Ho voglia di scrivere e ho voglia di raccontarvi qualcosa, il problema è che non so cosa. Volete che vi racconti una storia? Se la risposta è sì, chiedete e sarete accontentati. Mi manca tanto mettere in fila una parola dietro l'altra.
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Ho voglia di scrivere e ho voglia di raccontarvi qualcosa, il problema è che non so cosa. Volete che vi racconti una storia? Se la risposta è sì, chiedete e sarete accontentati. Mi manca tanto mettere in fila una parola dietro l'altra.
Sabato scorso, sistemando il garage, ho trovato un sacco della spazzatura pieno di pupazzi e bambole. Dopo lo stupore iniziale, il mio senso pratico ha avuto la meglio e ho iniziato a selezionare cosa tenere per la mia sorellina e cosa buttare. Mamma ha visto un orsacchiotto nel mucchio di pupazzi da buttare, e mi ha fissato in modo strano. "Non te lo ricordi? Questo te lo ha portato dalla Germania" No, in realtà non me lo ricordavo. Non appena ho capito cosa stavo per fare ho afferrato quell'insulso orso e l'ho messo in un angolo. Non sarebbe andato a mia sorella, quello spettava a me. Ecco, questo particolare assurdo sembra una metafora: la vita mi riporta sempre te davanti agli occhi nonostante io cerchi di seppellirti tra le cose a cui non voglio più pensare. Voglio scriverti oggi. Non ne ho più avuto voglia perché ogni volta che ci ho provato mi sono sentita un robot e forse un po' sento che sia così anche adesso, ma dovrai perdonarmi perché i miei meccanismi ci metteranno un po' per liberarsi dalla ruggine. Non ti so dire perché non sono più stata in grado di esprimere le mie emozioni attraverso le parole. Tenco diceva di scrivere cose tristi perché in effetti quando era felice usciva, io non credo sia il mio caso. È che mi sono innamorata e ho esaurito le belle parole perché solitamente le dedico tutte a lui. È un tipo geloso, capirai, non gli va che scriva ad altri né di altri. Capirai, perché tu lo sai bene cosa significa essere gelosi. Te lo ricordi cosa mi hai detto il primo anno di superiori? "Stai attenta, e lo devono stare anche i ragazzi che ti si avvicinano. Guarda che gli spezzo le gambe, lo sai?" Quanto mi fa ridere tornare a quell'attimo..era l'ultima volta che ti vedevo, e tu ti sei preoccupato di un particolare così stupido.. La tua bambina stava crescendo e tu non riuscivi a credere che a breve avrebbe dovuto avere a che fare con dei maschiacci, chissà come l'avrebbero trattata, chissà cosa le avrebbero fatto! In realtà non lo avresti mai saputo, e forse è stato meglio così. Ora che mi sono finalmente diplomata sento che il cerchio si è finalmente chiuso, ma oltre alla felicità incosciente della libertà, avverto questo piccolo dolore, questa fitta, la consapevolezza che non saprai mai quanto sono cambiata. I 18anni, il primo grande amore, il primo passo verso la vita da adulta quando l'ultimo ricordo che hai di me è quello da tredicenne impaurita e schiva. Come mi dovrei sentire? Come dovrei accettare che tu non saprai mai quanto sono stata brava? Quanto sono cresciuta? Quanto lontano sono arrivata? Come dovrebbe farmi sentire sapere che mi rivolgo a te pur sapendo che non avrai mai la possibilità di leggere? Male. Mi fa stare male e col passare del tempo ho realizzato che purtroppo questa sensazione è irreversibile. Ho accettato ogni cosa. L'assenza, la mancanza, l'amaro in gola, le lacrime, il rimpianto, la nostalgia, la tristezza inesauribile, il muro della morte.. L'unica cosa che non saprò mai accettare è non sapere se tu, una delle poche persone di cui mi frega al mondo, approvi chi sono diventata oppure no. Un giorno mi passerà, deve essere così. Avrò figli che non sapranno chi sei stato, amiche che non capiranno per chi è il dolore che mi porto dentro, sconosciuti di una sala cinematografica che non mi perdoneranno per essere scoppiata a piangere durante la morte del protagonista. Sarà così e non ne ho paura, perché ho imparato ad accettare che certe debolezze non saranno mai altro che debolezze, e averti perso non mi renderà mai più forte, solo più cosciente, pronta. La tua morte non mi ha reso migliore, ma se dovessi cercare il lato positivo, direi che grazie a ciò che ho patito, oggi so che nulla è impossibile da superare. Se sono andata avanti "dopo di te", posso farlo dopo un brutto voto, una delusione, un licenziamento, una brutta lite, una giornata pesante, un brutto periodo.
