Poor Things (2023)
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Poor Things (2023)
Ma chi l'ha detto che un errore è un errore se lo sapevi che era un errore? Ma chi l'ha detto che sognare è meglio che pensare? Ma chi l'ha detto che se dai i soldi ai poveri allora poi sei buono? Ma chi l'ha detto che se mi chiedi scusa io poi ti perdono? Io sono nato in città e voglio vivere in campagna e quello che è nato in campagna vuole vivere in città Quando ormai sono venuto, ti guardo E penso che posso anche vivere senza di te E la mia vita è una sceneggiatura Che non ho scritto io e nemmeno la natura Io voglio una spiaggia bianca nel cervello Pesciolini colorati e barriere di corallo E il mondo è come io me lo metto in testa Un giorno sto nel mare, un altro nuoto in una vasca Un giorno dormo, un giorno mi ricordo Un giorno mi sveglio e un altro giorno sono sordo E il mondo è come tu te lo metti in testa Un pesce sta nel mare, un altro nuota in una vasca Al pesce la vasca gli sembra il mondo E il mare Lo vede Sullo sfondo
Valerio Mastandrea legge il monologo ‘Colpa di un altro’, tratto dal libro 'In mezzo al mare’ di Mattia Torre.
“È tipico di questo paese. È sempre colpa di un altro. È sempre colpa di quello che veniva prima, di quello che ha fatto il lavoro prima. […] Stessa cosa con il governo appena insediato: trova un buco di 1000 miliardi di debito lasciato dal governo precedente e al precedente governo non gli sta bene che si dica così e allora che fa? Accusa il precedente ancora che a sua volta accusa il precedente fino a risalire ad un governo talmente indietro nel tempo che sono ormai tutti morti e che pure nelle tombe bofonchiano: la colpa è di quello prima! Milioni di cittadini e nessuno ha una sola responsabilità ed è magnifico, perché la responsabilità è come una palla che rimbalza in un campo e la colpa, se l’abbiamo persa, è del centro campista che accusa il difensore che dice che il mediano è un mentecatto. E questo vale per tutto il paese - è una grande catena di Sant’Antonio, è quasi una festa, per tutti tranne per chi viene fregato e si guarda indietro con un vago senso di malinconia, di disagio, perché è impossibile capire da dove la fregatura provenga, forse da altre epoche, da tempi lontanissimi in cui si girava scalzi e si moriva di vecchiaia a trent’anni, ma poi subito gli torna il buonumore, perché una sòla, così come la ricevi, la puoi anche restituire: grandi professionisti noi siamo in questo gioco al ribasso dove vince il più audace e sfacciato «ma si figuri» «fosse per me» «lei l’avrà capito che se dipendeva da me, altroché». Che significa? Cosa dicono? Non ha importanza. Perché nel frattempo si è sviluppata un’intera comunità di persone fintamente affrante per i disastri commessi da altri, ma subito pronte, se ben retribuite, a riparare il danno. «Ma il danno è grave, eh?» «Non mi faccia mettere le mani avanti.» «Noi qui ci proviamo, non è detto che si risolve.» «Noi proviamo, ma noi non li facciamo i miracoli.» Quando in realtà il miracolo d’ingegno è la catena stessa, per cui già da domani altri interverranno sulla lavatrice, sul motorino, sul premolare o sul governo del paese e ancora una volta diranno: «Qui signori è tutto da rifare, colpa di altri, noi ci proviamo. E speriamo bene».”
— Mattia Torre, Colpa di un altro
In mezzo al mare
-Mattia Torre
Nessuno si conosce, nessuno sa come è fatto: e questo però può fare impazzire le persone che, invece, hanno bisogno di sapere. Non importa poi se quello che sanno è fasullo, irreale; l'importante è che lo sappiano. Soprattutto: che lo sappiano dire. Che lo sappiano formulare.
[...]
Tutto è categoria, tutto è definizione. Tutto è chiaro. Ma certo.
