Curiosa, la vita. La mia, in particolare, mi spinge a rileggerne la trama da angolazioni sempre diverse, forse per il mio modo di pensare. La vita è un mosaico di aspetti, tra cui quello professionale: il lavoro, con i suoi comportamenti, le sue azioni, il modo in cui ci muoviamo in quel contesto. Nonostante la presenza ingombrante di qualcuno che porta lo stesso nome del mio casato, ma con un’ombra ben meno nobile, ho sempre cercato di costruirmi un’identità mia. Una figura professionale, come direbbero oggi, cucita su misura, come un abito sartoriale. Perché indossare vestiti altrui non mi si addice: mi stanno male, proprio come un completo sbagliato. Questa riflessione nasce da alcuni commenti ricevuti negli ultimi anni da professionisti di spessore, persone di successo nei loro campi professionali che ho incrociato nel mio percorso lavorativo. Parlano di stima. Le loro parole su di me non sembrano convenevoli, ma sincere. E questo, direte, è un bene. Anzi, benissimo. Eppure, ciò che mi lascia perplesso sono le motivazioni dietro questi apprezzamenti. Uno dei motivi principali è l’onestà. Un valore misurato, pensate un po’, su una scala che sembra uscita da un manuale di grandi società di ranking internazionali: la fantomatica “Frody Stairs” (un inglesismo all’italiana, ça va sans dire), la scala delle frodi. E il mio punteggio? Alto, altissimo. Ma non perché io sia un maestro del raggiro, bensì perché sono io quello che, troppo spesso, finisce raggirato. In poche parole: sono onesto perché “la prendo in saccoccia” con una certa regolarità. Ergo, sono onesto. Si certo, per la stragrande maggioranza risuletò un gran fesso, invece. Immaginate una scala di valori che si snoda, con tacche precise e continue, lungo il mio retto, risalendo fino al colon. Più tacche raggiungo, più il mio valore di onestà e trasparenza cresce. A questo punto, cosa dovrei pensare? Che, pur essendo eterosessuale, prenderlo in quel posto (in maniera metaforica) abbia i suoi vantaggi? Dicono che l’onestà non abbia prezzo, ma chi è onesto un prezzo lo paga, eccome. Facile a dirsi, se sei uno di quei furbi che sanno come girare il mondo a proprio favore. Mi sento come il bordo della pizza: scarto per molti, prelibatezza per pochi. Ma in questa valutazione manca un elemento: il mio giudizio. Un giudizio che potrebbe confermare o ribaltare tutto, potrei darmi anche un "diesci". Invece. La verità è che non riesco a sentirmi pienamente orgoglioso di questa etichetta. Non so nemmeno come mi sento, a dire il vero. Cerco di non pensarci troppo. Però so una cosa: merito di meglio. Merito correttezza, onestà, almeno una briciola di ciò che do agli altri. Sono stanco di vedere persone raggiungere successi e traguardi, anche grazie al mio lavoro, senza che mi venga riconosciuto ciò che mi spetta. E di questo, credetemi, sono stanco. Molto stanco. Tanto che, sempre più spesso, mi sveglio con la voglia irrefrenabile di mollare tutto. Un tempo, essere considerati onesti era motivo di vanto. Gli uomini così definiti erano rispettati, apprezzati. Oggi, invece, la corruzione, nelle azioni e nelle intenzioni, sembra il nuovo metro di successo. Saper arricchirsi, scalare la società calpestando gli altri: ecco cosa conta. E molti si aggrappano a questi individui, sperando di imparare i loro trucchi o di essere trascinati in alto dalla loro scia. Io? Continuerò a sorridere. Con un sorriso amaro, perplesso, non solo con le labbra. Anche con l’ano. Ora vi saluto, mi metto a lavorare. A natiche serrate, logicamente.












