I Bolscevichi erano persone sospettose, fin dalle loro origini. La Čeka, la polizia politica sovietica dedita alla lotta senza quartiere alla controrivoluzione, nacque già nel 1917 per poi attraversare numerose metamorfosi fino al più noto Kgb.
In parte il sospetto e la diffidenza bolscevichi possono essere ricondotti all’origine clandestina del loro movimento rivoluzionario, che in quanto tale doveva fare logicamente della segretezza, della cautela e della circospezione dei veri e propri ferri del mestiere per difendere i propri militanti e dirigenti dalle attenzioni dell’Ochrana, la polizia politica zarista. Simon Sebag Montefiore racconta nel suo libro Il giovane Stalin come il futuro dittatore georgiano eccellesse nell’opera di smascheramento delle spie zariste fin dai suoi esordi come rivoluzionario di professione.
E’ naturale poi individuare nella lunga Guerra civile seguita alla Rivoluzione d’Ottobre (1918-1921) una causa consistente della sospettosità bolscevica.
In quel caso i rivoluzionari guidati da Lenin e, sul piano militare, da Trotskij, dovettero combattere su più fronti non solo le “Guardie bianche” (uomini fedeli, cioè, alla monarchia rovesciata o sostenitori di ipotesi autoritarie più marcatamente di destra) ma anche eserciti di potenze straniere sul territorio russo che progettavano di soffocare attivamente la Rivoluzione comunista sul nascere.
La vittoria definitiva da parte dei bolscevichi, però, non comportò un cambiamento di mentalità: l’idea dell’accerchiamento, del sabotaggio, del complotto interno ed esterno a favore della reazione continuò a caratterizzare la retorica e la cultura politica del regime sovietico. Certamente una svolta in senso radicale arrivò con la conquista del potere da parte di Stalin, che sulla denuncia dei capi delle opposizioni interne nel partito come “sabotatori” e “nemici del popolo” costruì la propria ascesa verso il potere assoluto. Qui giocò sicuramente un ruolo importante la psicologia del dittatore, particolarmente incline alla paranoia fino al decesso avvenuto nel 1953 mentre stava infuriando l’ennesima repressione contro il “complotto dei medici”, caso poi denunciato come una montatura dallo stesso Lavrentij Berija.
Sono partito un po’ da lontano per arrivare a una notizia di stretta attualità: la formalizzazione tecnica del sistema di delazione interno al M5S, annunciato dai suoi capi. Quando ho letto la notizia, infatti, non ho potuto fare a meno di pensare al complottismo sovietico, consapevole naturalmente di dover distinguere due fenomeni tra loro molto diversi, considerando quanto meno che se il primo appartiene alla sfera della tragedia il secondo appartiene a quello della farsa. Tuttavia questa notizia non può che inquietare, o quanto meno indurre a qualche riflessione più ponderata.
Anche nel caso del M5S possiamo parlare di una tendenza innata verso la cultura del sospetto. E’ noto come nella retorica politica dell’attivista medio grillino il complottismo occupi uno spazio importante: l’idea, cioè, di un potere inaffidabile, sempre mosso contro il cittadino su più fronti possibili, specialmente su quello sanitario: è particolarmente famoso in questo senso il caso delle “scie chimiche”.
Ma questa caratteristica credo che possa essere estesa più in generale al populismo come fenomeno politico. La retorica populista si fonda su un’esaltazione acritica del popolo visto come una soggettività unitaria e pura, incontaminata, da contrapporre a una élite corrotta che persegue i propri interessi (tramite complotti, appunto) ai danni dei cittadini. Quando parliamo di élite non intendiamo soltanto la “casta” dei politici, ma più in generale ogni forma di gerarchia fondata sulla competenza; perfino i medici, una volta visti dalla società come punti di riferimento essenziali a cui affidare letteralmente la propria vita, oggi possono essere accusati tranquillamente di essere agenti di un complotto internazionale nella somministrazione dei vaccini su commissione di grandi case farmaceutiche. Non si tratta di teorie nate col populismo, ma che piuttosto dal populismo hanno ottenuto ascolto e rappresentanza, anche parlamentare (nel gruppo parlamentare del M5S possiamo trovare molti esempi che vanno in questa direzione, dai vaccini al falso sbarco degli americani sulla Luna, solo per fare degli esempi).
La storia insegna che il complottismo verso nemici esterni si tramuta sempre in quello verso nemici interni; su questo il M5S non ha fatto eccezione.
Il sistema di delazioni interne, infatti, era già ampiamente diffuso già prima della sua formalizzazione ad opera di Casaleggio. Fin dalla sua nascita, nel Movimento si sono individuati nemici infiltrati, ma anche attivisti dediti ad operazioni di carrierismo politico, di frazionismo o comunque dissidenti rispetto alla linea ufficiale dettata dal “garante” Beppe Grillo. Non è lontano il periodo delle espulsioni di Parlamentari a causa di una partecipazione a un programma televisivo non autorizzata dalla Casaleggio e associati, o di quelli accusati di portare avanti una propria corrente personale sul territorio.
Populismo e complottismo vanno insomma di pari passo. Anche perché il complottismo è semplice: fornisce sempre una spiegazione immediata a problemi complessi, e soprattutto individua un nemico su cui scaricare la responsabilità dei propri fallimenti. In molti ricorderanno il caso del “complotto dei frigoriferi” denunciato dal Sindaco di Roma Virginia Raggi, che individuò in misteriosi agenti provocatori la responsabilità della presenza di elettrodomestici nelle strade della Capitale.
C’è poi un altro elemento: la mentalità populista non concepisce la differenza, il pensiero diverso rispetto a quello ufficiale espresso dal rappresentante del “popolo autentico”. Il popolo è unico, quindi è unico anche il pensiero, la linea; la dialettica tra posizioni differenti sarebbe normale in una classica cultura liberale, che al populismo è quanto di più estraneo ci possa essere. Il complottismo è quindi un’arma utilissima per screditare e allontanare questa diversità: se pensi diversamente stai facendo il gioco del nemico.
Certo, oggi per le vittime di questa mentalità non c’è il Gulag o la fucilazione senza processo; al massimo, una denuncia via mail su un blog di un’azienda privata. E’ già qualcosa, diciamo.