Questa battaglia continua per un corpo che non mi sta bene Magari potessi avere uno scontrino per cambiarlo, magari
Non scrivo più perché la scrittura per me è come la religione, e da tale credente ipocrita del 21esimo secolo, io scrivo solo quando ne ho bisogno. Ora sono felice. La scrittura non mi serve. E mi dispiace dire che non mi sento in colpa per aver abbandonato la sola cosa che per me fino a poco tempo fa è stata una ragione di vita. Forse un giorno riuscirò a coinciliare scrittura e felicità. Quel giorno non è oggi Buona giornata
Lezioni.
18 anni e non avere nulla di chiaro in mente. Oggi la Professoressa Basso però ha esordito con una frase che mi ha messo il sorriso: "Ora tutti voi non sapete che fare. Mancano due mesi alla maturità e ancora non avete chiaro in mente nemmeno un possibile percorso universitario. O un ipotetico lavoro. O un sogno da intraprendere. Siete tutti così a questa età, non sapete cosa volete né chi volete essere, ma almeno avete ben chiaro l'opposto. <Non voglio essere così, non voglio fare questo..> siete già a buon punto, però!" Ed è una verità sacrosanta. Non ho idea di che cosa voglio, non so chi voglio diventare. So solo ciò che non voglio essere; Un fallimento. Appena tornata a casa, dunque, mi sono lavata la faccia con l'acqua fresca, mi sono spogliata e sono andata a prendere una felpa comoda da indossare. Mi sono guardata allo specchio e ho visto il tatuaggio che, tenendo perennemente nascosto, ho quasi dimenticato di avere. L'inchiostro sulle costole dice "DIVENTA QUELLO CHE SEI" Non ho più avuto bisogno di pensarci su. Io diventerò ciò che sono, e per questo, non potrò essere un fallimento.
Comunque ci tenevo a precisare che io sono grata a tutti. Se ne avessi la possibilità, ringrazierei chiunque, ogni persona che abbia fatto parte della mia vita. Ringrazierei chi mi ha fatto del male, soprattutto chi mi ha fatto del male. Chi mi ha lasciato, chi si è preso gioco di me, chi non si è fatto scrupoli, chi mi ha sputtanato senza ritegno, chi ha distrutto i miei sogni, chi ha bruciato le mie speranze, chi semplicemente non mi voleva, chi si è dimenticato di me, chi non mi ha dato l'importanza che meritavo, chi mi ha fatto dubitare della mia esistenza, del mio diritto ad avere un posto su questo mondo. Io ringrazio tutti, perché senza tutto il male, tutta la sofferenza, tutto il brutto, tutti i lati negativi, chissà a quest'ora come sarei. Sarei ingenua, troppo buona, debole, inesperta. E invece no, invece eccomi qua, col mio disincanto, con la mia diffidenza, con la mia astuzia, con la forza. Il bene mi ha fatto male, il male mi ha fatto bene!
