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ecco l’ultima fregatura del duo Renzi-Alfano: permesso di lavoro e sanità per tutti i richiedenti asilo!
Per il momento pare passato in sordina, ma il decreto legislativo 18 agosto 2015 n. 142, dal titolo Attuazione della direttiva 2013/33/UE recante norme relative all'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, nonche' della direttiva 2013/32/UE, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, lo dice chiaramente agli articoli 21 e 22. Vediamoli:
Art. 21 Assistenza sanitaria e istruzione dei minori
1. I richiedenti hanno accesso all'assistenza sanitaria secondo quanto previsto dall'articolo 34 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, fermo restando l'applicazione dell'articolo 35 del medesimo decreto legislativo nelle more dell'iscrizione al servizio sanitario nazionale.
2. I minori richiedenti protezione internazionale o i minori figli di richiedenti protezione internazionale sono soggetti all'obbligo scolastico, ai sensi dell'articolo 38 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e accedono ai corsi e alle iniziative per l'apprendimento della lingua italiana di cui al comma 2 del medesimo articolo.
Per capirlo meglio vediamo appunto cosa dice il comma 1 del citati articolo 34 del Testo Unico sull’Immigrazione:
Hanno l'obbligo di iscrizione al servizio sanitario nazionale e hanno parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti e doveri rispetto ai cittadini italiani per quanto attiene all'obbligo contributivo, all'assistenza erogata in Italia dal servizio sanitario nazionale e alla sua validità temporale.
E sia chiaro, per parità di trattamento si intendono sia servizi sanitari che sociali. I sindaci che leggono sono avvisati! Ma non finisce qui. Come ci ricorda il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, già spin-doctor di Renzi e patron della Magnolia, citando George Soros, magnate e finanziere americano:
"L'Europa ha bisogno di un milione di nuovi arrivi ogni anno. I Paesi che ne accoglieranno di più, cresceranno di più in futuro" (tweet delle 00:33 del 26 settembre 2015)
Infatti ecco servito il miglior modo per immettere subito nel mercato di lavoro queste decine di migliaia di disperati, in attesa che si concluda (quasi sempre negativamente) la procedura di richiesta dello status di profugo o rifugiato:
Art. 22 Lavoro e formazione professionale
1. Il permesso di soggiorno per richiesta asilo di cui all'articolo 4 consente di svolgere attivita' lavorativa, trascorsi sessanta giorni dalla presentazione della domanda, se il procedimento di esame della domanda non e' concluso ed il ritardo non puo' essere attribuito al richiedente.
Dal 1 ottobre 2015 queste disposizioni sono in vigore e immaginarne le conseguenze non richiede un grande esercizio di fantasia. L’invasione, nascosta dietro falsi scopi umanitari, è servita...
Di seguito i link ai materiali citati nell’articolo:
qui il testo del Decreto Legislativo 142/2015;
qui il tweet di Giorgio Ori;
qui il Testo Unico sull’Immigrazione;
e un estratto dall’articolo apparso il 25 settembre 2015 su http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com a proposito di questo nuovo decreto:
Richiedenti asilo, con la nuova procedura responsabilità ad ampio raggio di Mimma Amoroso
Le nuove procedure sull'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e per il riconoscimento e la revoca dello status conseguente entreranno in vigore il prossimo 30 settembre. Il Dlgs 142/2015, infatti, ha recepito le recenti direttive europee n. 2013/33/UE e 2013/32/UE, che hanno riscritto le regole comuni già indicate con due precedenti provvedimenti, recepiti dall'Italia con i Dlgs 140/2005 e 25/2008. Il precorso scelto dal Governo ha previsto l'abrogazione del primo sull'accoglienza e novando il secondo sulle procedure di riconoscimento dell'asilo. Di conseguenza, il decreto appena emanato rimarrà l'unico riferimento normativo primario per quel che riguarda le disposizioni sull'accoglienza, mentre, per le procedure di riconoscimento della protezione internazionale, dovrà farsi riferimento al Dlgs 25/2008, modificato dal titolo II del Dlgs 142/2015.
Responsabilità condivise Tecnica normativa a parte, il decreto appare ricco di elementi interessanti e in alcuni casi innovativi rispetto alla vecchia normativa. Certamente si può riscontrare una sorta di chiamata in responsabilità di tutti i livelli di governo, a partire dalle amministrazioni statali interessate (e con ciò deve intendersi non solo il ministero dell'Interno, ma anche i ministeri di Salute, Giustizia, Lavoro e politiche sociali) per arrivare a Regioni ed enti locali, coinvolti sia nelle decisioni politiche, sia nella gestione concreta del fenomeno migratorio, con particolare riferimento alle ricadute che questo comporta nei settori di specifica competenza. In tema di accoglienza aumentano le tutele nei confronti dei richiedenti asilo, soprattutto quelli bisognosi di particolare protezione, rientranti nelle categorie dei soggetti vulnerabili (minori, minori non accompagnati, disabili, anziani, donne in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, vittime della tratta di esseri umani, persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali, vittime di torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, vittime di mutilazioni genitali), per i quali sono previsti impegni rilevanti dal punto di vista socio sanitario che dovranno essere assunti da tutti i livelli istituzionali coinvolti. Anche le norme sulla concessione della protezione internazionale hanno rafforzato le tutele a favore dei richiedenti e hanno introdotto importanti novità per le ipotesi di ricorsi giurisdizionali.
