La cultura ai cittadini, non ai clienti
L'intervista è uscita sul numero di sabato 29 giugno di Cultura Commestibile
Tomaso Montanari è autore di un recente pamphlet, “Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane” (Minimum Fax, 2013), appassionato e intransigente, ma al tempo stesso rigoroso e disincantato. Come il suo autore, per come lo abbiamo conosciuto nel colloquio che mi ha concesso, insieme a SImone Siliani, il 19 giugno sull'altana della Biblioteca delle Oblate.
BS-SS – La pars destruens del libro colpisce per il coraggio di una critica profonda dei luoghi comuni e banalità del discorso italiano intorno ai beni culturali. Questo sì che è un pozzo senza fine di stupidaggini ed errori; altro che petrolio.
Montanari – Ovunque vada a presentare questo libro in Italia, trovo storie che potrebbero costituirne nuovi capitoli. Se dovessi fare una nuova edizione, inserirei un capitolo sulla Val di Susa. Lì il nesso fra patrimonio e democrazia è evidente in negativo: la distruzione del paesaggio e del patrimonio artistico e architettonico della Val di Susa (una necropoli distrutta dalle forze dell'ordine durante gli scontri, un museo che si trasforma in caserma) è tragica. E così in altri luoghi d'Italia, magari meno mediatici. Ma vi è anche, in questa parte del Paese, un attaccamento forte della comunità al valore civile del patrimonio: la minaccia viene avvertita verso il futuro, l'impossibilità di trasmettere a chi viene dopo il patrimonio ricevuto in dote. Come la sfilata di bagni chimici davanti la facciata di Santa Croce a Firenze che rimarrà lì per tutta l'estate grazie a Calcio Storico, Benigni, ecc. Una città in cui il tessuto monumentale è devastato dall'effimero.
BS/SS – Certamente ci tiene lontani dai beni culturali la loro spettacolarizzazione, la loro commercializzazione, ma anche la loro incomprensibilità. Quindi il problema dell'approccio ai beni culturali non è soltanto una questione di strumenti e agenti (fondazioni, privati, ecc.), ma della mancanza di cultura, della ricerca, del significato delle cose.
Montanari – Anche in questo senso le mie presentazioni in giro per l'Italia sono istruttive. Ad esempio a Caserta si discute di cosa fare della Reggia facendo riferimento alla “Venaria Reale” o altri modelli. Il problema invece è domandarsi a cosa serva la Reggia di Caserta? Prima di discutere sul modello di governance, sul rapporto pubblico-privato, bisogna chiarirsi su quale sia lo scopo. Se la Reggia dovesse essere uno spazio pubblico in prima battuta a disposizione dei cittadini di Caserta, allora si governerà in un certo modo. Se invece essa deve diventare una location per eventi per attirare i turisti, allora la si governerà in altro modo. Io sono convinto che lo scopo ultimo del patrimonio sia fissato dal’art.9 della Costituzione. E se lo leggiamo, come dice la Corte Costituzionale, insieme agli altri articoli dei principi fondamentali, allora il patrimonio serve a eliminare la diseguaglianza, a favorire il pieno sviluppo della personalità umana, a mostrare la sovranità dei cittadini. Se si accede alla interpretazione costituzionale del patrimonio, allora si deve aprire una stagione di alfabetizzazione. Il Ministero dei Beni culturali non ha un dipartimento educazione; ha una Direzione Generale per la valorizzazione e, nel migliore dei casi, si pensa che siano sinonimi, ma non è così. Il fatto che il suo primo direttore fosse l'AD di McDonalds ha chiarito che questa è l'ultima rottura di quel processo che inizia nel 1974 con la fondazione del Ministero, scorporato dalla Pubblica Istruzione. Non è ignorante solo la nostra classe politica, ma anche la nostra classe dirigente. C'è una uscita dall'orizzonte nazionale del linguaggio dei beni culturali e questo è particolarmente grave in un Paese in cui il patrimonio è stato per secoli l'altra lingua degli italiani. Quando Dante nell’XI del Purgatorio parla della lingua delle parole, che cominciava in quel momento a farci nazione molto prima dello Stato, cita Guinizzelli, Cavalcanti e se stesso per le parole, Cimabue e Giotto per l'arte: riconosceva così che c'è un'altra lingua, che nessun Paese al mondo ha come noi. In un momento in cui si parla di ius soli e ius sanguinis bisognerebbe ricordare che noi non siamo mai stati nazione per il sangue, ma lo siamo stati per il suolo, cioè per il patrimonio e il paesaggio. In tal senso l'educazione civica e l'educazione al patrimonio sono un'unica cosa. Capisco che la parola “educare” venga associata a una idea di paternalismo, ma questo è il problema di una retorica che ha fatto molti danni, anche a sinistra. Non c'è niente di male nell'educare: significa letteralmente educere, tirare fuori dalla persona quello che c'è, l'umanità. Sono le parole della Costituzione, “pieno sviluppo della persona umana”. La storia dell'arte nelle scuole è la sfida sempre perduta. Roberto Longhi propose di fare cattedre miste, italiano e storia dell'arte, perché sono due lingue, ma non si è mai fatto.
