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Ombre digitali: il lato oscuro del progresso
Immagina una mattina qualunque, una di quelle in cui la luce filtra pigra tra le persiane e il caffè ancora fuma sul tavolo. Il mondo scorre in un mormorio di notizie mentre, tra le trame invisibili della rete, un volto è stato violato da un riflesso generato dal silicio, una menzogna così perfetta da ferire come una verità. L’intelligenza artificiale, creatura nata dal desiderio umano di conoscenza e dominio, si è piegata ancora una volta alla vanità e alla crudeltà. La realtà e la finzione si mescolano in un gioco crudele, e nel centro di questo labirinto rimane l’essere umano spogliato non solo dei propri vestiti, ma della propria dignità, del proprio diritto a esistere come immagine autentica di sé. Così, nella società che proclama la connessione come valore supremo, si compie la più profonda delle solitudini: quella di chi vede la propria identità dissolversi in un clic, riflessa in uno specchio che non restituisce più la verità, ma la sua più gelida imitazione.
Viviamo in un tempo in cui la verità e la menzogna si specchiano con un’inquietante naturalezza, ogni clic promette realtà, ma consegna illusione. In questo intreccio di pixel e identità, la dignità diventa un bene fragile, un tessuto sottile che si lacera sotto il peso di un’immagine falsa, virale e condivisa senza pietà. Appena tre giorni fa Francesca Barra, giornalista e voce spesso levata contro il cyberbullismo, ha scoperto di essere la vittima di ciò che aveva denunciato: il furto dell’immagine, la violenza digitale e la profanazione del sé. Questa notizia non è semplicemente cronaca, ma il simbolo del nostro tempo, in cui l’etica corre sempre qualche passo indietro rispetto alla tecnologia, dissolvendo la morale nel vortice dell'oblio. In questo scenario, ciò che avrebbe dovuto essere strumento di conoscenza diventa specchio deformante della nostra povertà interiore. La macchina impara da noi e troppo spesso impara il peggio: la vanità, la vendetta e l’istinto di possesso.
E allora viene da chiedersi: in un’epoca in cui ogni volto può essere falsificato, ogni voce replicata e ogni verità sovrascritta, cosa resta dell’essere umano? L’intelligenza artificiale non conosce vergogna né coscienza. Impara da noi, osserva i nostri comportamenti, riproduce le nostre parole, i nostri volti e le nostre emozioni, ma non prova nulla. È una macchina che riflette l’umanità come uno specchio deformante: restituisce ciò che riceve, amplificandone i difetti. Così, nelle mani sbagliate, diventa strumento di umiliazione, di controllo e di violenza. Nel caso di Francesca Barra l’algoritmo è diventato complice di un reato: la creazione di immagini false e sessualmente esplicite, un atto che la legge italiana e, più recentemente, anche quella europea riconosce come violenza digitale. Tuttavia, purtroppo, la norma, per quanto necessaria, non basta a curare la ferita più profonda: quella che lacera la fiducia, la sicurezza e la percezione di sé. L'avvento dell'intelligenza artificiale e gli ultimi accadimenti, non possono lasciarci inermi come semplici spettatori. La prima difesa, infatti, è la consapevolezza: bisogna riconoscere il rischio e sapere come agire. Chi si trova vittima di un contenuto falso o diffamatorio deve sapere che può e deve denunciare. Esistono strumenti legali e tecnologici che possono aiutare:
Segnalare immediatamente il contenuto alle piattaforme digitali, chiedendone la rimozione.
Rivolgersi alla Polizia Postale o a un avvocato specializzato in diritto digitale per sporgere denuncia.
Richiedere il diritto all’oblio, previsto dal GDPR, che impone la cancellazione dei contenuti lesivi.
Conservare le prove, tramite screenshot, link, o strumenti di archiviazione certificata.