La gestione del fenomeno Il Dlgs 142/2015 consacra il principio di leale collaborazione tra i livelli di governo interessati, così come si è andato maturando nel corso degli ultimi anni, a partire dall'emergenza Nord Africa. È da allora, infatti, che è stato avviato il confronto tra le istituzioni riunito a un «tavolo di coordinamento» poi formalmente disciplinato nel 2014 con la modifica del decreto legislativo 19 novembre 2007 n. 251. Al tavolo nazionale ora si affiancano anche quelli istituiti presso le prefetture capoluogo di Regione, nell'ambito dei quali sono valutate le soluzioni da adottare a livello regionale per individuare le strutture di accoglienza e per la distribuzione, a livello provinciale, dei migranti che vengono trasferiti in base al piano nazionale. Le nuove disposizioni si sforzano innanzitutto di mettere ordine nel complesso sistema, legato a un fenomeno che non è comune al resto dell'Unione europea (e che solo in questi giorni si sta manifestando in misura esponenziale, ma con diverse modalità, anche negli Stati al confine orientale dell'Unione), in quanto principalmente connesso al fenomeno degli sbarchi massivi di migranti soccorsi in mare. Sono persone che giungono in Italia in condizioni psico-fisiche critiche e non tutte provenienti da zone di guerra o di persecuzione, quanto piuttosto da aree depresse dal punto di vista economico e ambientale. Il decreto, poi, tiene in considerazione gli sviluppi concreti nella gestione del fenomeno migratorio con le decisioni assunte dal tavolo nazionale di coordinamento, che già con l'intesa approvata in Conferenza Unificata il 10 luglio 2014 aveva delineato un quadro ordinamentale sostanzialmente ora confermato normativamente. Restano non chiari, tuttavia, alcuni passaggi dal punto di vista della concreta attuazione e, soprattutto, non si è tenuto conto dell'agenda europea ancora in discussione a Bruxelles, che prevede la creazione degli «hotspots», ovvero centri ove effettuare una prima valutazione della tipologia di migranti e selezionare i richiedenti asilo, i soggetti vulnerabili e i migranti economici per le successive procedure, rispettivamente, di acquisizione della domanda, di riallocazione in altri Stati europei e di rimpatrio (misure rispetto alle quali occorre una separata riflessione).
I luoghi per l'accoglienza dei rifugiati L'impianto dell'accoglienza dei richiedenti asilo si basa su due livelli che nell'intento del legislatore hanno servizi di assistenza di qualità crescente. Il livello più qualificato è lo SPRAR, la rete di accoglienza basata su strutture gestite dai Comuni aderenti (in gran parte finanziata dal ministero dell'Interno), sul quale tutte le istituzioni coinvolte puntano l'attenzione. In tali strutture, infatti, si auspica che vengano prestati servizi che conducano all'effettivo inserimento socio-lavorativo dei beneficiari, obiettivo fondamentale che va perseguito per non saturare il sistema di accoglienza, come di fatto si registra in questo momento. Il primo livello di accoglienza, invece, si basa anzitutto sui centri di primo soccorso attivati in base al Dl 451/1995 (la «legge Puglia» risalente ai tempi dell'emergenza migratoria dall'Albania); poi, sono previsti i centri di prima accoglienza (già denominati Cara e che il tavolo nazionale ha battezzato hub) e, infine, nel caso in cui non siano sufficienti né i posti dei centri di prima accoglienza, né quelli dello Sprar, i centri allestiti in via temporanea dai prefetti (che in questo momento rappresentano la parte più rilevante del sistema di accoglienza per numero di persone accolte).
Il trattenimento nei Cie In casi eccezionali (già previsti nelle disposizioni vigenti) il richiedente asilo può essere trattenuto in un Cie. La novità introdotta con il Dlgs 142/2015 riguarda il periodo massimo di trattenimento che, in caso di impugnazione del provvedimento della commissione territoriale, non può protrarsi oltre i dodici mesi. Ciò a fronte di un periodo massimo di trattenimento ammesso nel Cie degli stranieri non richiedenti asilo che al momento non può superare i 90 giorni.
Lavoro e sistema di accoglienza Vi sono poi altri due importanti elementi di novità: il primo è la possibilità per il richiedente di svolgere attività lavorativa regolare già dopo 60 giorni dal rilascio del permesso di soggiorno per richiesta di asilo, a differenza del regime precedente che ammetteva tale possibilità dopo sei mesi. Il secondo è il recepimento di una disposizione della direttiva che prevede la possibilità di individuare forme di partecipazione e di coinvolgimento dei richiedenti asilo nello svolgimento della vita nelle strutture ove sono ospitati. In tale disposizione si può intravedere non solo una forma di democratizzazione della vita all'interno del centro ma anche la possibilità di porre fine a uno stato di ozio cui sono costretti per lungo tempo i richiedenti asilo che attendono di essere sentiti dalle commissioni territoriali. Sembrerebbe possibile, infatti, prevedere la partecipazione alle attività necessarie per lavori di piccola manutenzione all'interno del centro, che consentirebbe anche di sperimentare forme di attività lavorativa che potrebbero essere sviluppate successivamente.
Riconoscimento protezione internazionale Il recepimento della direttiva 2013/32 in tema di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale non ha introdotto grosse novità. Si tratta, dunque, prevalentemente di un intervento di perfezionamento della normativa vigente. Il sistema italiano affida ad specifiche commissioni territoriali l'esame delle domande di asilo (in altri Paesi dell'Unione la concessione dell'asilo è sottoposta alla valutazione di singoli funzionari): ciò da un lato è massima garanzia nei confronti del richiedente – in quanto un organo collegiale garantisce imparzialità di giudizio – dall'altro un fattore di rallentamento dell'esame delle domande. Per porre rimedio a questo problema già lo scorso anno si era intervenuti con il raddoppio delle commissioni e delle loro relative sezioni e con la previsione della possibilità di sostenere il colloquio individualmente (salvo che il richiedente asilo voglia il colloquio collegiale), lasciando la sola decisione alla commissione.
Procedimento giurisdizionale Un aspetto rilevante nelle nuove disposizioni dal punto di vista pratico, invece, è il caso in cui venga proposto ricorso avverso la decisione della commissione. La materia è disciplinata dal Dlgs 1 settembre 2011 n. 150, che fissa in sei mesi dalla presentazione del ricorso il termine entro il quale il tribunale dovrà decidere e, quindi, concludere il procedimento. Lo stesso termine è stabilito per l'eventuale decisione in appello e in Cassazione. Ciò comporterà la fissazione delle udienze per la discussione del ricorso in tempi molto più ravvicinati di quanto accade attualmente (ove, in taluni casi, le prime udienze vengono fissate a oltre un anno dal ricorso) e consentirà di alleggerire il peso, soprattutto economico, dell'accoglienza dei numerosissimi richiedenti asilo che hanno impugnato le decisioni delle commissioni. Il tasso di concessione della protezione internazionale o umanitaria da parte delle commissioni, infatti, non è elevatissimo, ma la gran parte di chi ottiene una decisione negativa presenta ricorso al tribunale e conserva il diritto a soggiornare in Italia e a rimanere in accoglienza in uno dei centri allestiti dal Governo. Termini rigorosi sono stati fissati anche per la decisione sulla sospensione del provvedimento impugnato (5 giorni), quando essa non sia automatica nei casi previsti dalla stessa legge. Altra novità interessante è la previsione che l'autorità giurisdizionale dovrà valutare il ricorso sulla base degli elementi esistenti al momento della decisione, vale a dire alla luce della situazione concreta nel Paese di origine del richiedente, essendo possibile che talune forme di persecuzione o di crisi siano venute meno rispetto al momento in cui la domanda di asilo è stata presentata. A questo punto, dunque, l'unico aspetto che rimarrebbe da migliorare è quello della preparazione dei giudici chiamati a decidere sulle istanze dei richiedenti asilo. Si, perché se è vero che iura novit curia, in questa materia non si tratta di interpretare e applicare disposizioni di legge, ma si tratta di conoscere la situazione geopolitica dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo e certamente i giudici non sono preparati da questo punto di vista. Astenendosi, in questa sede, dal formulare ironiche critiche a talune sentenze emanate in materia, l'auspicio è che al di fuori di quanto legislativamente previsto si possa favorire una sorta di "specializzazione" dei magistrati assegnatari dei ricorsi e realizzare un sistema di formazione permanente così come avviene per i componenti delle commissioni territoriali - sugli equilibri politici, economici e ambientali che si vanno determinando nelle parti del mondo da cui i richiedenti provengono.