Stavo riflettendo, pensavo, mi arrovellavo il cervello. Stavo pensando che il modo migliore per abituarsi, per accettare e per passare sopra qualcosa, è vederla. Mi spiego: mi sono abituata a certe assenze, perché ho visto che non mancavo a chi non c'era. Ho accettato che qualcuno non mi amasse più, perché l'ho visto ridere quando io piangevo. Sono passata sopra al fatto che tante cose cambiano, e tante cose non saranno mai più le stesse, perché ho visto che forse era meglio così, ho visto che, una volta che qualcosa (come un rapporto) cambia, è imbarazzante tentare di riportarla a com'era prima. È ridicolo e inutile. Forse è per questo motivo che non riesco ad accettare che tu sia morto, perché io non ti ho visto. E quando non vedi che qualcuno ha smesso di essere una persona ed è diventato materiale organico per i vermi, è davvero, davvero, davvero difficile rendersi conto che non esiste più, che non c'è, che non è partito, non è in vacanza, non sta lavorando, non sta bestemmiando in coda ad una lunga fila impaziente di tornare a casa, non è dal barbiere, non è andato a comprare le sigarette, non è in nessun centro di recupero, non si sta nascondendo da nessuna parte, è solo morto. E come lo accetti? Come fai a conviverci? Come fai a pensare che lui è morto mentre tu non eri lì? Che lo amavi e se n'è andato senza salutarti? Che non ti sei nemmeno degnata di vederlo "dopo", perché non ci riuscivi? Come fai a perdonarti di essere stata codarda, mentre lui ha avuto tutto il coraggio del mondo, ed è morto? Questi pensieri mi stanno sconquassando il petto. Questa sera ti chiedo perdono per la mia debolezza, ti chiedo perdono per i miei rimorsi, ti chiedo perdono per non averti detto addio quando potevo farlo. Questa sera ti chiedo aiuto e rassegnazione, ti chiedo di installarmi in testa il pensiero che non fai più parte di questo mondo. Te lo chiedo, perché io non ne sono capace, perché il mio cuore testardo mi dice che non può essere finita così. Invece è finita, il pubblico ha urlato e battuto le mani, l'attore ha fatto un inchino che è durato 10 secondi, il pubblico ha fatto silenzio, il sipario si è chiuso, ed io l'ultimo applauso purtroppo non te l'ho fatto. Scusa.
L'amore intorpidisce gli occhi.
C'è un racconto che mi ha sempre fatto ridere, uno di quelli che hanno caratterizzato la mia infanzia, di quelli che ho sentito più o meno un milione di volte. Mia zia è una bellissima donna dai tipici tratti mediterranei. Ha la pelle abbronzata, gli occhi scuri, tanti capelli neri e ricci, delle belle labbra, un fisico che resiste ai suoi 45 anni. Mia zia è bellissima, è la versione femminile di mio padre, sarà per questo che le voglio così tanto bene. Lo era anche da piccola, quando ha deciso di sposarsi. Suo marito non è mai stato un bell'uomo, non era simpatico, non aveva carisma. Era un carabiniere giovane e brutto, che non è mai riuscito a conquistarsi la figura di mio nonno. A mio nonno sembrava un orco dalle mani grandi, un orco che si sarebbe preso la sua bella bambina, l'avrebbe portata via da lui. "Figlia mia, ripensaci. Non ti sposare con quello, sei troppo giovane, troppo bella, per quello li." La storia racconta che mia zia una volta, arrabbiata e stanca, disse a mio nonno: "Papà, scippati i miei occhi e guardalo, solo così potresti vedere quello che vedo io!" Io da piccola non riuscivo mai a capire cosa significasse, il concetto di amore, di bellezza, dentro di me non trovava spiegazioni. Oggi, proprio oggi ho capito quello che significa. Tu bello lo sei davvero, il mondo intero lo riconosce. Tu sei bello ma non te ne accorgi, non lo accetti. Tu sei bello, bellissimo, stupendo, un'immagine perfetta, ed io ti guarderò sempre con gli occhi dell'amore, sempre con la stessa meraviglia, sempre con la stessa devozione, sempre come se stessi guardando un'opera d'arte e non una persona in carne ed ossa. Guardati con i miei occhi e innamorati di te.
La vita ogni tanto fa delle stronzate clamorose, ma poi rimedia.