Dal libro In mezzo al mare
avevi un pantalone rosso ed io ho bevuto troppo
accendi queste luci con le luci del tuo volto
“Come ogni altro scrittore, sono considerato un essere umano particolarmente sensibile - e a ragione: la sensibilità è una caratteristica inalienabile di chi fa un lavoro creativo. Scrivo anche per il cinema, insieme a registi e altri sceneggiatori, e una delle qualità principali che bisogna avere in questo lavoro è la facilità a stare insieme agli altri, a starci bene. L’animale che mi porto dentro vive con una persona che fa spesso simpatia, che è allegra, che sa stare in gruppo, sa chiacchierare durante una cena, è comprensiva, è curiosa, sa entrare subito in intimità, perché vuole sapere quali sono i nodi e i pensieri importanti degli altri. L’animale vive dentro una persona che ha molti amici, che la notte non riesce ad addormentarsi se si è scordato di richiamare qualcuno, che sa ascoltare i problemi e cercare una soluzione, che ha cercato di aiutare, per quanto possibile, le persone di talento, sentendolo un compito. C’è però un lato del mio carattere che è nascosto, e che conoscono solo le persone più intime dopo tanto tempo che le frequento (e non tutte). Ma non è nascosto per volontà - non sono io che lo nascondo; è che, evidentemente, viene fuori soltanto alla lunga e in circostanze molto intime o, appunto, di stress consumato in privato; e quindi lo vedono i familiari, gli amici più stretti, le persone con cui lavoro ogni giorno per anni. L’animale che mi porto dentro e che molti non conoscono è uno che vuole continuamente fare a botte, che ai semafori si incazza se qualcuno gli suona il clacson, o gli taglia la strada, ma si incazza nel senso che insulta, ha voglia di litigare, dà cazzotti contro i finestrini e dice: scendi che t’ammazzo. È violento, sbatte il telefono in faccia, urla a due centimetri dalle persone, è arrogante, vuole che le cose vadano come dice lui, che le persone gli chiedano scusa, stinge le mandibole, digrigna i denti, chiude i pugni, per dire: ora t’ammazzo, anche se sa che non bisogna farlo, e neanche dirlo. Questo animale mi fa essere cupo, nervoso; una persona che gli altri giudicano simpatica è anche la stessa persona che, per giorni, può non dire una parola, sta zitto e se qualcuno gli chiede: cos’hai?, lo manda a fanculo. Ma poiché questa cosa, per pudore e per abitudine, si esprime soltanto nell’intimità, è invisibile a molti (fino a quando non succede qualcosa); e ogni volta che qualcuno vi assiste per la prima volta - o la subisce - ne è molto stupito, perché non se l’aspettava. (Nessuno, tranne quell’arbitro, sa che in quella partita in cui sono stato così bravo, la prima cosa che ho fatto è stata sputare in faccia all’avversario. Quindi tutti ricordano solo la concentrazione, la freddezza nei canestri decisivi, l’incoraggiamento ai compagni, la grinta agonistica; ma non sanno che tutto questo era stato preceduto da un gesto sconsiderato, e che quello che ho fatto dopo avrei potuto non farlo - avrei dovuto non farlo, perché dovevano espellermi dopo un minuto). Questa specie di tempesta sta dentro la mia persona che invece ha costruito la sua vita sulla base del saper stare al mondo, ma in realtà non sa stare al mondo o ci sa stare in maniera burrascosa e se la tengo sotto, compressa, non è per assecondarla, ma perché vorrei averla uccisa come speravo da ragazzo. Per tutta la vita ho provato ad uccidere l’animale, ho pensato di averlo finalmente ucciso, e poi mi sono reso conto che veniva fuori da tutte le parti. E poiché ho cercato, se non di ammazzarlo, di chiuderlo a chiave per sempre dentro di me, quando emerge non viene semplicemente fuori, ma esplode. Dall’espressione contorta della mia faccia, dal suono della mia voce esplode un’irascibilità, un’incazzatura, un’incapacità di discutere senza usare toni violenti, senza mettermi ad urlare, che è incontrollabile, impossibile da fermare. Se qualcuno mi fa un torto, non perdono. Se qualcuno fa un errore, lo paga, eppure non c’è niente in me che faccia pensare alla spietatezza; e invece sono così. Molte persone sul lavoro si trovano all’improvviso di fronte alla brutalità, se so ho ragione la brutalità diventa spietata, netta, spiego con precisione i torti ricevuti e anche se mi chiedono scusa insisto, e dico: non si può fare così, non si può agire così e quindi le conseguenze saranno queste. Non arretro di un millimetro anche se so di ferire le persone che si sono accorte di aver sbagliato e mi chiedono scusa; le umilio ancora di più. Tutto questo succede con maggiore nettezza non quando ho ragione, ma quando ho torto. Quando ho fatto qualcosa di sbagliato, la mia reazione è ancora più violenta: con l’incazzatura, con l’arroganza, voglio combattere la ragione degli altri, voglio sconfiggere le persone che mi stanno dicendo qualcosa che non mi piace, col fatto che sono più forte di loro, spesso anche dialetticamente, ma soprattutto perché urlo, vicinissimo, le minaccio, alzo la mano e dico ti ammazzo e poi mi giro dall’altra parte e do un calcio alla sedia e la faccio volare. Tutto ciò fa in modo che le mie ragioni vengano imposte grazie al timore della mia reazione. I miei figli mi considerano affidabile, comprensivo e perfino un ottimo padre, ma sono proprio loro ad aver subito alcuni episodi di violenza. Devo dire che qualche volta, quando era bambina, ho anche picchiato mia figlia, e mi ricordo una