Tuttavia, è importante sottolineare che la difesa non può essere solo giuridica, ma anche e soprattutto culturale. Serve un’educazione digitale che parta dalle scuole, che insegni ai giovani, e non solo, a distinguere il vero dal falso, a rispettare la dignità dell’altro anche dietro uno schermo e a comprendere che un clic può cambiare la vita di qualcuno. Con questo non voglio demonizzare l'intelligenza artificiale, perché la tecnologia non è il nemico, è uno strumento prezioso nelle nostre mani che, esattamente come un martello, può costruire o distruggere a seconda di chi lo impugna.
Un giorno qualcuno mi ha detto che bisogna immaginare la rete come una città, dunque, spetta a noi renderla abitabile, custodirla come si custodisce un luogo caro, con rispetto, cura e verità. Ogni volto che vediamo sullo schermo racchiude un mondo invisibile, una voce, una fragilità e una memoria. La dignità non è un algoritmo, ma il respiro profondo che ci ricorda che essere umani non significa solo pensare, ma anche e soprattutto rispettare.
Intelligenza in declino: un’allerta
Siamo diventati meno intelligenti?
Quella strana sensazione che avvertiamo di fronte all'ignoranza palese, incredibile e disarmante che accompagna molti "ragionamenti" proposti da persone pur istruite, colte o titolate, non è solo frustrante, ma fa anche male alla salute, non solo quella mentale.
Stiamo davvero avviandoci verso un impoverimento dell’intelligenza collettiva, aggravato da una "proletarizzazione" intellettuale anche di ricercatori e scienziati?
Significa che nessuna attività umana, a ogni livello, sembra sfuggire a questo apparente effetto collaterale dell'era della comunicazione?
Quale peso dobbiamo dare ad alcune ricerche condotte nei decenni scorsi, che attestavano un abbassamento del QI, in confronto a periodi precedenti; e come valutare il fenomeno della "povertà educativa", emerso recentemente (si tratta dei cosiddetti NEET: "Not in Employment, Education or Training", un fenomeno che si manifesta con percentuali sempre più elevate di giovani che non sono impegnati né nel lavoro, né nell'istruzione, né in altri percorsi formativi)?
Sembrano fenomeni molto preoccupanti e spia di una direzione pericolosa per il futuro umano.
Dobbiamo constatare che la nostra intelligenza oscilla sempre più tra evoluzione ed involuzione, o caduta, addirittura?
Siamo di fronte a una forma di follia che ci sta investendo, derivante da una intermittenza delle nostre facoltà cognitive e dalla loro oscillazione, in modo sempre più o meno bipolare tra progressione (elevazione) e regressione (caduta)? (Bernard Stiegler, Pensare, curare, Riflessioni sul pensiero nell’epoca della post-verità, Meltemi).
Forse dovremmo partire da qui anche per spiegare il fatto che tutte le grandi agenzie "educative" - non solo scuole e università, ma anche leadership di molte organizzazioni educative e culturali, di partiti, di organizzazioni religiose, o movimenti politici - manifestano oggi appariscenti problemi, che segnalano in gran parte la loro grave crisi.
Una crisi palese, nonostante i tentativi, a tutti i livelli, di ricorrere, per arginarla, a spettacolari, patetici e inutili "effetti speciali".
Del resto, come notava Stiegler, già a partire da Friedrich Nietzsche, Robert Musil, Martin Heidegger, Félix Guattari, fino ad altri pensatori, come Günther Anders, Hannah Arendt e Paul Virilio, molti hanno, più o meno, anticipato ciò che sta avvenendo oggi.
Se è vero che stiamo diventando meno intelligenti, cosa aspettiamo a riprendere a parlare in modo nuovo di educazione, formazione, sapere e cura di sè? Davvero possiamo pensare che queste non siano le questioni fondamentali del nostro tempo?
Forse serve un nuovo tipo di apprendimento. Non sembra che bastino più le risposte tradizionali di fronte a vecchi e nuovi problemi.
Insomma, nell’epoca dell’Antropocene e delle accelerazioni imposte dal digitale, siamo chiamati a lavorare seriamente a un pensiero che sia anche pensiero della cura, come sosteneva Bernard Stiegler che richiamava tra l'altro l'assonanza, in lingua francese, tra pensare (penser) e curare (panser).
Oggi, in sffetti, avremmo bisogno di riconoscere che pensare e curare non possono essere mai separati.
In altre parole, pensare dovrebbe significare anche aver cura, a partire dalla cura di sé, per arrivare alla cura di quella follia collettiva che si manifesta nel nostro oscillare pericolosamente tra intelligenza e idiozia.
Ricominciare a pensare quindi.
Ma cosa significa sapere?, si chiede Annie Carson in Antropologia dell'acqua.
E aggiunge: Quella era la domanda che non si poneva nessuno,
nonostante andassi di luogo in luogo e guardassi e ascoltassi
tutto quello che dicevano.
In fondo, è quello che sottolineava già Heidegger, quando scriveva che in questo nostro tempo, di per sé già denso di interrogativi, “ciò che dà più a pensare...è che noi non pensiamo ancora”.
È vero, pensare richiede da sempre coraggio oltre che fatica (Hegel). Ebbene, avremmo appunto bisogno del coraggio di un pensiero che ci aiuti a curare la follia della stupida ignoranza, lottando apertamente contro di essa. Senza accontentarsi di condannarla, biasimarla o riderne.
Cambia la tua vita, potrebbe essere l’imperativo di oggi.
A cominciare dal pensiero e dal sapere. A partire dal re-imparare ad imparare, anche se oggi tutto sembra più complicato e difficile. Al punto che Peter Sloterdijk si domanda se il soggetto contemporaneo sia ancora educabile!
Tuttavia, per coloro che, in vari ambiti, nell'epoca della post-verità, amano ripetere che oggi è importante agire più che sapere, vale la convinzione di Nietzsche, oggi ancora più veritiera, secondo cui, senza un pensiero, "l’uomo disimpara ad agire. Non fa altro che reagire".
In effetti, il reagire senza pensiero si riduce solo a una coazione a perpetuare la stupidità e il declino dell'intelligenza, con l'effetto di trasformare l'idiozia nel vero motore della storia.
Del resto, oggi, nel tempo della post-verità e del primato dei social media, pare che solo la narrazione e le storie siano accettate come l'unica forma di conoscenza e discorso che regola gli affari umani, a costo di eclissare fatti e argomenti razionali, osserva Peter Brooks (Seduced by Story).
E tuttavia in che modo potremo impedire che la stupidità e l'idiozia determinino il nostro futuro, se non combattendole apertamente, con il "coraggio della verità"?
Come potremmo resistere alla seduzione e alla violenza dei "pifferai magici"; come curare la follia della stupidità, prodotta dell'intermittenza e oscillazione dell'intelligenza, se non con la "parresia" del pensiero e del sapere?
Sarebbe necessario però cominciare dal prendere atto, con Peter Sloterdijk, che nella teoria della cultura, e quindi nella storia delle culture umane, non c'è niente di più sacro di quel concetto che, nella contemporaneità , sembra, tuttavia, più di tutti, caduto in rovina: cioè "apprendere".
Attenzione, però, perché se è vero che l'apprendere autentico non si accontenta di accumulare informazioni, esso ha in sé qualcosa che ha a che fare con una conversione.
Source: Intelligenza in declino: un’allerta
Caro Andrea, fortunatamente mi sono imbattuto così poche volte nelle pagine del "giornale" in cui scrivi da non sapere né il tuo cognome né se tu - spero vivamente per la categoria di no - sia un giornalista professionista o un comico satirico, sono il figlio di Sigfrido Ranucci e nonostante alcune volte me ne sorprenda anche io, non sono ancora orfano di padre.
Vivo da sempre con il pensiero, il timore che ogni volta che saluto mio padre possa essere l'ultima, del resto credo sia inevitabile quando vivi per decenni sotto scorta, quando hai sette anni e ci sono i proiettili nella cassetta della posta di casa tua, quando vai a mangiare al ristorante e ti consigliano di cambiare aria perché non sei ben gradito nella regione, quando ti svegli una mattina e trovi scientifica, polizia, carabinieri e DIGOS in giardino perché casualmente sono stati lasciati dei bossoli, quando ricevi giornalmente minacce, pacchi contenenti polvere da sparo e lettere minatorie, o semplicemente quando ti abitui a non poter salire in macchina con tuo padre.