Sono le 7 e 15 di una domenica mattina. Fuori piove, c'è un freddo del cazzo, e i rami degli alberi sembrano mani scheletriche che puntano dritte verso la finestra della mia cucina. Mangio un'arancia, preparo il caffè, prendo una sigaretta, tutto mentre guardo fuori. Mi stringo nella vestaglia, ma qui dentro non fa freddo, è solo la sensazione, l'immagine di questo paesaggio arido e buio, che mi mette i brividi. Ed è proprio questo paesaggio scialbo che mi fa pensare al ragazzo con cui uscivo l'estate scorsa. Non voleva "ufficializzare" prima di ottobre, diceva che eravamo "fidanzati per metà", chissà, forse mi prendeva per scema, credeva che io avrei aspettato in un angolino mentre lui si trombava pure le pietre. Non voleva conoscere i miei genitori, non voleva che gli presentassi i miei amici, diceva che era troppo presto. Non voleva avermi accanto, poi ci ripensava, passava 1 o 2 settimane senza farsi sentire, e poi ritornava. Andava sempre così, era sempre degradante. Ma amore mio, è ancora presto, a breve uscirà il sole, ed io adesso penso a te. Ti sei addormentato di nuovo al telefono, sono rimasta a sentirti respirare per due ore intere. Penso a te che stringi la mano di mio padre, a te che mi prendi in giro con la mia migliore amica mentre io faccio la finta offesa, a te che non hai esitato un attimo, che hai rischiato per me, sei diventato coraggioso e intraprendente, per me. Penso a te che non hai bisogno di pause, di tempo per riflettere, di spazi. A te che ci sei sempre, anche quando non ti voglio. A te che mi hai preso e mi hai installato dentro un senso di appartenenza, a te che sei un luogo sicuro in cui tornare, fatto di braccia piene di abbracci, cuori in palpitazione, mani fredde che si riscaldano dentro alle mie, parole timide dal suono lieve, bocche che non riescono a starsi lontane, musica, musica bella. A te, che sei poesia, poesia che fa tremare la voce, come quella di Guido Catalano. A te, amore della mia vita, che sei magia. La vita ogni tanto fa delle stronzate clamorose, ma poi rimedia. A te, amore mio, che sei il sole, il rimedio di tutti i mali. Quant è scontato dirti, che nel modo più sincero, puro, patetico e devastante, io ti amo?
Oggi è stato un bel Natale, dopo tanto tempo. C'erano tanti "posti vuoti", ma è stato bello lo stesso. Il suo nome è saltato fuori a tavola, per un momento nessuno ha fiatato. Io ho abbassato la testa e ho sorriso, complice, grata che qualcuno stesse pensando alla stessa cosa. Se mi manca? Se ci fosse stato anche lui, magari mi sarei divertita di più? Se a volte basta solo il suo profumo per farmi piangere? Se è ingiusto morire a 38 anni? Se la sua assenza mi lacera dentro? Certo, assolutamente, sì. Ma il mio Natale è stato bello, e non importa, non fa nulla, me ne sono fatta una ragione, l'ho accettato. Questo è forse il miglior regalo che potessi mai ricevere, la consapevolezza che la mia vita può essere bella nonostante lui non ci sia più. È un regalo sensazionale, è il suo regalo per me. Grazie anima mia
Sono fissatissima con questa canzone di Courtney Love. Si chiama "honey", e parla del suo amato Kurt con un'amore tale da far impallidire anche me e la mia apatia, e con un dolore che toglie il fiato anche a chi non ha mai provato una cosa di queste. Ascolto questa canzone e piango, oscillo la testa al suono della sua voce sconsolata, mimo ciò che dice, con un'espressione corrucciata, con un male autentico e reale. A te piacevano i Nirvana, quando ho iniziato a suonare la chitarra ti volevo far sentire le prime note di "Smell like teen spirits" ma non ne ho mai avuto l'occasione, e adesso come non mai il rimorso mi corrode lo stomaco. Mi manchi, mi manca la tua voce stonata, mi manca sentirmi chiamare con quei nomignoli scemi, mi manca dirti "dài, spostati che mi dai fastidio", mi manca il tuo profumo, mi manca la tua dannata faccia perennemente ironica, mi manca la mia vita con te, mi mancano i tuoi occhiali da sole, mi manca quella felpa che abbiamo comprato durante quella mattina di shopping sfrenato, quando mi hai fatto tanti regali inutili ed io pensavo "guarda che non mi compri così, però se vuoi comprarmi anche quel porta-gioie di Marylin Monroe non mi dispiace mica". Mi manca ogni cosa e mi mancano anche le cose più assurde, come sentirti urlare di rabbia o vederti scazzato e annoiato davanti alla TV del salone. Courtney ha perso il suo amore più di vent'anni fa, ma non si è mai rassegnata, ha continuato a sbattere i pugni contro il muro della morte, convinta, sicura di non potersi arrendere. Non voglio passare vent'anni così, non voglio passare nemmeno un altro minuto così, ma non so come smettere. Mi addormento e ho in testa quella canzone, mi alzo, e in modo impercettibile la sto già