volta, che lei non dimentica più perché non era piccolissima, per un’incazzatura l’ho trascinata in camera sua per i capelli. Ma non è la violenza fisica il tratto caratteristico dell’animale, perché la violenza fisica col tempo ho imparato a trattenerla, so che non posso usarla, ma non usarla mi fa tirare fuori una violenza psicologica, verbale e gestuale,e una rabbia repressa che finisce per rivolgersi ad altro per sfogarsi; quindi non verso le persone, ma verso oggetti, mobili, pareti. Le mie case sono segnate da calci alle porte, cazzotti contro i mobili, muri sfregiati dalle cose che ho tirato; ho buttato a terra librerie intere, ho lanciato piatti e telefoni contro le pareti. A un certo punto divento una belva che fa paura, faccio paura a mia moglie, ai miei figli (…). E poiché ancora conservo un barlume di consapevolezza, pur minacciando di ammazzare, mi accanisco su qualcosa di inanimato: Nella mia vita ho rotto televisori, specchi, piatti, telefoni, ho strappato vestiti, ho dato calci o pugni contro pareti o letti o mobili. Non tanto mio figlio, perché essendo piccolo la violenza l’ha subita parzialmente, ma mia figlia l’ha subita tantissimo per tutta la vita. L’ha subita mia moglie. Anche alcuni amici a cui sono legato da anni hanno subito questa violenza e sanno che discutere con me porta uno spavento perché voglio avere ragione e se non ho ragione mi incazzo, sono violento, minaccioso. Una volta, eravamo per strada, mia moglie era incinta e litigavamo e io ho cominciato ad urlare e lei voleva andare via per l’imbarazzo (però lei vuole sempre andare via, comunque, anche nei giorni di serenità), la trattenevo per un braccio e a quel punto ha chiesto aiuto a dei passanti - non perché le avessi fatto male, anche se dicevo aspetta, parliamo, fammi finire, e la tiravo; ma perché aveva paura di me. Tante volta mia moglie e mia figlia si alleano perché hanno paura di me. Tanta paura. La vedo nei loro occhi, mi fa tenerezza, ma fa tenerezza solo a una parte di me, quella che loro sperano ritornerà presto a prevalere. Ma intanto l’animale non riesce a fermarsi, non riesce a non aggredire quella paura, a fare ancora più paura. Hanno paura di me come le donne hanno paura degli uomini che le picchiano senza fermarsi. Hanno paura di me con le proporzioni di chi non ha subito una violenza fisica, ma è sempre sul punto di riceverla. E fanno bene: perché la mia incapacità di controllo, l’idea di far paura, mi dà un’euforia di cui poi mi pento, mi vergogno, ma che sul momento mi fa diventare potente, mi sembra di poter schiacciare gli altri, le loro ragioni e le loro forze e distruggere qualsiasi cosa. E soprattutto sento che la loro paura le rende debolissime e io mi sento fortissimo e capace di ottenere tutto ciò che voglio, di far andare le cose come voglio che vadano. Ecco, quella paura che vedo negli occhi degli altri, senza che io ci pensi perché in quel momento non penso a niente, mi dà un senso di euforia spaventoso ma che però costituisce la parte più intima di me, proprio perché l’animale è ficcato dentro e non esce mai e cerco di tenerlo a bada, e quando esce esplode, e chi lo vede si spaventa.; e si spaventa di più perché sta dentro un uomo che non ha le caratteristiche esteriori dell’animale. Infatti una delle ragioni per cui fa paura è che quando scompare, sembra non possa riapparire più. In seguito il mio modo di stare al mondo fa dimenticare l’animale, e ogni volta si può avere la speranza che sia morto, sia stato abbandonato per sempre. E invece ritorna. Sempre. E quindi, alla fine, l’unica maniera per averci a che fare, per me, è conviverci.”
— Francesco Piccolo, “L’animale che mi porto dentro”
“Per molti e molti giorni della tua vita, mentre vedi gli altri sbocciare verso il mondo con una carica scomposta e spietata, tu rimani in disparte e speri che qualcuno si ricordi di salutarti, prima di sparire nelle notti di amore ed euforia. E poi pensi che l'unico antidoto a questa sofferenza è non andarci più alle feste e quindi smettere di combattere. A quel punto devi preoccuparti che gli altri – i tuoi genitori, i tuoi fratelli, i tuoi amici – non si preoccupino per te; quindi devi trovare delle scuse per restare a casa, devi nascondere le feste ai genitori e devi inventarti delle storie con gli amici. Alla fine rimani a casa decine e decine di sere, ceni con i tuoi genitori e poi te ne vai in camera, i tuoi fratelli sono usciti e solo tu sei rimasto a casa, guardi la tivù o leggi o stai sul letto e pensi, e davanti agli occhi hai l'immagine chiarissima di cosa sta succedendo alla festa, sai dove si fa, chi c'è, sai che alcuni si stanno innamorando, che un tuo amico sta infilando la mano sotto la maglietta di quella ragazza che non riesci nemmeno a guardare tanto è bella e speri non ti guardi mai se no pensa che schifo. E ti dici con massima precisione e totale certezza che tu, tutto questo, tutto quello che hanno i tuoi amici, non lo avrai mai.”
— Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro
un giorno un libro mi ucciderà ma sarà troppo tardi
“Stai molto di più all’aria aperta. Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita. Leggi poesie ad alta voce. Esprimi ammirazione per qualcuno. Esci all’alba ogni tanto. Leggi poesie ad alta voce. Passa un po’ di tempo vicino a un animale, prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.”
— Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi