Cantilena molto in voga in questo periodo: "Internet rende liberi".
Discuto spesso riguardo all'effettivo valore della libertà fornitaci dalla rete, alla sua relatività, e in particolar modo alle grosse e pericolose conseguenze che essa può portare, venendo spesso additato come un elitista, arrogante antidemocratico. Definizione divertente, specie perché spesso proviene da quei profondissimi e informatissimi sostenitori della democrazia a convenienza.
Ora... parlare male di chi ha votato PDL e adesso mette il "mi piace" alla pagina "No alla legge bavaglio" sarebbe come insultare delle formiche intrappolate nella gomma (oltre che un'ulteriore discesa nell'ovvietà). Non mi soffermerò sulla gente povera di spirito, o sul fatto che è comodo fare gli sconvolti paladini della libertà (adesso) dopo aver fatto gli gnorri (prima).
Parlerò della tanto amata e difesa libertà in relazione all'altrettanto amata musica.
Ovvietà del giorno: con Internet si è passati ad essere da appassionati a consumatori.
E questo è un dato di fatto, valido per qualsiasi forma d'arte (porno compreso).
Odierni tuttologi musicali scaricano tonnellate di discografie, facendo a gara a chi sa elencare più numeri, più nomi, più generi. Facendo l'impossibile per essere i primi a scovare i pezzi di un disco e metterli su Youtube una settimana prima dell'uscita. Ormai prima ancora che un album possa arrivare sugli scaffali dei negozi è già vecchio. E' già stato ascoltato, commentato, ed è già stata insindacabilmente decretata la sua effettiva qualità, dalle stesse persone che, dopo un rapido ascolto al disco in questione, sono già alla ricerca di altro.
Oggi il frutto di anni di lavoro (da 1 a 4) di un artista viene consumato e digerito nel giro di quel minuto (due, volendo esagerare) necessario a saltare da una traccia all'altra su Youtube. Dopodiché, tutto il lavoro in questione (eccezion fatta per quegli eventuali pezzi che riescono ad attirare l'attenzione del pubblico), finisce nel nulla (o a occupare i mb di qualche sempre più fornito lettore).
E' sparita la capacità di soffermarsi, di "ascoltare" (e non "sentire"), di provare passione per qualcosa.
Di aspettare un disco ordinato in negozio, correre a prenderlo, scartarlo, avere tra le mani qualcosa da toccare, da respirare, e dei testi da leggere, magari da tradurre.
Di ascoltare un disco duecento volte, di assaporarlo, di comprendere anche quei dettagli che ad un primo ascolto sembravano incomprensibili.
Le osservazioni che mi vengono solitamente poste a questo punto sono:
"Che diritto hai tu di giudicare la quantità di attenzione dedicata dagli ascoltatori alla musica?"
"La musica è mia e me la ascolto come e quando mi pare"
"I tempi sono cambiati, aggiornati XD"
Ok. Il problema sorge quando voi stessi tirate fuori frasi quali "Non ci sono più gli artisti di una volta". "L'ultimo disco di X fa schifo". "La musica attuale è tutta una merda, si salvano solo Y e Z".
Queste affermazioni, unite alla recente tendenza al sentirsi autorizzati ad insultare chiunque e qualunque cosa, dimostrano una sola cosa: gran parte della gente ignora cosa voglia dire scrivere un disco.
Tutti vogliono tutto e subito, ma al tempo stesso pretendono qualità assoluta. Ignorando il fatto che la qualità dei grandi dischi del passato non si otteneva certo con la fretta.
Il processo di scrittura di un disco non può stare al passo con la velocità di consumo dell'"ascoltatore" medio.
L'atteggiamento da consumatori avidi, ciechi e menefreghisti, unito alla desacralizzazione dei grandi artisti (Vasco? Un cretino che sa dire solo "eh già", "più su", "più giù"), nullifica la figura del musicista, separa il duro lavoro, l'ispirazione e il sentimento, dal prodotto, che diventa un anonimo e incorporeo file audio perso in un'infinita collezione di suoi simili.
Questa nuova concezione dell'"ascolto di musica" penalizza gli esordienti, stroncati sul nascere da etichette applicate in base ad un capo di vestiario o ad un taglio di capelli, giudicati da sedicenti espertoni, presi dall'impulso incontrollabile di dare un nome e un genere a qualsiasi cosa, e di basare il proprio giudizio su tutto tranne che sull'ascolto della musica stessa. E penalizza al tempo stesso i musicisti già affermati.
Eh si, perché "tutti siamo uguali", "tutti abbiamo il diritto di usare la musica dove e come vogliamo", "il diritto d'autore è una merda, la musica deve essere libera".
Ma mi chiedo come possa un artista dare il meglio se deve preoccuparsi di arrivare a fine mese.
E mi chiedo come sarebbero stati i Queen se fossero nati in un'epoca come questa.
Internet fornisce a tutti la libertà di parlare. Peccato che ci abbia sottratto l'umiltà di ascoltare.
Non si può pretendere che l'arte ci venga vomitata addosso a ciclo continuo come acqua da una fontana. L'arte ha i suoi tempi.
E' "di tutti", si, come volete voi.
Ma è necessario che dall'altra parte ci sia "un animo disposto a comprenderla". E a rispettare i suoi ritmi.
L'amore è fatto anche di attese.