BS/SS – Torniamo alla dicotomia turisti/cittadini: è forse indicativo che a Firenze, dovendo promuovere i musei, si sia scelto di fare una card 72 ore per i turisti e non l'abbonamento annuale per i cittadini?
Montanari – Una delle prime cose che ha fatto il nuovo ministro Bray è stata quella di togliere il biglietto d'ingresso ai musei per i bambini extracomunitari. Non è una bizzarria: si tratta dei bambini delle nostre classi, che, arrivando agli Uffizi, non essendo giuridicamente italiani, devono pagare il biglietto, una forma di discriminazione mostruosa. Io andrei oltre: credo che ci debba essere l'ingresso gratuito per i cittadini italiani nei musei italiani. Come gli stessi dati del Ministero dimostrano, l'incidenza dei biglietti sul bilancio è bassissima, quindi tagliare non provocherebbe danni. I musei devono essere gratuiti perché sono come gli ospedali e la scuola. Il Ministero dei Beni Culturali non è un ministero della burocrazia, bensì dei diritti della persona. Ritengo che i musei debbano essere gratuiti come le biblioteche (se non in alcune aberrazioni italiane come alla Biblioteca Ambrosiana di Milano). Purtroppo esiste una strategia liberista che intende trasformare il cittadino in cliente. Ma anche per i musei, come per le scuole e gli ospedali, bisogna difendere l'idea che non siamo clienti, ma cittadini e quindi dovrebbe essere gratuiti.
BS/SS – Questo ci porta, naturalmente, a domandarci come si finanzia la cultura.
Montanari – Fermiamoci sui numeri: il bilancio del Ministero dei Beni Culturali era, prima del 2008, di 3 miliardi di euro l'anno. Bondi l'ha dimezzato di colpo. Galan e Ornaghi, l'hanno portato a 1 miliardo. La spesa militare dell'Italia è di 26 miliardi. Ora, io vedo la retorica che c'è in questo accostamento e sarebbe inaccettabile se si dicesse che tutti i 26 miliardi dovessero andare alla cultura, ma ne basterebbero 5 o 6 per far vivere il patrimonio senza doverlo prostituire ai privati. Un riequilibrio possibile. Inoltre l'Italia ha l'evasione fiscale più alta del mondo, dopo Turchia e Messico, con 150 miliardi l'anno di evasione. Si può, basta volerlo.
SB/SS – Affrontiamo il tema dei privati, anche perché ci sono casi interessanti di coinvolgimento di questi nella gestione della cultura. C'è uno spazio corretto per i privati in questo campo e quale?
Montanari – Se il patrimonio, come io credo, serve a produrre cittadinanza attraverso la conoscenza, e questa si produce attraverso la ricerca, ciò spiega perché l'Italia abbia questo modello unico al mondo in cui la tutela è compito delle Soprintendenze che dovrebbero essere, anche, dei luoghi di ricerca. La tutela, infatti, non è l'obiettivo finale. Non conosco esempi funzionanti in cui un privato gestisce un bene culturale facendo vera ricerca indipendente e non volendoci lucrare trasformandolo in un pezzo di mercato. La Legge Ronchey è stata l'inizio della fine, perché le società di servizi, che hanno cominciato con ristoranti e librerie, ormai gestiscono la didattica e soprattutto le mostre, aprendo al fenomeno dell'eventismo, del mostrificio permanente. Le mostre ormai non vengono più decise per ragioni di ricerca, ma solo per motivi di business. E la retorica del lavoro è menzognera perché questo sistema non crea lavoro qualificato, bensì sfruttamento del lavoro, precariato. Ho, come si comprende, molte perplessità sul ruolo dei privati e ne ho di molto radicali anche per il terzo settore, se per questo si intende ad esempio il FAI (in cui signore ricche fanno donazioni di 710.000 euro ad una lista politica per poi “comprarsi” il sottosegretariato ai beni culturali e un seggio in Parlamento). Ci sono dei modelli positivi, ma non c'è in quei casi un privato, bensì un uso civico del patrimonio. Ad esempio il rione Sanità a Napoli, che ha attivato una comunità civile, creato reddito diffuso sociale, in un progetto che riesce ad attrarre 5 milioni l'anno di fondi di privati che fanno donazioni ma non decidono, sono mecenati non sponsor. In Italia di mecenati veri io conosco la Hewlett Packard, in cui un signore americano, mecenate di Ercolano, fa una fondazione il cui statuto dice che il suo scopo è attuare l'art.9 della Costituzione. Il legame di appartenenza morale dei cittadini al patrimonio si sviluppa, laddove il modello della valorizzazione privatistica e commerciale lo aliena. Il mio non è un tabù ideologico contro il privato, è invece l'idea che il patrimonio debba produrre conoscenza e non reddito e debba avere come fruitori cittadini e non clienti: se questa formula è compatibile con un privato, benissimo.