Cancelli calcio e licenziamenti, quando la Chiesa predica bene e razzola male!
“Al centro sempre la persona, non il Dio denaro”. Papa Francesco riafferma la necessità di “un uso solidale e sociale del denaro, nello stile della vera cooperativa, dove non comanda il capitale sugli uomini, ma gli uomini sul capitale”. Parole pronunciate nell'udienza dell'11 settembre scorso.
“Far crescere l'economia dell'onestà. A voi è chiesto non solo di essere onesti - questo è normale - ma di diffondere e radicare l'onestà in tutto l'ambiente. Perchè nascano imprese che diano occupazione”. Queste le parole del Pontefice così come riportate dal quotidiano Repubblica.
Come il cacio sui maccheroni, verrebbe da dire. Parole illuminanti, forse, per il vescovo di Bologna che si dovrebbe trovare per le mani un discreto dilemma morale da sciogliere. Perché ereditare il 60% della FAAC alla morte del patron-fondatore forse non è stato una bene per la curia bolognese.
Torniamo indietro: la FAAC, multinazionale dei cancelli automatici di Zola Predosa (BO) con 18 sedi, 32 filiali nel mondo e 1910 dipendenti, è diventata al cento per cento di proprietà dell’arcidiocesi di Bologna guidata dal cardinale Carlo Caffarra. Martedì 6 maggio 2015 è stato firmato il contratto che sancisce il divorzio consensuale con i soci di minoranza francesi di Somfy che avevano il 34% delle azioni dell’azienda. La curia bolognese era entrata in possesso del 66% in qualità di erede universale di Michelangelo Manini, il proprietario scomparso a febbraio 2013.
Si disse che era un bel successo, mantenere una storica azienda bolognese interamente in mani bolognesi. L’azienda ha chiuso il 2014 con un 330 milioni di ricavi. Un'azienda sana, con clienti e ordinativi che ha già staccato dividendi alla Curia bolognese per la bellezza di 38 milioni di euro. Tutto bene?! Non proprio.
Il Bologna, tornato in Serie A con grandi aspettative, ha trovato uno sponsor curioso: sulle maglie della formazione emiliana c'è il logo dell’azienda della Curia. Il 20 agosto 2015 è stato presentato l'accordo tra il colosso dei cancelli automatici da 1,7 miliardi e il Bologna calcio. Tutti i giornali locali in quei giorni hanno sottolineato il primo impegno della Chiesa come sponsor di una società di calcio.
Ma non sono passati che pochi giorni e l'arcivescovo Caffarra è dovuto intervenire precisando che: "la sponsorizzazione di una società di calcio da parte della Faac è una decisione che attiene a legittime e autonome scelte di marketing aziendale, sulle quali la proprietà, l'Arcidiocesi di Bologna, non intende intervenire. Come è noto, la pubblicità aziendale è un atto concordato e definito contrattualmente tra le parti interessate ed è assunto nell'ambito delle specifiche competenze dei rispettivi management. L'Arcidiocesi pertanto è completamente estranea alla predetta operazione."
Strani intrecci, forse un pasticciaccio ma niente di grave. Ancora. Poi esplode la questione dei 50 licenziamenti nella sede bergamasca della FAAC, determinata dalla scelta di chiudere l'unità produttiva di Grassobbio (BG) per delocalizzare all'estero, in Bulgaria. La vicenda viene denunciata da Matteo Salvini alla Bèrghem Fest di Alzano Lombardo e apriti cielo, scoppia il pandemonio!
Il cardinal Carraffa interviene di nuovo, con grande risalto sulle pagine de L'Eco di Bergamo, quotidiano per pura coincidenza della curia bergamasca. Quindi si scopre che "la proprietà è in mano ad un Trust" e "la decisione di chiudere il plant produttivo di Bergamo fu deliberata nel 2011 dallo stesso imprenditore Manini".
Insomma, la Curia bolognese ha speso dei soldi per prendersi il 100% della proprietà della FAAC ma non sa nulla di come questa venga gestita. E se qualcuno ha ancora dei dubbi, la colpa è comunque del benefattore. Morto!
Citando testualmente il comunicato: "l’Arcidiocesi ha costituito il 27 maggio 2015 il Trust Faac, nominando tre trustee divenuti titolari della nuda proprietà delle azioni a cui sono state affidate linee di comportamento irrevocabili, tra cui l’indicazione che il Cda e Top management ne determinino strategia e quotidiana gestione dell’azienda."
Cerchiamo di capire meglio come funziona il sistema degno di Ponzio Pilato, duemila anni dopo: "oggi l’Arcidiocesi non è azionista di Faac, essendosene giuridicamente spossessata attraverso il Trust Faac, né gestore, né implementatore di strategie aziendali, ma solo usufruttuaria e percepiente di eventuali dividendi. In tal senso, la scelta dell’Arcidiocesi, con la creazione del Trust, le cui caratteristiche si ricorda essere irrevocabili, è quella di non svolgere alcun ruolo nella gestione dell’impresa. Si ribadisce che, tra le indicazioni irrevocabili del Trust Faac, l’Arcidiocesi ha conferito la nuda proprietà delle azioni ed il diritto di voto allo stesso."
Ora, al di là delle differenti tesi sostenute dalla stessa Curia bolognese a distanza di poche settimane su vicende relative alla FAAC, resta l'amaro in bocca per una Chiesa che con la logica della finanza più spregiudicata pensa ai dividendi spossessandosi di ogni responsabilità per la gestione. Il cardinale non ha letto con attenzione l'ultima enciclica di Papa Francesco, evidentemente...
