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@letsnerous
14 Agosto 2018
43 morti 🙏
#PonteMorandi
Come disse Einstein:
“Tutti siamo geni, ma se giudichi un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, passerà la vita a credersi inutile”.
♏️🎶 mostro👏👏👏
Volevo dire ai miei amici di sinistra, che il loro razzismo mi ha rotto le scatole.
Sono giorni che ci fracassate con la medaglia d'oro della Doualla - ragazza nera, italiana di seconda generazione e di origini Camerunensi) al mondiale under 20.
Ma nessuno di voi ha festeggiato l'oro di Erika Saraceni, vinto lo stesso giorno nel salto triplo. Perché siete un branco di razzisti e lei ha avuto la sfortuna di essere nata bella, e italiana ..
Erika Saraceni, 19 anni, bella e italiana (per davvero!) vince e stravince l'oro nel salto triplo! 🇮🇹
Supertramp - The Logical Song
Morgan Freeman una volta disse:
«Arriva un giorno in cui non senti più il bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Non perché hai rinunciato, ma perché sei cresciuto."
Cresci… e ti stanchi.
Ti stanchi di spiegare, di giustificarti, di rimpicciolirti per entrare nella vita degli altri.
Ti stanchi di aspettare messaggi che non arrivano, scuse che non arrivano, persone che non sanno amare.
La verità è semplice:
Non tutti ti capiranno.
Non tutti resteranno.
Non tutti ti tratteranno come meriti.
Ma non devono farlo.
Perché arriva un momento in cui scegli la pace.
Scegli il silenzio al posto della reazione.
Smetti di abbassarti per entrare nelle tempeste degli altri.
Perché a volte, la risposta più matura è il silenzio.
La mossa più forte è andarsene.
E il più grande atto di amore verso sé stessi è smettere di mettersi all’ultimo posto.
Non è egoismo — è guarigione.
È il coraggio di scegliere te stesso.
Di ricostruire la tua anima senza il bisogno dell’approvazione di nessuno.
Di andare avanti — anche da solo — ma con dignità.
E quando lo fai…
la vita inizia a rimettersi in ordine.
Perché le persone giuste non chiedono spiegazioni.
Ti vedono.
Ti sentono.
Ti rispettano — senza che tu debba mendicarlo».
Morgan Freeman
Oggi, giornata mondiale del gatto. Viola, la mia birbantella
Non so se vomitare o piangere.
”𝐓𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐦𝐨𝐳𝐳𝐚𝐭𝐞 𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐞, 𝐢 𝐯𝐢𝐝𝐞𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐛𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐢𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐤𝐢𝐛𝐛𝐮𝐭𝐳
Lucia Annunziata
I terroristi arrivano nel kibbutz di Be’eri con il fiatone, corsa o paura, il respiro viene registrato dalla GoPro sulla fronte, le immagini scorrono per noi come fossimo loro sui prati ordinati, i fiori, le modeste verande dei kibbutzim. Solo un cane è sveglio, va incontro festoso agli sconosciuti, l’obiettivo della GoPro inquadra la punta di un fucile. Il primo colpo è al petto, ma non ferma la corsa festosa dell’animale, e nemmeno il secondo. Solo il terzo colpo in pieno petto ferma il cane, che pare sorpreso, poi si accuccia e muore senza un guaito appoggiando la testa sulle zampe.
È forse questo l’unico racconto che posso farvi senza scadere nella pornografia del sangue, il voyeurismo della violenza. Quaranta minuti di un video, che le autorità israeliane stanno mostrando a gruppi di giornalisti intorno al mondo «perché più passa il tempo dal 7 ottobre, più sono le persone che dicono che non è accaduto nulla, o che è stata tutta una finzione organizzata dallo stesso esercito di Israele», dice l’ambasciatore a Roma del governo Israeliano.
Prima o poi il video sarà visto dal maggior numero possibile di persone, ci auguriamo. E, tanto per essere precisi ed evitare altri sospetti sul filmato, diamo conto di come è stato messo insieme: sono migliaia di video girati da diverse fonti, ognuna delle quali è indicata con precisione.
Molti di questi, io che scrivo, li ho già visti sulla rete di Al Jazeera nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti l’attacco - in questo caso sono tutte immagini girate in soggettiva con le camere sulla fronte dei terroristi di Hamas. Ci sono poi le immagini riprese dalle telecamere delle auto degli Israeliani sulla strada. Ci sono quelle delle telecamere dell’esercito di Israele quando i soldati sono arrivati per un’operazione salvezza fatta tropo tardi. Infine, si ascoltano le registrazioni fatte dall’esercito Israeliano, quando l’operazione soccorsi è partita, fra combattenti di Hamas e i loro comandanti che controllavano i terroristi attraverso le GoPro e i telefonini.