BS/SS -La mancanza di casi di privati che svolgono questa funzione civica nel campo della cultura rimanda anche alla difficoltà dei soggetti pubblici a governare questo sistema. Soggetti al plurale perché, tornando alla Costituzione, essa fa riferimento alla Repubblica costituita da Stato, Regioni, Province e Comuni. La carenza della capacità di governo del pubblico nell'ambito dei beni culturali è lampante.
Montanari – Né gli Stati Uniti né l'Inghilterra e nemmeno la Francia, cui spesso guardiamo, hanno una Costituzione come quella italiana. Noi ci siamo dotati di questo mezzo straordinario che dice che l'iniziativa privata va bene finché è di utilità sociale e non lede la dignità dei cittadini: ma cosa vuol dire piegare il patrimonio culturale al denaro se non ledere questa dignità? Dalla Costituzione derivano le Soprintendenze, costituite da persone pagate dal popolo italiano, che vincono per meriti un concorso e che, se fanno male dovrebbero essere sanzionate. Ebbene lo stato ammette di non essere capace di amministrare il patrimonio e allora lo fa gestire a un privato che ci deve guadagnare: cosa ci fa pensare che questo privato sia meglio del pubblico? Io non ho remore a parlare male della corporazione dei professori universitari e degli studiosi della Soprintendenza. Però il cattivo funzionamento dello Stato va combattuto. Mentre la risposta di molti è di abolire le Soprintendenze. Io sono molto critico anche con la sinistra perché non sono affatto convinto dell'idea di opporre beni pubblici a beni comuni: il loro discorso radicale è “lo Stato amministra il bene pubblico in modo privatistico e lo fa male, quindi creiamo una nuova categoria dei beni comuni e diamole ai cittadini”. Io credo che lo Stato siamo noi e che la sfida dei cittadini debba essere quella di far funzionare la cosa pubblica, anche con una battaglia aspra dall'interno e non rottamandola a favore di un privato o di una generica autogestione dal basso. Credo molto nel modello dello Stato fortemente sociale disegnato dalla Costituzione Italiana, in cui si dice che la proprietà privata è meno importante perché è fondata sulla legge, mentre la Costituzione tutela il bene comune.
BS/SS – I cedimenti alle logiche commerciali si trovano però anche nelle Soprintendenza: mostre e restauri. Tu ne parli nel libro: il giro delle mostre spettacolari ci pone il tema dei prestiti che forse dovrebbero essere fatti solo quando le mostre hanno forti caratteristiche culturali. Così come i restauri, talvolta dettati dal ritorno d'immagine che lo sponsor ne può ricavare e che si concentrano su opere importanti, mentre il patrimonio meno noto è destinato al degrado. Operazioni culturali mancate, tanto nelle mostre quanto nella manutenzione del patrimonio.
Montanari – Chi detta l'agenda della politica culturale? Non più lo Stato, neppure nei restauri. Riguarda alle mostre, le opere d'arte si “muovono”, non si studiano e prescindono dal valore culturale e di ricerca della mostra. Non a caso il Comitato Tecnico-Scientifico che avrebbe dovuto esprimersi su queste cose è stato soppresso da Ornaghi. E' il punto terminale: non c'è più una valutazione tecnico-scientifica nelle mostre. I giornali pubblicano solo recensioni a pagamento: c'è ancora meno critica che sul cinema o sul teatro. D'altra parte anche l'università ha abdicato a questa funzione, quando chiama Goldin all'Università di Venezia Ca' Foscari ad inaugurare l'anno accademico dell'Ateneo. Il fatto è che molto storici dell'arte partecipano a questo grande Sabba delle mostre che fa girare un po' di soldi e un po' di effimera gloria, ma sta desertificando l'idea del patrimonio, ridotto a svago, intrattenimento della domenica, distruzione del contesto. Le mostre sono una emergenza nazionale: se fossi Ministro per i Beni Culturali fisserei una moratoria di 5 anni. Insorgerebbero non i cittadini italiani o il mondo della cultura, bensì chi da queste mostre guadagna. Federico Zeri diceva: “le mostre sono come la merda: fanno bene a chi le fa, non a chi le guarda”.
