“[…] e quel momento, be’, io volevo che restasse, proprio come quel giorno d'aprile, la primavera dopo che Ruby si era sfracellata sul pavimento in mattoni del cortile, la prima primavera da quando avevo conosciuto il professore che sarebbe diventato mio marito, quel giorno in cui io e lui eravamo in un parco stesi su una coperta fatta, disse, da sua madre e per la prima volta da quando l'avevo incontrato lui sorrideva parlando di lei, e io e il professore stavamo in quel parco, sdraiati di fianco su quella coperta e ci tenevamo per mano e ci guardavamo negli occhi e i nostri cuori ci davano prova di essere organi perfettamente funzionanti – marciando come veri soldati, i più forti e patriottici in testa alla marcia delle nostre piccole vite – e insomma io e il professore eravamo innamorati che più innamorati di così non si può perché era stata la perdita che avevamo in comune a unirci e nonostante questo, o forse proprio per questo, eravamo riusciti a innamorarci l'uno dell'altra in quell'autunno più nero che mai, ma poi era caduta la neve e si era sciolta e la terra si era asciugata e sugli alberi rispuntavano le foglie e finalmente c'eravamo di nuovo dentro, e contemplavamo l'assurdità della primavera, la primavera era tornata, e contemplavamo l'assurdità del sentirsi così vivi e così svegli stando insieme a qualcuno, e il professore, guardandomi fisso negli occhi in quel momento colorato di giallo, decide di citare una cosa detta o scritta da una persona che era morta da un pezzo: Momento, resta, disse, e io feci: Che?, e lui mi spiegò: È una cosa che ha scritto Virginia Woolf: Momento, resta, perché sei così bello, o qualcosa del genere, e io gli chiesi: E tu ti senti così? Ti senti come si sentiva Virginia Woolf?, e lui rispose: Sì, e io in parte ero d'accordo con lui, perché sì, anch'io ero innamorata e volevo rimanerci, ma allo stesso tempo provavo una specie di tristezza, una specie di rabbia, una specie di delusione, perché quel momento era passato non appena lui gli aveva chiesto di restare.”