Andrò solo per capitoli. Il più importate, perché è quello su cui ci sono più dinieghi, riguarda gli stupri alle donne. L’Onu ha annunciato in queste ore che ci sarà un’inchiesta. Sarà fatta raccogliendo tutte le prove, ma di prove ce ne sono a sufficienza nelle immagini: le giovani hanno tutte sangue che cola fra le gambe, e molte anche dalla bocca. In una ripresa in una sorta di capannone, c’è una fila di ragazze morte, appoggiate al muro col busto, ordinatamente, i corpi con vestiti in disordine coperti di sangue un po’ dappertutto, dalla bocca, appunto, alle gambe, alla pancia. In un altro filmato una ragazza scende da una jeep con le mani legate dietro. Ha un top e un pantalone della tuta grigio chiaro. Si gira, e dietro, su quel pantalone chiaro si vede una enorme macchia di sangue, mentre viene spinta su una diversa macchina.
Questo video, ne sono spettatrice, è passato tantissime volte su Al Jazeera e poi sulle Tv di tutto il mondo. Ho visto anche di nuovo quello che per me è ancora oggi il massimo della pena: una ragazza bionda con addosso solo uno slip e il reggiseno, circondata da uomini che festeggiano, viene portata a pancia in giù sul retro di un camioncino. Per farla stare dentro le misure le hanno spezzato le gambe e gliele hanno rigirate in avanti. Sembra che sia morta.
Ascoltando le istruzioni che arrivano ad Hamas sui telefonini delle telecamere, ce ne sono del tipo «basta adesso con quel corpo, portatelo ai ragazzi e fateli giocare», «spara, spara, uccidi, uccidi il più possibile», a un certo punto sparano tanto che arriva l’ordine di «risparmiare un po’ di proiettili». Nei kibbutz si vede la caccia porta per porta, stanza per stanza, spesso vuote, perché molti sono già andati nelle saferoom. Uno che non è scappato viene ucciso sul divano attraverso la rete anti-zanzare dell’entrata. Lo sparo è casuale, giusto passando. Un padre e due figli in mutande appena svegli cercano di fuggire. Il padre porta in braccio il più piccolo, vanno in un rifugio in giardino, e si vede un braccio che lancia una granata dentro la stanza blindata. Il padre si butta sulla granata, i bambini scappano di nuovo e tornano a casa urlando il nome del padre, uno dei due è ferito agli occhi. Quelli di Hamas se ne sono andati. So per averlo letto come finisce questa storia - i due fratelli sono poi riusciti a scappare e sono stati trovati vivi. Poi ci sono i ragazzi del rave, che piangono davanti al loro telefonino, e c’è la decapitazione. Due esempi per tutti: a terra ci sono due soldati uccisi, uno di loro ha la testa esplosa, all’altro la testa verrà tagliata da un civile volenteroso che sega a fatica l’osso del collo con un coltello e poi espone il bottino; anche di un’altra decapitazione è protagonista un civile: ci sono a terra due uomini uno dei quali, in mutande, è ancora vivo; arriva un civile gridando grazie ad Allah e chiede in una frenesia di urla «datemi qualcosa, datemi un coltello», gli danno una zappa e lui comincia a cercare di staccare quella testa con uno strumento che non taglia, mentre sotto di lui sobbalza a ogni colpo la vittima.
Ci sono tanti morti, trovati poi dai militari di Israele, un mare di sangue nelle case, a pozze, a strisce sul pavimento, di corpi sovrapposti immersi in questo rosso. Ci sono i corpi bruciati o semi bruciati. Ci sono i bambini uccisi: gli israeliani hanno coperto i buchi dei proiettili con nastro adesivo rosa - quelli in fronte sembrano dei fiocchi. Basta così. Al ventesimo minuto dei quaranta era impossibile continuare a guardare per la nausea. Eppure avevo evitato ogni cibo dalla mattina.
Ma forse il peggio non viene dalle immagini, ma dalle parole: i terroristi, quasi tutti giovani, che si scattano foto celebrando i morti dei nemici urlando la loro gioia, urlando a squarciagola in questo deserto; e la folla che a Gaza circonda con altrettanta gioia i camioncini che portano ostaggi mezzi vivi e mezzi morti. Infine, il grido di un giovane nella telefonata al padre. «Abu, tuo figlio è un eroe. Ho ucciso con queste mani 10 israeliani. Con le mie mani, Abu», e il padre lo benedice, e il ragazzo chiede della madre e ripete «Sono un eroe madre», e nel sottofondo una voce, ma non si capisce se sia del padre o della madre, risponde «Uccidi, uccidi, uccidi».
Se il comandante di volo parlasse in fiorentino! Quanti prenderebbero questo volo? 😂 • #battute #lingua #dialetto #ridere #fiorentino #firen
Se il pilota dell'aereo fosse fiorentino.
L'unico nero da evitare è quello che alcune persone si portano dentro.
Gabriela Pannia