Oggi con l’avvento di Internet, siamo esposti a migliaia di informazioni che ci sommergono, alcune delle quali sono “fake news”. Questa facilità di reperire informazioni si è rivelata dannosa per i professionisti, poiché facendo ricerche su Google si possono reperire anche informazioni errate. In questo modo, tutti pensano di essere medici, tecnici riparatori, psicologi, avvocati, ecc. In particolare, segnalo il precedente articolo in questo volantino sulle competenze che dovrebbe avere un tecnico riparatore. Spesso ci troviamo di fronte a parrucchieri, estetiste o semplici amici che si definiscono “un po’ psicologi” per il semplice fatto di ascoltare gli sfoghi dei loro clienti e amici. Allora io vi chiedo se avete mai sentito dire: “Sai che anch’io sono un po’ cardiologo?” Nessuno si sognerebbe mai di fare una affermazione del genere senza aver avuto alle spalle anni ed anni di studio e competenze specialistiche. Questo pregiudizio sullo psicologo è dovuto alla banalizzazione di questa professione, a causa dei media e del senso comune che riducono la psicologia alla semplice capacità di ascoltare, comprendere l’altro e dare consigli. Ebbene, molti resteranno sconvolti nel sentirsi dire che lo psicologo, oltre alla valutazione e alla diagnosi, si occupa di prevenzione, riabilitazione, rieducazione e sostegno. Inoltre non dà soluzioni preconfezionate ma, grazie alla costruzione di una relazione con il paziente, fornisce strategie e strumenti per ragionare da sé. Nella mia esperienza da (quasi) psicologa, ho incontrato gente senza alcuna formazione, che si professava esperto in una qualche branca della psicologia. L’ Ordine Nazionale degli Psicologi definisce lo psicologo come “un professionista iscritto nell’apposito albo professionale e abilitato in psicologia mediante l’esame di Stato dopo aver conseguito la laurea magistrale in psicologia e un tirocinio pratico”. Inoltre il Codice Deontologico afferma che “lo psicologo contrasta l’esercizio abusivo della professione e segnala al Consiglio dell’Ordine i casi di abusivismo o di usurpazione di titolo di cui viene a conoscenza”. Purtroppo quest’ultimo provvedimento non è sempre applicabile, in quanto i soggetti abusanti del titolo hanno adottato un nome che non sempre è regolamentato, così ci possiamo trovare davanti a diplomati, insegnanti, pedagogisti, filosofi, educatori che svolgono professioni (tecnici ABA, tutor DSA, counselor, life coach, ecc) che richiedono competenze in ambito psicologico. Inoltre, la responsabilità non è solo di chi svolge questi di chi svolge questi incarichi, ma anche di formatori che propongono corsi brevi per “abilitare” queste persone a svolgere queste funzioni. Di male in peggio, ci sono anche corsi online brevi di psicoterapia cognitivo-comportamentale, una professione che in realtà richiede a psicologi e medici quattro anni di specializzazione dopo l’iscrizione all’apposito albo. Un altro esempio di svalutazione di una professione è il pregiudizio secondo cui, se un lavoro non ti impegna a livello fisico, non è un lavoro. Penso ad esempio a chi lavora sui social network che è costantemente criticato perché non svolge un vero lavoro, eppure percepisce uno stipendio per le competenze che ha acquisito in questo ambito. Infatti, lo youtuber, l’influencer, il social media manager sono lavori che, essendo nati nell’era del digitale, non sono considerati seri. Eppure non basta solo scrivere un post e pubblicarlo, girare un video e caricarlo sul proprio canale per svolgere questo lavoro, altrimenti saremmo tutti un po’ youtuber, influencer e social media manager.