cantando. "L'angoscia e la misera cadono qui come una stella morta, e ogni cosa che mi hai detto adesso mi distrugge. [...] Sei la sopra? Mi stai ascoltando? È il terrore e la paura, e io aspetto solo che tu risorga" Voglio che queste note ti arrivino, che tu sappia del mio amore incondizionato, che, ovunque tu sia, tu possa sempre ricordarti di questa piccola ragazzina spaventata e triste che dal pianeta terra ti chiama a squarciagola. Voglio che torni, voglio che torni qui.. Ieri sera ero in macchina, e, come se non fosse abbastanza, in radio è passata "Niente paura" di Ligabue. Mamma è stata un po' zitta, poi ha detto: "Questa l'avevo dedicata a lui..quando era in riabilitazione" Tutti questi anni e non me lo aveva mai detto. Io le ho chiesto "e lui lo sapeva?" "Certo" mi ha risposto, e poi ha continuato a canticchiare come se nulla fosse. È così che ti vivo io ora, attraverso le canzoni. Mi immagino cosa hai detto quando mamma te l'ha dedicata, qualcosa di simile a "Che schifo Ligabue, dai Lì, ma che minchiata". Rido, perché conosco questa canzone a memoria, ed è assurdo, è ironico, perché "la vita ci ha pensato" ma in modo sbagliato. La vita ha fatto un ragionamento sporco e contorto, ti ha portato via da me. Io sono solo una ragazzina spaventata e triste, tu sei un'anima persa chissà dove. Io sono solo stanca Io sono solo distrutta Io sono sola, io non sono assieme a te Che rabbia
Vorrei, vorrei ma non posso
Vorrei solo che qualcuno mi dicesse "calmati, va tutto bene" Vorrei qualcuno che mi prendesse tra le braccia senza curarsi del mio dissenso, e mi stringesse forte, con sicurezza e consapevolezza. Vorrei sentirmi dire che nulla è cambiato, nessuno è morto, nessuno si odia e nessuno non sopporta di stare nella stessa stanza con qualcun altro, il Natale non lo passerò da sola, giocherò a carte, avrò una famiglia, a mezzanotte tante bocche mi baceranno le guance e tante mani mi arrufferanno i capelli. Vorrei poter fingere di non essere cresciuta, avere ancora 8 anni e girare per strada saltellando con leggerezza perché è l'unico modo che conosco per stare al mondo. Vorrei utilizzare gli accendini solo per accendere quelle dannate candele che amo tanto, e non le sigarette con mani tremanti. Vorrei poter seppellire angosce e dolori, lasciarli da qualche parte, lontano da me, e fingere che non mi appartengano, che non siano parte integrante della mia vita. Vorrei poter vivere senza paura e senza rabbia, senza quella costante domanda inespressa, impiantata nella mia mente, quel "Cosa accadrà dopo? Andrà peggio? Come dovrò difendermi?" Vorrei poter essere libera, indipendente, spensierata, entusiasta, sicura di me Vorrei, vorrei, vorrei..
Trucchetto.
Da piccola non riuscivo mai a dormire nella mia stanza. Ogni volta che chiudevo gli occhi, la mia mente mi giocava dei brutti scherzi: immaginavo le cose più terribili. Un mostro sotto il letto, o magari nel letto di sopra. Un rapinatore che entra dalla finestra. Le tenebre che celano diavoletti cattivi. Mamma e papà che decidono di andarsene e abbandonarmi nel bel mezzo della notte. Ero una bambina con un’immaginazione molto fervida, e se durante i temi a scuola ringraziavo il cielo per il mio dono, durante la notte, maledicevo il mio cervello. Con gli anni, grazie a molti tentativi e ad un sacco di tempo, acquisii un metodo per riuscire finalmente a chiudere gli occhi senza farmi prendere dal panico. Quando capivo di stare per immaginare qualcosa di brutto, mi bloccavo immediatamente. Premevo mentalmente “STOP”, tornavo indietro, cambiavo direzione. Non appena un pensiero brutto si presentava, io lo ignoravo. Iniziavo ad immaginarmi tanti fiorellini, i personaggi del mio telefilm preferito, il sole delle calde giornate di un agosto Siciliano, le mani della nonna che stringono forte le mie e le fiabe che mi raccontava quando dormivo da lei, un compagno di classe per cui avevo una cotta, la mia maestra preferita. Incredibilmente, funzionò, ed io iniziai a dormire profondamente ogni notte. Strano a dirsi, ma non ho mai più smesso di farlo. Nonostante molti mi dicano che è difficile non pensare, quando sei triste o hai paura, io la penso al contrario. E’ la cosa più facile del mondo: estraniarsi. Intrappolare la negatività in un cassetto, scriverci “Da aprire solo DOPO”, indirizzare la mente verso pensieri belli e pieni di positività, impegnarsi, fare altro, riflettere su quanto è bello il mondo e ringraziare te stessa per avercela fatta ancora una volta, per amare la vita nonostante in quel momento tu abbia tutte le ragioni per non farlo. E’ così facile, che ormai per me è spontaneo reagire così. Devo fare così, pensare così. Devo e ho dovuto, altrimenti, come pensate che sarei sopravvissuta a tutti questi anni?