Nessuno vuole una Chiesa in miseria, per carità, ma citando Ermanno Olmi (Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù) basterebbe una Chiesa povera, ovvero provvista di quanto necessario per svolgere i propri compiti, spirituali e sociali, con frugalità e modestia.
Chissà quante opere di bene con i dividendi FAAC avrà intenzione di fare l'arcivescovo Carraffa. Ma intanto domandiamoci, per un istante, se cancelli quotidiani e squadre di calcio siano davvero necessari per la missione della Chiesa di Cristo sulla Terra. Oppure se non sarebbe più facile essere coerenti al proprio Vangelo, evitando, almeno, di giocare alla finanza di impresa.
Aveva detto il vescovo Carraffa ricevendo la generosa donazione nel 2013: "non vendo. Sono io la garanzia del vostro futuro, finisse in mano ai francesi l’azienda verrebbe immediatamente trasferita e ci troveremmo altri disoccupati. E io non creo disoccupati". Miglior tacer...
entra in Smart ed esce con l’Airbus... chi è?
Un nuovo aereo per il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Con un costo - poco austero - di 200 milioni di dollari per acquistare (in leasing) un Airbus330. Il vantaggio? Dalle parti di Palazzo Chigi dicono per non fare più scali nei viaggi lunghi, ma i dettagli sono altri.
Per intenderci l’Airbus A330 è quello che normalmente collega Milano a New York per Alitalia o Delta Airlines, così vi fate un’idea della grandezza: nell’uso civile contiene almeno 300 passeggeri! Ma nel caso di Renzi non ospiterà tanti viaggiatori perché dovrà trovare spazio per aree di lavoro, sale riunioni, salottini dove ricevere ospiti e giornalisti ma soprattutto una camera matrimoniale con bagno a disposizione di Renzi e signora. Nessuna indiscrezione se sia il lettone di Putin, ma un trattamento degno di Obama!
Sono finiti i tempi in cui ci dovevamo vergognare perché ce l’abbiamo più piccolo (l’aereo) della Merkel e di Hollande, non sia quell’italietta. Alàlàlà a noi! Curiosa però la circostanza che il misero e tapino Letta, nella sua breve permanenza a Palazzo Chigi, avesse ipotizzato di vendere buona parte dello stormo di aerei necessari per garantire i voli di Stato e ricavarne 50 milioni di euro da destinare alla flotta di Canadair anti-incendio della Protezione Civile. Ovviamente i questo impegno non se ne è fatto più nulla.
Ovviamente questa è una cronaca faziosa delle gesta del nostro ciccio bombo cannoniere, perché sicuramente questa spesa viene a fronte di cospicui risparmi ed economie nella gestione della Presidenza del Consiglio dei Ministri: a fronte di tanti sacrifici, gli concederete qualche lusso povero Renzi? Come no. Infatti nel suo primo anno di mandato non elettivo da Presidente del Consiglio Matteo Renzi è riuscito ad aumentare la spesa complessiva di Palazzo Chigi da 3,5 miliardi di euro a 3,6 miliardi di euro. Volendo fare i mezze maniche esattamente 139 milioni 500 mila euro in più del suo predecessore.
Non volendo giocare con le slide come il nostro è corretto precisare che quasi due terzi del bilancio della Presidenza del Consiglio dei Ministri va imputato al Dipartimento di Protezione Civile. Con lo stesso puntiglio però va annotato che la somma complessiva destinata alle attività di protezione civile da Renzi è comunque inferiore a quella dei suoi più recenti predecessori: Letta, Monti e Berlusconi.
Quindi alla fine i conti tornano e comunicazione e consulenze si pagano, o meglio le paghiamo noi! Qualcuno si ricorderà la vacanza di Capodanno a Courmayeur di Renzi e famiglio con tanto di viaggio su di un aereo Falcon 900 dell’Aeronautica Militare e pernottamento negli appartamenti di una caserma dell’Esercito? Per ragioni di sicurezza ci disse il nostro duce. E ci disse anche che pagò il soggiorno negli appartamenti della caserma, senza precisare quanto ovviamente. Anche perché, quanto costa una notte in un appartamento di rappresentanza in una caserma degli Alpini? Questioni di poca importanza.
Renzi ci ricordò, vibratamente scimmiottando il tono del vecchio Napolitano quando gli giravano, che ci sono delle regole per la sua sicurezza che deve rispettare. Infatti l’anno prima lo sfigato Letta andava a farsi le vacanze di Capodanno con la famiglia su un normalissimo volo di linea con tanto di auto a noleggio per scorrazzare in Slovenia. Si capisce che non era un ganzo come Renzi...
Tutto bene, al solito direbbe qualcuno, se non fosse che l’esimio varcò le soglie di Palazzo Chigi, per sloggiare lo sfigato appunto, alla guida di una Smart. Osannato da giornali e TV come un grande innovatore, giovane brillante e dinamico che rompeva gli schemi delle regole e rinunciava alle auto blu.
L’evoluzione della specie, dall’auto blu all’aereo blu...
nel business dell’accoglienza la trasparenza sta a zero...
La mattina mi sveglio mediamente presto. Brutta abitudine. Lo faccio per leggere i giornali. Pessima abitudine. Praticamente mi alzo tutte le mattine che sono già di pessimo umore.
Stamattina apoteosi: dalla lettura dei quotidiani bergamaschi, L’Eco di Bergamo (edito de facto dalla Curia) e l’edizione orobica del Corriere della Sera (che non serve specifichi chi ne sia l’editore...), scopro che nell’ordine:
16 clandestini tra i 100 soggiornanti in alberghi dell’amena località di Lizzola BG sono stati abbandonati al loro destino. Hanno litigato tra loro per un cellulare, è finita in rissa e quindi sono usciti dal programma di accoglienza. Ergo ora sono a spasso: lascio ai lettori ogni commento;
in un’altra località, parimenti sfigata ma un pò meno amena, il Sindaco, dopo aver accolto a braccia aperte i siriani sub-sahariani, si è inalberato: ha scoperto che dovevano esserci 90 pseudo profughi in una struttura della Curia di Bergamo del suo paese e invece sono ben 126. Insomma hanno barato. Chi non si sa: o il Prefetto o la Curia o la Caritas che si occupa dei clienti della Invasione SpA oppure la cooperativa cui Caritas ha subappaltato la gestione quotidiana. Lo scopriremo?
l’Associazione Nazionale Costruttori Edili di Bergamo sta contattando tutti i propri associati per chiedere loro se hanno degli appartamenti sfitti da tempo da affittare alle cooperative che generosamente aiutano questi diseredati. Tutto questo pare su richiesta del Prefetto e da un’idea - a dir poco geniale! - del Sindaco di Bergamo, Giorgio Gori più noto come direttore di Canale5 e fondatore di Magnolia. L’ideona sarebbe destinare 300 euro cadauno, dei quasi 1000 assegnati mensilmente dallo Stato alla Prefettura per la loro cura, all’affitto nei locali messi a disposizione da questi generosi immobiliaristi. Eureka! Aggiungi un posto a tavola, che ci mangia qualcuno in più!
