere sull'orologio di laurea. L'anello di fidanzamento, stagnola che odora di cioccolato, fame nervosa, sensi di colpa. Potrei scoprire tutto, di una persona, entrando nell'universo del suo comodino. Preservativi, tappi per le orecchie, melatonina. Un santino. Sono certo che il comodino di un serial killer contiene anche la prima pallottola, si fa per dire. Se guardo bene dentro i cassetti di un comodino, dopo qualche ora posso disegnare la scenografia perfetta del film della vita di ognuno. Una mini VHS col nastro logorato dal bisogno di rendere eterno un momento qualsiasi. Il filmato girato con la mano che trema dall'emozione, la bellezza di quelle scene impacciate e goffe che rimarranno per sempre là, anche se non le guarderemo mai +. Il comodino ci sta accanto in silenzio mentre gli anni passano tra notti insonni e vite parallele che risplendono fino al suono della sveglia. Un biografo logorroico pronto a raccontare tutto di noi. E quindi, ecco perché ogni volta che guardo i comodini del manicomio vengo aggredito dallo sconforto. Una mensola senza nemmeno un cassetto, perché i malati non avevano il diritto di portare con sè oggetti personali. E senza una presa elettrica a lato, perché dei matti non ci si poteva fidare. Quelle lastre di metallo inchiodate alla parete non possono non squarciarmi l'anima. La luce al neon che allagava quelle stanze è come la vedessi ora. Accecante, invadente, Perché ai matti non era concesso nemmeno di riposare in condizioni umane. Come non fosse bastata la condanna a vita in quel braccio della morte. Anche un comodino che non merita minimamente di essere considerato tale mi racconta i dettagli di una storia: la segregazione, lo stato di solitudine e la totale negazione del diritto di essere ritenuti umani. L''offesa e il dolore, Sento la puzza del cibo da quattro soldi che veniva distribuito a quei poveretti in gabbia. Vedo la traccia delle lacrime che solcavano gli zigomi, dopo una giornata passata a urlare. Il comodino del pazzo era privazione del sonno, cancellazione del sogno. E in quella galera ci sarei finito anche io, a rivivere la stessa giornata anni. Sempre allo stesso angolo, ogni giorno, seduto sulla stessa sedia. Con lo sguardo fisso sullo stesso quadro avvilente, opera di una mente senza ingegno. Sarei rimasto così per sempre, a contemplarne le ingenuità tecniche, l'assenza di stile ,a povertà d'estro, e quella cornice d'oro posticcio, su un muro nell'anticamera della vita vera. [...] Sophia ha bevuto l'ultimo sorso di succo d'arancia, soddisfatta. Stavolta con Sophia per mano. Non riuscivo a smettere di guardarla e oggi posso dire con certezza che è già innamorata di questa città magica. Grazie Milano, oggi mi hai salvato.