“La comunicazione perfetta esiste. Ed è un litigio ” sono le parole dello scrittore Stefano Benni.
Non ha poi tutti i torti: tutti i giorni ci imbattiamo nei limiti del comunicare.
Le parole hanno un peso e (addirittura) un vero e proprio significato diverso per ogni persona e questa è già un’ottima premessa per il disastro.
Se poi ci mettiamo anche componenti uguali ma diverse per tutti gli interlocutori (umore personale, il proprio vissuto, esperienze, sensibilità, carattere…) ecco che sbuca un gap comunicativo coi controfiocchi.
E così ci sentiamo costretti a non condividere un pensiero contrario su un argomento spinoso.
Ci sentiamo legati dalle cinghie strette del giudizio degli altri, che ci soffoca.
Ci sentiamo minacciati dalle conseguenze che potrebbe avere qualsiasi opinione diversa su un argomento delicato, che sia di morale o di politica.
Quindi preferiamo tacere o dissentire nel segreto della propria mente,
Dal vivo, quando va bene, non succede nulla: esprimi la tua visione non comune e te la cavi con un giudizio silenzioso dall’altra parte che cambia almeno un po’ l’opinione su di te.
Quando va male si discute (a volte si degenera) e magari ci si perde.
Nel virtuale è un po’ diverso. Nel virtuale si degenera come regola.
Tutti si prendono il diritto al microfono e ai riflettori e guai a chi glielo leva. Le persone fanno a gara per esprimere la loro opinione mai richiesta in risposta alla tua e con una rabbia tale che è giustificata solo con un ritardo mentale.
Nel virtuale con una parola storta, ma anche dritta e vista storta, si può dare il via a un conflitto infinito perché si espande a macchia d’olio.
Insomma, internet ha i denti e i denti mordono.
Il politicamente corretto sul web.
Nel mondo virtuale la comunicazione è come giocare a calcio con una bomba a mano: è un attimo e salti per aria.
C’è un mostro che ci minaccia costantemente, online più che mai, ‘’dove tutto resta’’: E’ il mostro del politicamente corretto.
Qualcuno ne nega l’esistenza, appellandosi solo a un presunto ‘’giusto così’’ assoluto per giustificare cose che, magari, negherebbero per primi se potessero. O ancora più frequente: non sostengono idee perché ci credono ma perché lo fanno anche gli altri e si presume sia quello che vogliono sentirsi dire per essere applauditi. Un presunto giusto senza possibilità di replica, che per altri è assolutamente discutibile. Altri, più intelligenti a mio parere, lo accettano senza però farsi divorare.
Il politically correct pretende una cosa tipo ‘’Pensa cose e sostieni battaglie secondo l’opinione prevalente, non pensare se potrebbe esserci altro, senza pestare i piedi a niente e nessuno.’’
E’ impossibile, per definizione. Siamo troppi e con troppi giudizi per non urtare nessuno, tanto vale rilassarsi.
Ma fra chi accetta il politically correct come fenomeno sociale esistente ci sono almeno quattro correnti.
1 – Gli arresi: chi si fa seppellire, rinunciando per sempre al proprio pensiero in nome di una tranquillità eterna, mandando in pensione il cervello e il giudizio critico perché non vuole problemi.
2 – I meno fortunati (quanto sono politically correct a definirli in modo garbato così!): chi uno spirito critico non ce l’ha mai avuto e non ce la farebbe comunque a produrre un pensiero personale
3- I ribelli per forza: chi lo sfida a prescindere, a occhi chiusi, come mantra di vita senza capire che libertà di opinione + pensiero contrario sempre e comunque su ogni cosa, arrivando anche a insultare, non è uguale a libertà ma a demenza (ecco, ho già perso il politically correct, maledizione….)
4 – E infine chi lo accetta come limite sociale esistente solo per tenerlo a bada, ma quando vuole non ha paura di andargli contro, magari per battaglie importanti.
Io penso di rientrare nella quarta di queste categorie: so che esiste e devo considerarlo, ma se decido di affrontarlo lo faccio in modo consapevole (= rischi del caso) e comunque per portare avanti questioni che mi stanno a cuore o in cui credo davvero.