All’inizio gli ospiti/clienti di sua Eccellenza il Prefetto di Bergamo andavano ospitati in strutture pubbliche. Siccome fin da subito non se ne trovavano abbastanza, anche in strutture legate al mondo del terzo settore e quindi della Curia bergamasca. Ma siccome neanche queste bastavano più anche in strutture turistico ricettive che si offrivano volontariamente. Ora, siccome nessuna soluzione tentata è sufficiente a vincere la diffidenza bergamasca e a gestire i numeri che vengono mandati con le corriere dai centri di prima accoglienza, anche direttamente ai privati.
Ma in tutto questo, se è vero che a ciascun cliente lo Stato garantisce una diaria di 35 euro, di cui 2,5 per le piccole spese personali e la restante parte a favore di chi se ne fa carico, calcolatrice alla mano ci vuole poco a capire che ogni 1000 clienti si fatturano quasi 12 milioni di euro!
Dato che i clienti quest’anno, secondo le stime del Viminale, potrebbe essere oltre 200mila, questo mare di denaro pubblico - buttiamo lì oltre 2 miliardi di euro - come viene gestito, Mafia Capitale a parte?
Ho provato a guardare sul sito della Prefettura di Bergamo e tutto quello che ho trovato sono questi tre bandi, 2014 e 2015:
2014: http://www.prefettura.it/bergamo/contenuti/153506.htm
gennaio 2015: http://www.prefettura.it/bergamo/contenuti/161749.htm
maggio 2015: http://www.prefettura.it/bergamo/contenuti/168589.htm
Oltre a questo appello generico a manifestare disponibilità, chiunque voi siate e qualunque cosa voi facciate:
http://www.prefettura.it/bergamo/contenuti/78400.htm
Canna del gas? Andiamo oltre...
Se dovessi limitarmi a guardare le disponibilità da questi bandi dovrei desumere che in bergamasca possono essere ospitati al massimo 259 pseudo profughi, così distribuiti:
Cooperativa sociale Rinnovamento ONLUS di Antegnate BG per 40 posti;
Associazione Diakona ONLUS di Bergamo per un numero non precisato di posti;
Cooperativa Sociale “Il Giglio del Campo” di Gorle BG per 7 posti, che ha dovuto rinunciare non essendo i posti dichiarati effettivamente disponibili dopo un accertamento della polizia locale di Gorle;
Sasna SRL di Valbondione BG per 45 posti;
Cooperativa impresa sociale Ruah ONLUS di Bergamo per 174 posti;
Invece risultano al 6 luglio scorso (http://www.bergamonews.it/cronaca/la-mappa-dei-profughi-provincia-di-bergamo-sono-previsti-nuovi-arrivi-205874) 647 clienti ospitati nella provincia orobica. Mi domando, come è possibile se i bandi parlano della metà dei posti? Come sono regolati questi contratti? Tutto questo denaro come viene utilizzato e rendicontato? E i controlli da chi e come vengono effettuati?
Perché la Sasna SRL, di proprietà dell’ex-parlamentare dell’Italia dei Valori Sergio Piffari, risulta essersi aggiudicata 45 posti quando nella sola Lizzola, frazione di Valbondione BG, dove secondo le stesse fonti ce ne sono almeno il doppio? Come è possibile che lo stesso soggetto, la Sasna SRL, ne ospitasse altri 57 a Rovetta BG, poi diminuiti fino a una trentina in seguito alle manifestazioni di piazza dei cittadini e poi tutti quanti sgomberati dopo la dura presa di posizione del Sindaco che ha mandato i Vigili del Fuoco ad accertare che non vi erano le minime condizioni di sicurezza?
A quando un’operazione trasparenza sulla gestione della Invasione SpA nella bergamasca? Non credo che sia una richiesta lunare, dovrebbe essere il minimo. A prescindere dell’idea che si ha dell’immigrazione, del diritto di cittadinanza e di come lo Stato stia gestendo questa emergenza perenne. Aspetto, senza restare in silenzio...
«Ogni barcone per noi vale mezzo milione. Poi io da Roma smistavo migranti al Nord»
Quando è sbarcato a Porto Empedocle, «tra il 2006 e il 2007», ha chiesto e ottenuto asilo politico come profugo di guerra. Poco dopo l’hanno arrestato per «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina», è stato processato e condannato, ha scontato la pena ed è tornato libero. Con la possibilità di restare in Italia grazie allo status di rifugiato. «Ho lavorato al Patronato per l’accompagnamento dei clandestini e il ricongiungimento familiare», racconta ora; in pratica, sfruttando le garanzie offerte dalla protezione internazionale, ha ripreso a collaborare con i trafficanti di uomini. Fino al 30 giugno 2014, quando è finito nuovamente in carcere nell’operazione di polizia «Glauco 1».
Dopo quasi un anno di galera, il 21 aprile scorso, all’indomani della strage in mare di oltre 800 migranti e della nuova retata chiamata «Glauco 2», Nuredin Atta Wehabrebi, cittadino eritreo di trent’anni, ha chiamato gli inquirenti per collaborare con la giustizia italiana: «Posso rendere dichiarazioni che riguardano il traffico di esseri umani per l’immigrazione clandestina; io facevo parte di un’associazione dedita a questo tipo di reato».
Da allora Wehabrebi ha riempito decine di pagine di verbali davanti ai pubblici ministeri di Palermo Calogero Ferrara e Claudio Camilleri, e ai poliziotti della Squadra mobile e del Servizio centrale operativo. A palazzo di giustizia lo chiamano «il Buscetta del traffico di migranti»; gran parte delle sue dichiarazioni sono ancora top secret in attesa di nuovi sviluppi giudiziari, ma già nei verbali depositati al processo «Glauco 1» sono descritti molti particolari sulla gestione dell’immigrazione irregolare.