Ricordo perfettamente il periodo dello Tsunami e dell'isola di Sumatra, che giusto per precisione si trova in Indonesia e non India, quando papà con il parere contrario del suo Direttore Roberto Morrione decise di raccontare la vicenda in uno dei luoghi più martoriati dalle inondazioni, lontano dalle comodità e dai luoghi privilegiati dai quali tutti i media scrivevano.
E' uno dei primi ricordi di cui ho contezza, avevo 5 anni, mia sorella 6, mio fratello forse 8, eravamo in macchina, erano circa 40 ore che nessuno riuscisse ad avere contatti con papà, mamma tratteneva le lacrime a fatica, sola con noi tre, faceva finta che andasse tutto bene, forse è stata la prima volta che ho avuto la sensazione che dovessi percepire la vita con papà come se fosse a tempo, con una data di scadenza.
Ebbene sì, è tornato sano e salvo e a distanza di 20 anni purtroppo per te, Andrea, per fortuna per noi e credo di poter dire per il paese è ancora qui, a svolgere il suo lavoro come sempre, vivo e vegeto anche se in tanti lo vorrebbero morto.
Il morto del giorno è il giornalismo italiano, ancora una volta, e chi è l'assassino è evidente a tutti."
Il caso della falsa dichiarazione di Falcone riportata da Nicola Gratteri accende i riflettori su un tema sottovalutato: mentre insistiamo per imporre limitazioni ai social per i minori, come l'Australia che da dicembre li vieterà sotto i 16 anni, dobbiamo renderci conto che i soggetti più a rischio sono in realtà i cosiddetti boomer. Se un 67enne procuratore generale di Napoli, non esattamente uno sprovveduto, abbocca alla prima foto con virgolettato che gli mandano via Whatsapp, dovremmo interrogarci su cosa succede al 67enne medio con basso livello d'istruzione e con uno scarso rapporto o una scarsa frequentazione con l'informazione di qualità. Si tratta - mutuo l'espressione da un linguaggio di norma utilizzato nella scuola - di un'emergenza educativa difficilmente colmabile che si riflette sulla qualità del dibattito pubblico, quindi sul voto, quindi sulla democrazia. E che in una società nella quale circa il 25% dei cittadini ha più di 65 anni è un problema ancora più grave. Simone Spetia, Facebook
Pochi mesi dopo aver gettato nel mondo la mia primogenita, mi è arrivata una raccomandata dalla Questura in cui mi si chiedeva di andare all’Ufficio Immigrazione per un appuntamento. Era - credo- ottobre, Marie aveva 6 mesi e io me lo sono portata con me. Ero felice, perché avevo fatto domanda per la carta soggiorno e finalmente me l’avrebbero data, così non avrei dovuto più rinnovare il permesso di soggiorno ogni due anni, avrei pure risparmiato qualche soldino. Arrivata in questura, mostro la lettera, il poliziotto mi guarda, scruta la bambina, e mi dice di seguirlo. Non mi mette nella solita fila. Mi accompagna per i corridoi e lascia davanti a una porta da dove, dopo un po’ di attesa, esce una poliziotta. Lei mi chiede di sedermi, si congratula per la bambina, e mi dà un foglio in cui c’è scritto con caratteri cubitali “FOGLIO DI VIA”. Lo guardo allibita, chiedo alla poliziotta se mi sta veramente dando un foglio di via? Risponde di sì. Ma perché? Non mi dà molte risposte, dice che c’è scritto tutto nel foglio. Arrivederci. Dico, ma è 18 anni che sono in Italia. Sono qui da quando ne avevo 11, mi state veramente dando un foglio di via? Nel foglio di via c’era scritto che dovevo lasciare il Paese entro 10 o 15 giorni, non ricordo bene.