SB/SS – Vogliamo provocarti: uno dei problemi del nostro sistema culturale italiano è che, a differenza di altri settori, qui manca una politica industriale. Cioè un sistema complessivo fatto da investimenti, formazione, infrastrutture, soggetti e strategia: ecco nella cultura si assiste per lo più a interventi spot.
Montanari – Posso accettare questa metafora se voi siete disposti ad accettarla anche per la scuola. Io la chiamerei piuttosto una politica per i diritti: a me piacerebbe un governo che avesse una visione. La separazione dei beni culturali dalla scuola ha provocato anche la mancanza di un progetto di formazione ed educazione. Il motto del Ministero dovrebbe essere “Restituire ai cittadini la loro tradizione e il loro futuro”. Per far questo naturalmente ci vogliono soldi, visione, competenze. Non vedrei niente di male a usare tutti gli strumenti di una politica industriale, purché il fine sia non la creazione di altro denaro, ma un fine civile, repubblicano. E' ovvio che nei musei dovrebbero esserci anche dei buoni ristoranti e bookshop e che questi debbano essere gestiti da privati che dovrebbero pure guadagnarci, ma il problema è il progetto culturale. Stefano Baia Curioni, economista della Bocconi, ha scritto che i servizi aggiuntivi della cultura e delle mostre rappresentano una colossale abdicazione dei compiti della Repubblica.
BS/SS – Interessante la tua riflessione sui centri storici e sulla proposta di portare una succursale degli Uffizi alle Piagge: in una città in cui il centro storico è precluso ai cittadini e ceduto ai turisti come clienti, questa è ben più che una provocazione.
Montanari – Certo, la pedonalizzazione di piazza del Duomo è simbolica in tal senso. L'unica cosa che ha fatto Renzi in realtà è espropriare piazza del Duomo ai cittadini. Io non condivido le preoccupazioni della Gregori sulla tranvia al Duomo: la tranvia doveva passare di lì, come è a Siviglia. Così i cittadini l'avrebbero potuta raggiungere. Invece ora piazza del Duomo è un lunapark grottesco in cui i cittadini non vanno perché non vi è scopo. Non dobbiamo aver paura di una città che viva il suo futuro; con una moschea, con un uso dei monumenti dismessi coraggiosa. Perché nessuno si esercita a produrre una qualche idea strategica anche fuori dal salotto buono costituito dal centro storico sui beni culturali? Anche l'Ordine degli Architetti, che pure ha preso posizione sulla Loggia di Isozaki agli Uffizi, possibile che non abbia niente da dire su quello che le ultime generazioni hanno realizzato a Firenze, che è un disastro completo? Vorrei una moratoria anche sotto questo aspetto: un sindaco che non parli più degli Uffizi, di Leonardo, ma che parlasse delle periferie di questa città e di come renderle città. Per Renzi la città dovrebbe rendere, ma in realtà secondo lui si deve ar-rendere: la rendita è una resa che porta Firenze alla peggiore delle sue vocazioni ottocentesche, guardarsi l'ombelico. La città fuori dal centro non esiste perché non può rendere; perché non è il cadavere della nonna da mostrare ai turisti, come diceva Joyce. Non solo, ma all'interno del centro ci sono enormi isole abbandonate – Sant'Orsola per dirne una – perché il processo di selezione e antologizzazione è feroce. Viviamo in un Paese in cui il 95% dei turisti si concentra sul 5% del patrimonio. A Firenze questo è ancora più evidente. l fatto è che in questa città non si discute più di niente, né si esercita alcuna critica. Ad esempio, si è discusso sul cordolo sul ponte S.Trinita, ma nessuno dice – e lo dico io qui – che sulle arcate del ponte sono state impiantate delle luc da lunapark. Nonostante il Ponte S.Trinita sia anche un luogo civile, costruito dopo la guerra pietra su pietra, uno dei simboli della rinascita di Firenze dopo il nazismo. Ci si domanda come la Soprintendenza abbia potuto consentire una simile cosa! Ma non se ne discute. Insomma, anche sui pochi giornali della città, manca il dibattito sull'uso civile del patrimonio.