«Io sono arrivato in Libia a tredici anni — racconta il “pentito” —, lì sono cresciuto e ho imparato l’arabo andando a scuola... Abitavo nello stesso edificio con Abduzarak, mentre Ermias abitava lì vicino». Sono i nomi di due trafficanti che organizzano le spedizioni da Tripoli, compresa quella che si è conclusa con il naufragio al largo di Lampedusa dell’ottobre 2013, con oltre trecento morti; a pianificare il viaggio, secondo le accuse, fu Ermias. «Ho conosciuto molti libici — prosegue Wehabrebi — e ho cominciato a operare nell’organizzazione dapprima come gestore di un bar dove ricevevo le persone che volevano andare in Italia. Lì prendevo i soldi e li ridistribuivo ai trafficanti. Sono partito per l’Italia perché avevo problemi con la polizia libica che chiedeva sempre soldi per farsi corrompere, e io non ho pagato per il mio viaggio in quanto facevo parte dell’organizzazione».
Dopo il primo arresto e il carcere, il «pentito» ha ripreso i contatti con i trafficanti e s’è trasferito a Roma, per gestire lo smistamento dei clandestini dall’Italia verso le destinazioni finali: «Durante la mia permanenza a Roma mi sono occupato di portare personalmente dei migranti in Germania, nella città di Monaco, e per ognuno ho percepito la somma di 800 euro. Preciso che dalla mia attività io guadagnavo circa 4.000 euro al mese... Venivo contattato sempre da Mohamed Sahli (un presunto complice sotto processo, ndr ) che prendeva 250 euro per ciascuna persona che riusciva a fare arrivare a Roma da me». Dalla capitale Wehabrebi si occupava della prosecuzione dell’itinerario: «Ero io a decidere le modalità del viaggio, se in bus oppure in treno o in macchina... Ho fatto viaggi per trasportare i migranti con furgoni o in auto praticamente in tutta Europa (Germania, Olanda, Svezia, Norvegia, Finlandia e altri Paesi) ma non sono mai stato fermato dalla polizia».
Tramite l’attività al Patronato, Wehabrebi s’è occupato dei ricongiungimenti familiari, attraverso la contraffazione dei certificati dello stato di famiglia e di residenza: «Ho visto numerosi di questi certificati falsi, e per molti di essi ho curato personalmente la trasmissione alla Prefettura di Agrigento». Prima di sbarcare in Italia i migranti arrivano in Libia per la maggior parte dal Sudan, e al confine vengono presi in consegna dagli uomini di Ermias e di altri trafficanti, che li radunano nei capannoni in attesa della partenza verso le nostre coste. Secondo Wehabrebi, ogni carico frutta all’organizzazione circa 500.000 euro.
«Quando si raggiunge un grande numero (di migranti, ndr ) viene reperita l’imbarcazione che arriva dall’Egitto o dalla Tunisia, e resta in mare perché la polizia libica non fa controlli in quanto corrotta. Molti dei gommoni arrivano dalla Tunisia, vengono gonfiati nelle spiagge libiche e da lì messi in mare... Ho deciso di collaborare perché ci sono stati troppi morti. Anzi, i morti di cui si viene a conoscenza sono una minima parte, tant’è che in Eritrea otto famiglie su dieci hanno avuto delle vittime dovute ai viaggi di migranti».
dal Corriere della Sera del 5 luglio 2015
Zaia: «Il Veneto sta per esplodere Non c’è posto per altri arrivi» dal Corriere della Sera del 07/06/15
«Quanti sono? Beh, appena tremila, cosa vuoi che sia». All’inizio la butta sull’ironia. «Ormai facciamo come i pescatori. Guardiamo la luna, la marea, e sappiamo che arrivano i migranti, con il Viminale che si rimette a far di conto per modificare le sue mitiche quote regionali». Ma più va avanti a parlare, più a Luca Zaia, il governatore più votato e riconfermato d’Italia, gli parte l’arrabbiatura, che il codice deontologico impedisce di chiamare con il suo vero nome. «Siamo alla follia, con un governo inadeguato che sui documenti ufficiali ci invita a gestire “la fase acuta” dell’immigrazione. Quando invece sappiamo tutti che non è acuta, è cronica».
Presidente, quindi cosa facciamo?
«Per prima cosa smettiamola con l’illusione di poter sopportare e gestire un esodo biblico».
Detto questo, li lasciamo a morire in mezzo al mare?
«Qui mi arrabbio, ma tanto. Non ci sto a passare per meschino a causa di un governo che si è fatto bidonare in ogni modo dalla comunità internazionale. Le vite umane si salvano, senza se e senza ma, non si discute».
Il passo seguente non dovrebbe essere quello di trovargli un tetto?
«Fino a quando è possibile farlo. In Veneto abbiamo 514 mila immigrati regolari, pari a quasi l’undici per cento della popolazione. Di questi, 42 mila non hanno un lavoro. Insieme a Emilia Romagna e Lombardia siamo i più accoglienti. Basta».
Anche voi avete detto sì al sistema delle quote…
«Questo lo dice Alfano, sapendo di mentire. Già durante l’emergenza della primavera del 2011 fui l’unico che si rifiutò. E non ho cambiato idea. Infatti in Veneto la gestione venne affidata ai prefetti. Lo scorso 14 luglio alla conferenza delle Regioni abbiamo anche messo nero su bianco il nostro dissenso».
E poi cosa è successo?
«Eravamo uno contro tutti. Per non bloccare l’intero provvedimento, obtorto collo abbiamo fatto un patto tra gentiluomini. Ma vedo che il governo e Alfano continuano nella loro azione violenta nei nostri confronti».
Non le sembra di esagerare?
«Il Veneto è una bomba che sta per scoppiare. Non si fidano del governatore, che è un bieco leghista? Ascoltino i prefetti convinti che non ci siano spazi per l’accoglienza, ascoltino i sindaci di sinistra che si sono dimessi per protesta».
Lei è davvero preoccupato?
«C’è una tensione sociale pazzesca. Lasciamo stare il dato economico, nella regione più turistica d’Italia che da quel settore tira fuori 17 miliardi di fatturato. Ma la gente sta capendo cosa c’è dietro alla mancanza di chiarezza del governo».
Lo dice anche a noi?