Ma se viviamo in una società che sembra dover dire la sua per forza e te ne accorgi leggendo i commenti sui social, se la rissa virtuale sembra essere un qualcosa di irresistibile e chi non la pensa come te deve essere gettato in pasto agli squali…. Dove è finita la libertà di opinione?
Il politicamente (s)corretto: c’è chi dice no.
Qualche coraggioso prende un bel respiro e alza la voce. Rompe le catene e dice basta.
Da alcuni influencer a persone comuni, dal politico all’imprenditore, dalle associazioni fino alle grandi aziende.
Non senza linciaggi, s’intende.
Prendere una posizione netta e cosiddetta ‘’moralmente discutibile’’ secondo alcuni e ‘’finalmente libera’’ da altri, il politicamente scorretto sta prendendo sempre più piede ma non con poche difficoltà.
Vi basta ricordare l’impresa funebre Taffo, tanto per fare un esempio di politicamente scorretto che funziona.
C’è chi approva e chi no, c’è qualcosa che si guadagna e qualcosa che si perde, in un delicato gioco di equilibri.
La shitstorm è dietro l’angolo che ci aspetta.
Nel mio lavoro, è importante considerare e prevedere reazioni e contraccolpi, perché prevenire il danno è sempre meglio che curarlo.
Ma gli italiani sono pronti per questo tipo di comunicazione?
La situazione in Italia, secondo me. E sotto gli occhi di tutti.
La risposta è no: non siamo affatto pronti.
Il politicamente scorretto, come ogni nuova onda, prova a ingrossarsi e infrangersi ad ogni occasione possibile, ma nella stragrande maggioranza dei tentativi fa un flop assordante.
Un flop che riempie gli studi dei talk televisivi per giorni, un flop che ricopre di odio le pagine social dei messi a morte di turno, un flop che rimbomba per settimane per poi, quasi sempre, spegnersi dopo un fuoco iniziale e una gigantesca corsa ai ripari degli addetti aziendali alla comunicazione.
In generale siamo un popolo di moralisti coi peccati nell’armadio, molto attenti a giudicare e soprattutto a condannare.
Ci piace tantssimo mettere alla gogna.
E’ una cosa tipicamente umana quella di giudicare, ma c’è modo e modo. E soprattutto, non occorre azzannare alla gola per farlo.
Mentre umana non dovrebbe essere l’abitudine, ormai inclusa nel pacchetto, di augurare la morte e malattie, minacciare, insultare per tutto ciò che non trova spazio nella propria scatola cranica.
I social sono una piazza pubblica importante per confermare la nostra impreparazione e il nostro moralismo.
Gli stessi che sostengono idee contrarie lo fanno in modo violento, chi li contrasta raddoppia la violenza in un gioco infinito di odio.
Tutto questo per delle idee diverse che hanno diritto di esistere (tranne naturalmente cose davvero gravi).
Il moralismo condisce ogni cosa. Le code di paglia sventolano e prendono fuoco con niente, anche e soprattutto quando l’attacco non è diretto con nome e cognome. Le opinioni non sono più opinioni ma verità assolute. L’ironia viene sistematicamente fraintesa. Il black humour è affare per pochi.
Sostenere un tema politicamente scorretto: vantaggi e rischi.
Parliamo di comunicazione aziendale e consideriamo il termine ''scorretto'' come semplicemente ''impopolare'' senza un reale giudizio di valore.
In generale, un’azienda che decide di sposare alcuni valori e sostenere alcune cause cammina sull’orlo del precipizio.
Diciamo che per cadere basta un passo falso o un alito di vento imprevisto.
I rabbiosi utenti di internet sono attentissimi e pronti a sollevare una shitstorm (vi prego non fatemi tradurre il termine e cercatelo su Google!) anche su quelle tematiche che tendenzialmente dovrebbero vedere d’accordo tutti, e non c’è da meravigliarsi.
Vediamo quali sono i punti a favore di questa scelta.
1 – Senz’altro, il coraggio di mettere entrambe le scarpe da una parte o dall’altra del confine
2 – Creare una community molto più legata al brand, perché condivide con loro gli stessi valori, lo stesso credo e la stessa visione delle cose
3 – Gli stessi utenti a supporto del brand, sono persone simili fra loro che legano più facilmente e più piacevolmente perché si sentono appartenenti a una seconda famiglia
4 - La scelta d’acquisto è influenzata pesantemente dalle politiche e dai valori di cui l’azienda si fa bandiera: ‘’Se mi piaci, compro di più’’.