Avevo cambiato residenza, non mi avevano trovato nella nostra vecchia casa e questo rendeva il nostro matrimonio finto secondo loro. Per cui, foglio di via. Alla fine, con un po’ di patemi e soprattutto qualche articolo di giornale, quella storia si è risolta. Ma è uno dei tanti racconti che potrei scrivere sul mio complicato rapporto con i permessi di soggiorno, le loro date di scadenza, le ricevute, le file negli uffici immigrazione. Potrei raccontarvi di quella volta che mi hanno rimandato indietro alla frontiera croata, dove volevo andare in vacanza con la mia famiglia e la bambina piccola appena nata (non andava bene la ricevuta della richiesta del rinnovo, e il poliziotto croato non era interessato ai tempi lunghissimi necessari alle questure italiane per darti un permesso di soggiorno rinnovato). Oppure di quando ero studentessa incasinatisima e con la testa tra le nuvole e mi dimenticai di presentare la domanda per il rinnovo in tempo (erano cambiate le tempestiche e io non lo sapevo) e il mondo che ho dovuto mobilitare per porre rimedio. Potrei scrivere anche un romanzetto divertente su tutte quelle volte che il Paese dove sono cresciuta, dove ho studiato, pensato, immaginato, amato, dove ho vissuto tutta la mia vita adulta, ha cercato di cacciarmi via a calci nel deretano. Tanto materiale ho.
Ma - salvo qualche albero - e riassumo quello che in realtà vorrei dire: io ho sognato, per anni, tanti, troppi*, sognato, come chi sogna di fare il calciatore, io ho sognato che questo Paese riconoscesse, RICONOSCESSE, tutte le storie che lo compongono, anche quelle un po’ più arzigolate, in particolare riconoscesse le storie di tutti quei bambini, su cui peraltro investe, che hanno i genitori che vengono da altre parte del mondo, ma crescono qui, insieme a tutti gli altri. Ho sognato che non ci fosse bisogno di fare domanda per diventare cittadini italiani. Io non la volevo fare, io volevo che fosse riconosciuto a me come ad altri, quello che siamo. Io vorrei che i bambini che vanno a scuola con le mie figlie non debbano fare le file in questura, o chiedere la cittadinanza, o sentirsi stranieri nel posto in cui hanno sempre vissuto.
Da anni, da quando io ero adolescente, ragazzi sono passati 20 anni!, si parla di leggi che facciano questo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di portarle avanti. Ius soli, ius scholae, ius soli temperato. Stronzate. Nessuno le ha mai volute veramente.
L’8 e il 9 giugno si vota per un quesito referendario che riguarda il tema della cittadinanza. Non si poteva proporre una legge sullo ius soli, si poteva solo chiedere di abrogare parte della legge del ‘92, e ridurre gli anni che servono per fare domanda. Francamente non è questo che avrei voluto, ma è comunque tanto. Davvero tanto. Può cambiare in meglio la vita di molte persone. Se davvero passasse, vorrebbe dire diminuire notevolmente le tempistiche per fare la domanda, e con i genitori ne gioverebbero anche i loro figli.
Di questi referendum non sta parlando nessuno, per motivi che possiamo intuire, ma non è detto che sia una pagina già scritta. Convinciamo qualche indeciso, facciamo una chiamata, mandiamo una mail. E soprattuto andiamo a votare.
Gnamo! Fatjona Lamçe, Facebook
"....La costituzione, vedete, è l'affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l'affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo - io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell'Italia e nel mondo. Ora vedete - io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli.
E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell'art. 2, "l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" o quando leggo, nell'art. 11, "l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli"', la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell'art. 8, "tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge", ma questo è Cavour; quando io leggo, nell'art. 5, "la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali"', ma questo è Cattaneo; o quando, nell'art.52, io leggo, a proposito delle forze armate, "l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica" esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all'art. 27, "non è ammessa la pena di morte", ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti.
Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate li, o giovani, col pensiero perché li è nata la nostra costituzione."
• Tratto dal meraviglioso discorso di Piero Calamandrei, Società Umanitaria 26 gennaio 1955