«Lo stesso Alfano, presenti me e Sergio Chiamparino, ha detto che solo un nuovo immigrato su tre ha lo status di rifugiato. Gli altri, una maggioranza abbondante, non lo sono. Per stabilirlo servono indagini e tempo. Quindi oggi io sono obbligato a dare casa un migrante. Ma tra un anno arriva il Viminale a dirmi che quello non è un profugo».
A quel punto?
«Non lo so. Aspetto che qualcuno me lo dica. Ma Alfano non lo farà. Perché tutta questa costruzione si basa su una truffa evidente».
Dove sarebbe l’inganno?
«L’ospitalità diffusa non è altro che un invito alla dispersione sul territorio. Lo sanno tutti, i migranti per primi. Solo gli ipocriti possono pensare che tendopoli improvvisate o caserme dismesse da trent’anni e inabitabili per ogni essere umano, possano essere una soluzione idonea».
Governo bocciato?
«E senza esami di riparazione. Sull’immigrazione fa una politica da struzzo che unisce ipocrisia e folli annunci trionfali. È come accendere un fiammifero in una polveriera, sperando che non salti per aria. Difficile».
Siamo alle solite: quali alternative?
«Centri di prima accoglienza gestiti in loco dalla comunità internazionale, la stessa che in Libia ha combinato quel casino. Tocca all’Europa mettere d’accordo le varie fazioni».
Una passeggiata…
«Io sono anche convinto che affondare i barconi degli scafisti, vuoti, ormeggiati nei porti, sia una priorità. Ma vede, io sono il presidente del Veneto. Non spetta a me trovare una soluzione. Toccherebbe alla comunità internazionale, che ritengo la prima colpevole, perché ha gettato addosso a un governo succube la gestione di un problema insostenibile».
Lei invece cosa può fare?
«Dare l’allarme per la situazione che stiamo vivendo sul nostro territorio. E poi, da italiano, sottolineare la debolezza estrema che sta dimostrando questo governo. Le quote sul territorio sono soltanto un modo per nascondere la cenere sotto al tappeto. Ma prima o poi va a finire che brucia l’intera casa».
«Madrid ci proponga un accordo E consenta ai catalani di votarlo» dal Corriere della Sera del 07/06/15
«Ecco la mia proposta», dice il presidente catalano Artur Mas. «Se Madrid vuole trattenere Barcellona, se vuole che la Catalogna rimanga dentro la Spagna, ci offra qualcosa di buono e da parte mia ci sarà un’unica condizione: non faccia firmare a me una carta nel palazzo della Moncloa, ma chiami i catalani alle urne con un referendum e siano i cittadini ad accettare o meno il tipo di rapporto che dev’esserci tra Madrid e Barcellona».
Altrimenti?
«Altrimenti la dichiarazione unilaterale di indipendenza è sempre lì, chiusa nell’ultima busta dell’ultimo cassetto della mia scrivania. Non vorrei usarla, non vorrei arrivare allo strappo, preferirei un percorso civile e democratico come quello scozzese, ma se non ci saranno altre possibilità, quella busta è lì, che aspetta».
Alla vigilia della finale Barça-Juve, Mas era a Milano. Dopo aver inaugurato uno stand catalano davanti al Palazzo dei Giureconsulti nel Fuori Expo, il President è venuto in via Solferino, al Corriere della Sera , per una tavola rotonda con i giornalisti.
«In Italia si tende ad assimilare il nostro indipendentismo a movimenti come quello della Lega Nord, è un errore. Anche per noi i temi economico e fiscale sono importanti, ma non c’è nessun italiano che si sveglia la mattina pensando che la sua lingua e la sua identità siano in pericolo. Noi sì».
Per difendere questa cultura, la separazione dalla Spagna è l’unica via?
«Potrebbe esserci anche quella degli Stati Uniti d’Europa. La Catalogna si troverebbe bene nei panni del Massachusetts in un’Europa delle nazioni che superi quella degli Stati tradizionali. Per trent’anni i catalani hanno offerto voti ai governi spagnoli in cambio di autonomia. Chi aveva bisogno di noi concedeva qualcosa, chi invece poteva fare a meno dei nostri voti si riprendeva indietro tutto».
Sta dicendo che in trent’anni la vostra autonomia non è cresciuta?
«Certo che è aumentata, ci mancherebbe. Dovremmo essere ancora come alla morte di Franco nel 1975? Il problema è che oggi non basta più. Non sono io a dirlo, ma i due terzi del Parlament catalano eletto nel 2012, il 95% dei Municipi e quel milione e mezzo di persone che da tre anni ogni 11 settembre riempiono le strade di Catalogna per rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Tanti quanti a Parigi hanno commosso il mondo sfilando per Charlie Hebdo».
Uno degli argomenti usati da Madrid è che il referendum separatista va contro la Costituzione approvata nel 1977 dagli stessi catalani.
«Alle nostre richieste politiche lo Stato spagnolo dà una risposta giudiziaria. Io, ad esempio, ho pendenti quattro denunce. In sostanza la Spagna dice: non c’è niente da discutere, ti faremo commissariare, ti manderemo in prigione. L’incomunicabilità è tale che ora vogliono una legge per punire chi fischia l’inno nazionale. Si sorprendono che in uno stadio pieno di baschi e catalani si fischi l’inno. Si sorprendono».
Quale Stato direbbe: andate pure?
«Dovrebbe negoziare. Ad esempio: via libera al referendum in Catalogna, ma, se vince la secessione, per un certo numero di anni, Barcellona dovrà apportare alle casse spagnole una percentuale di Pil. Perfetto, firmiamo».
La prossima sfida è al voto regionale del 27 settembre.
«Non saranno elezioni qualunque, ma plebiscitarie. Il dibattito è tra sovranisti e centralisti. Ci conteremo e se, per l’ennesima volta, prevarranno gli indipendentisti, andremo avanti e in 18 mesi scriveremo una nostra Costituzione».
Dopo la vittoria di liste collegate a Podemos nei Comuni di Madrid, Barcellona e Valencia, gli equilibri politici spagnoli stanno cambiando. Non vi converrebbe aspettare a votare dopo le elezioni generali di novembre in modo da poter discutere con un governo diverso?
«Un nostro grande scrittore — Josep Pla, ndr — diceva: non c’è niente di più simile a uno spagnolo di destra che uno spagnolo di sinistra. Quando si tratta di Catalogna».
Podemos ha vinto spostando l’agenda dal separatismo al malessere sociale. Lei non ha nulla da rimproverarsi?