5 – I consumatori, fruitori o sostenitori che siano, diventano uno scudo umano contro la rabbia dei contrari, dei boicottatori e dei moralisti offesi, aumentando di fatto la loro fidelizzazione al marchio.
Ma invece i rischi? Ne abbiamo a sacchi da un quintale l’uno, fra cui:
1 – Nella stragrande maggioranza dei casi, il coraggio di aver preso una posizione viene cancellato dalla portata delle scelte aziendali considerate , unpopular, non necessariamente indegne: il giudizio a riguardo seppellisce completamente la forza del gesto. In altri termini: ‘’se non sono d’accordo con ciò che sostieni, non mi importa niente che tu sia coraggioso e libero, perché sono troppo impegnato a dirti che ti devi solo vergognare per non pensarla come me.’’
2 – Si deve mettere in conto la perdita della clientela contraria o comunque non sostenitrice, che potrebbe anche essere molto consistente e abbandonare per sempre il marchio. Questo può generare perdite di profitti.
3 – Si deve considerare un probabilissimo tornado mediatico, che fa pubblicità in ogni caso sì, ma con risultati incerti
4 – Si rischiano flussi violenti di proteste e boicottamenti nati e alimentati dai ‘’molto arrabbiati’’: shitshorm is here! E non si sa quanto durerà.
5 – L’azienda, in questo caso, vive una crisi comunicativa non indifferente: quello che doveva venirci a favore, ci si è rigirata contro.
6 – Una presa di posizione netta e definita non permette errori di sorta: scivoloni, incongruenze, incoerenze sono le sette piaghe d’Egitto che pesa più di essere rimasti nel mezzo.
7 – Di conseguenza, anche laddove si sopravviva o si prosegua più forti di prima, si deve rimodulare tutte, ma proprio tutte le azioni sulla base delle scelte prese e dei valori dichiarati. Pena la perdita della faccia.
Quindi qual è la cosa giusta da fare?
Ora, comunque la si pensi, ogni azienda sceglie che passi fare.
Tendenzialmente, si sta nel mezzo il più possibile o non ci si pronuncia e non è una scelta da biasimare.
Il politicamente corretto c’è e le aziende lo sanno eccome.
Trovo che sia estremamente prudente e comprensibile nel mondo d’oggi accettare la sua esistenza e modulare il più possibile la comunicazione.
Ma una cosa è certa: dal mio punto di vista, il politicamente corretto a tutti i costi è sbagliato.
Ma se nel campo personale chiunque ha tutta la libertà del mondo, quando si parla di lavoro è bene stare coi piedi per terra: non si tratta di incoerenza ma di prudenza e furbizia.
Un Social Media Manager come me quando collabora con un’azienda deve ricordarsi che non è lui a parlare, ma l’azienda e deve rispettare i suoi valori (e possibilmente, condividerli, sennò diventa complicato!).
Libertà d’opinione sì, finchè la pensi come me: la mia esperienza
Io scrivo da oltre quindici anni e non poche volte mi sono ritrovata dentro una shitstorm.
Ho pronunciato verità scomodissime e pensieri contrari all’opinione comune, sollevando le polemiche di completi sconosciuti che si sono rivoltati con la cattiveria di uno a cui tocchi la madre.
Forse si sarebbero offesi di meno!
Quello che ho compreso è che la libertà d’opinione, oggi, non è più libera, nel senso che si è completamente perso il senso stesso di libertà.
Tu sei libero di parlare finché la pensi come me, sennò sei un testa di....Asso!
Ma anche un’altra cosa, l’ho capita: quando uno ha il coraggio di urlare qualcosa per primo, per quanto rischioso sia, presto scopre che lo stesso pensiero era forte e vivo in altre persone che aspettavano soltanto un folle che rompesse il muro del silenzio.
In ogni caso, la strada del coraggio è quella che consiglio sempre nella vita.
Sul lavoro, la prudenza è obbligatoria.
In bocca al lupo a tutti in questo moralista, bel paese.