Non saprai mai certe cose perché sono troppo codarda per dirtele, così le scrivo nel mio blog, le rendo più reali, anche se sono già reali e concrete nella mi testa, pensieri solidificati, irremovibili. Qualche volta mi capita di contemplarti al buio, quando tu sei concentrato su altro, quando tu non te ne accorgi. Osservo attentamente il tuo profilo, la linea della fronte, le sopracciglia dannatamente simmetriche, gli occhi che anche al buio emanano la bellezza del blu, le labbra imbronciate, le ombre che le ciglia lunghe lasciano sulle guance E penso: "Grazie a Dio, t'ho incontrato. Grazie a Dio, quest'essere meraviglioso m'appartiene. Grazie a Dio, sei con me." Ed è tutto qui, un piccolo squarcio di immenso. Tienimi con te che solo così io respiro..
Oggi sono grande per te.
Oggi sono grande. Non letteralmente, dato che a breve sarò appena maggiorenne, ma oggi sono grande, e ora ti spiegherò il perché. Tanti anni sono passati, tante cose sono successe e altrettante cose sono cambiate. Tanto di tutto quello che ho passato mi ha reso una persona felice, e molto mi ha invece plasmato in modo negativo, mi ha fatto soffrire così tanto da farmi diventare fredda nei confronti dei dolori meno gravi. Ad esempio, quando mi piangono davanti per un brutto voto, quando singhiozzano per una litigata avuta con il proprio ragazzo, quando mi dicono "io voglio morire" "io non valgo niente" "a nessuno importa di me, se morissi non se ne accorgerebbe nessuno" credimi, io devo trattenermi, devo sforzarmi per non ridere. Non sminuisco il dolore degli altri, non sono una stronza senza sentimenti, semplicemente rido perché non capiscono quanto sono fortunati, quanto dovrebbero gioire pensando che ciò che stanno passando prima o poi si risolverà, si deprimono per cose che potrebbero cambiare da un momento all'altro, e mi sembrano stupidi e ingenui. Nonna dice sempre: "a tutto c'è un rimedio, tranne che alla morte" E nonna ha ragione. Io ho pianto tanto e mi sono disperata per cose che non si possono risolvere, e più cercavo una soluzione, più mi torturavo, più tentavo di pensare ad un modo per rimettere tutto a posto, più cadevo in basso. Non c'è stato nulla da fare, ed io non l'ho mai accettato. Oggi sono grande perché è la festa dei morti, e penso, chiudo gli occhi e sorrido, mentre la mia mente ritorna a ricordi ben nascosti, in profondità, nei recessi della memoria in cui conserviamo i momenti più belli. Avrò avuto cinque o sei anni, stavo andando a casa della nonna e sapevo ciò che mi avrebbe aspettato lì. Fuori faceva un freddo cane, avevo un giubbotto così imbottito che mi faceva sembrare un robot, cappello e sciarpa di lana. Sono entrata in cucina conciata così, ho visto l'enorme tavolo pieno di cibo sufficiente per sfamare una squadra di calcio, ho sentito la piacevole sensazione che danno le stufe accese e una stanza piena di persone. Quali persone? La mia famiglia di Prima naturalmente. C'erano tutti, c'era il nonno, tutti i miei cugini, le zie, gli zii. C'eri tu, che mi sei corso incontro per aiutarmi col giubbotto e tutto il resto. E poi, dato che ero la piccola di casa, c'erano un sacco di regali. Bambole, peluches, camper di Barbie, dolcetti, attrezzi giocattolo per lavorare il pongo. Tutto solo ed esclusivamente per me. Tu eri quello che più mi viziava, e non mi stupivo se il regalo che più preferivo era il tuo. A quel tempo amavo tutti, amavo ogni singolo componente di quella famiglia perché a cinque anni non ti rendi conto di come siano realmente le persone, sai solo che ci sono sempre state, ti hanno vista crescere, ti hanno abbracciato e ti hanno pizzicato le guance, ti hanno permesso di fare ogni capriccio, ti hanno insegnato a giocare a carte. Per questo li amavo, ma sapevo, come l'ho sempre saputo, che amavo te più di tutti. Non so