Ho 9 anni. È appena arrivato giugno, la scuola sta per finire e nell'aria sento il profumo di estate. Papà mi viene a prendere poco prima di cena a casa della mia migliore amica, dopo aver passato il pomeriggio a pensare a cosa faremo da grandi. Ascoltiamo un po' Dalla e un po' Vasco. Poi mi dice: perché non andiamo a prenderci un gelato? E così non torniamo a casa subito. Facciamo la strada lunga, quella che costeggia il paese da dove si vede il tramonto sui cipressi del cimitero. Arriviamo in gelateria. Prendo il mio gelato preferito. Ci sediamo su panchine alte del parco comunale, fatte con tronchi recuperati degli alberi. I miei piedi non toccano terra e faccio dondolare le gambe come se fossi su una nuvola. Indosso il mio vestito preferito, con la gonna a palloncino e un fiocchetto rosso tra i capelli. È venerdì e vado a dormire dai nonni, nel letto morbido pieno di cuscini e peluche. Ho la certezza che chiunque faccia parte della mia famiglia sia immortale. Mi sento al sicuro. Chiudo gli occhi. Quella spensieratezza non tornerà mai più.