perché, forse perché mi trattavi come se fossi una tua pari e non una bambina, forse perché non ti sei mai arrabbiato con me nonostante te ne dessi motivo, forse perché ci sei stato quando papà non c'era, perché nel mio primo disegno all'asilo, quando mi hanno chiesto "disegna la tua famiglia" ho disegnato te al posto di papà. Forse perché in qualche modo inspiegabile, abbiamo sempre avuto una sorta di legame che va ben oltre un semplice legame di sangue. Noi ci capivamo con poco, eravamo uguali, provavamo le stesse cose, ci comportavamo nella stessa, fastidiosa maniera, sapevamo prenderci nel modo giusto, senza mai infastidire l'altro, sapevamo farci ridere, sapevamo mettere da parte il mondo quando eravamo assieme. Non è una cosa che pensavo solo io: agli altri bastava guardarci per capire che nulla e nessuno avrebbe mai potuto dividerci, che nulla e nessuno avrebbe mai significato così tanto per uno di noi due. Io ero la figlia che non avevi, tu eri il papà che avrei voluto. Col tempo le cose non sono cambiate. Io crescevo, tu ti sposavi, facevi un figlio, partivi lontano per lavoro, ti mettevi nei guai. Poi però tornavi sempre a casa, ed era come se fosse tutto uguale: noi sul divano a ridere, tu che mi chiedi "portami il posacenere", io che ti dico "ora nascondo le caramelle e le patatine così non te le puoi mangiare", io che ti urlo di uscire dal bagno perché serve a me, tu che mi chiedi di lasciarti il posto sull'altalena, io che rifiuto, tu che mi fai il solletico e io che alla fine cedo e te lo lascio. Adesso che il mondo era cambiato, ed io potevo vedere e ragionare sul serio, fissavo la mia famiglia di Prima e pensavo, e sapevo con una certezza disarmante che facevano tutti schifo, che nessuno si sarebbe salvato, che stavamo nella stessa casa solo perché ci accomunava la genetica, che non me ne fregava niente di nessuno, ad eccezione di te. Tu, sempre tu, ovunque, in ogni occasione, sempre il mio preferito, sempre l'unico, sempre la mia anima speciale, sempre il mio punto debole. Quando si trattava di te ogni cosa diventava divertente, anche tentare di sopportare tutti gli altri era meno terribile. Ed è sempre stato così, e avrei voluto che lo fosse per sempre. Tu adesso immagina come mi sono sentita quando ho realizzato che il Giorno dei Morti, oggi, è anche la tua festa. A distanza di tutti questi anni, mi sembra inverosimile. Prima festeggiavamo assieme, prima ridevamo se qualcuno era troppo ubriaco per muoversi dalla sedia, prima scartavamo i regali, prendevamo in ostaggio i dolci. Oggi prenderò un bel mazzo di fiori, li terrò stretti, così stretti che il manico incartato in alluminio finirà per conficcarmisi nel palmo, poi mi darò un certo autocontrollo, e camminerò a testa alta e col petto in fuori, fino alla tua tomba. Farò il segno della croce, manderò tre baci alla tua foto, e poi uscirò, e affronterò questo mondo come tu mi hai insegnato a fare, senza fallire. Oggi sono grande, sono grandissima, perché non piango.
A volte ho come l'impressione di non essere essenziale o, peggio ancora, importante, per nessun essere al mondo Ho la sgradevole sensazione che se io sparissi, se smettessi di parlare, di farmi vedere in giro, nessuno se ne accorgerebbe Un tarlo nella testa, il diavoletto cattivo sulla spalla, una voce che mi bisbiglia all'orecchio, che io non ho il diritto di esistere se nessuno mi ama L'unica cosa che distoglie la mia mente da questo brutto pensiero è la consapevolezza che chi mi amava di più al mondo, mi prenderebbe a schiaffi Che non importa se lui è morto, e se io sono ancora qui Ho il diritto di stare su questa terra perché l'amore non si esaurisce e non svanisce mai del tutto È il suo amore che mi tiene ancora qui, che fa muovere le mie gambe, contrarre il mio cuore e riempire i miei polmoni È solo questo