«Di errori ne abbiamo fatti molti, ma io temo che questi nuovi movimenti possano compromettere i risultati economici raggiunti. A Barcellona, ad esempio, la nuova sindaca Ada Colau sembra dichiarare guerra al turismo e ai convegni internazionali. Sarebbe tragico. C’è bisogno che la gente capisca che il voto ha delle conseguenze».
Senza offesa, sembra di sentir il premier Mariano Rajoy: dateci ancora fiducia, l’austerity ha funzionato.
«Macché. Rajoy dice che la crisi è passata mentre per me lo sarà solo quando avremo riassorbito la disoccupazione. E poi il premier spagnolo ha tutti gli strumenti per fare una sua politica economica e può essere giudicato su questa. Noi no, a noi quegli strumenti sono proibiti».
immigrazione uguale mafia, chi predica accoglienza a tutti i costi è un mafioso. Questa la mia lettera pubblicata su l'Eco di Bergamo il 13 maggio 2015: Gentile direttore, le scrivo queste righe con preghiera di pubblicazione per contribuire, nel mio piccolo, al dibattito, un pò ipocrita me lo permetta, che tiene banco anche sulle colonne del suo giornale. Grazie per l'attenzione, buon lavoro. L'elemosina è un valore umano universale diffuso in tantissime culture e religioni in tutto il mondo. L'elemosina è un imperativo morale per la persona che sta bene, nel senso che non ha la preoccupazione immediata del proprio futuro economico, nei confronti di chi è meno fortunato e non trova il proprio spazio in una società complessa che sviluppandosi ha perso tante protezioni comunitarie per i più deboli. La radice greca della parola elemosina deriva dal sentimento di compassione ed è proprio questa sensazione che anima in me il gesto dell'elemosina. Francamente, bergamasco di nascita e leghista d'adozione, all'elemosina non mi sottraggo mai, per precetto morale più che religioso. La compassione però diventa rabbia quando, con la moneta tra le dita, ti accorgi che la mano stesa davanti a te non è quella di un uomo solo, con i propri bisogni e le proprie miserie, ma è quella di un'organizzazione, di un racket che intende speculare sui tuoi valori per arricchirsi. Succede spesso, con i bambini controllati a vista dai loro genitori carcerieri, sulla metropolitana o ai semafori con i casi umani sempre più compassionevoli e improbabili - stupire sempre, secondo le regole del marketing e della TV! - al parcheggio affollato vicino all'ospedale o alla biglietteria automatica in stazione. Allora la mia elemosina, gesto cristiano, musulmano, buddhista ma soprattutto umano, non è più tale: diventa solo un gesto economico, non morale, per arricchire e foraggiare un organizzazione e un racket, fatto di sfruttamento, di dolore, di violenza, di sopraffazione e di illegalità. La mia compassione diventa rabbia, la mia mano si chiude e diventa un pugno che vorrei sferrare sulla faccia di chi guida queste organizzazioni nell'indifferenza delle autorità e della società. Allo stesso modo per i clandestini, che i giornali si ostinano a chiamare profughi anche se meno del 10% di loro ne ottiene lo status secondo le convenzioni internazionali. La differenza tra l'uomo, singolo con la propria storia, e l'organizzazione, sistema e racket, che lo porta fino a qui - organizzazioni criminali, mafiose e anche terroristiche - e qui lo gestisce - le cooperative sociali di Mafia Capitale - è abissale. L'unica soluzione per fermare questo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è bloccare il traffico di esseri umani, impedire che partano dall'Africa e risolvere i problemi sull'altra sponda, la quarta nella retorica mediterranea che è presente ancora oggi nelle nostre istituzioni. Tutte le altre opzioni, nonostante le belle parole sull'emigrazione dei bergamaschi nella storia anche recente e la solidarietà cristiana che ci guida, paradossalmente non fanno che incentivare il business. Purtroppo non ci sono vie di mezzo: una volta compreso che dietro ogni disperato c'è la mafia resta solo una decisione da prendere, o siamo con lei o siamo contro di lei. Personalmente non ho dubbi.
L’han giurato gli ho visti in Pontida convenuti dal monte e dal piano. L’han giurato e si strinser la mano cittadini di venti città Oh spettacol di gioia! I Lombardi son concordi, serrati a una Lega. Lo straniero al pennon ch’ella spiega col suo sangue la tinta darà...
(prima strofa de “Il Giuramento di Pontida” di Giovanni Berchet)
Il 7 aprile 1167 la storia e la leggenda vogliono che i rappresentanti di 20 città lombarde, nell'accezione medievale di longobarde quindi del Nord Italia se fosse una notizia da tiggì della sera, si riunirono a Pontida dove ora sorge un'abbazia per siglare un patto politico contro l'imperatore del Sacro Romano Impero, Federico Barbarossa.
Questi comuni, liberi rispetto al sistema dei signori feudali invalso in quel periodo in tutta Europa, avevano alle loro spalle il Papa Alessandro I determinato a difendere il proprio potere temporale minato dal rafforzamento dell'imperatore che non voleva più essere solo tedesco. Di lì a poco, dopo l'assedio fallito di Alessandria da parte degli imperiali queste 20 città riunite nella Lega Lombarda, insieme a molti altri comuni, affronteranno in campo aperto a Legnano l'imperatore sconfiggendolo sonoramente e obbligandolo al ritorno in Germania.
L'attualità di questa vicenda non riguarda né la Merkel né il sangue straniero che darà il colore alla bandiera della Lega, la croce rossa in campo bianco già in uso nelle prime tre crociate dai lombardi. Nei secoli XI e XII si verifica in Padania un fenomeno unico a livello europeo, di cui purtroppo la ricostruzione storica risorgimentale ci lascia un vago accenno: come neanche nelle fiere della Champagne o nelle città delle Fiandre, proprio qui si ha una rinascita politica ed economica inattesa.
Inizia infatti un ciclo e un modello economico che attraverserà i secoli, nonostante la guerra è la peste, che durerà fino al Rinascimento. Periodo che coinciderà con la fine del peso politico europeo dell'Italia, allora intesa fino a Firenze e Roma. Periodo questo che inizia con un miracolo economico che porta all'inurbamento di migliaia di persone, al crollo dei sistemi feudali basati sulla servitù della gleba e al riavvio dei commerci europei e mediterranei, di cui Venezia e Genova per secoli otterranno i maggiori dividendi.
Pensate che le cinte murarie dei secoli XV e XVI non saranno più riempite di abitazioni fino alla prima metà dell'Ottocento. Pensate che la diffusione della moneta, delle tratte bancarie e dell'uso della finanza per l'industria e il commercio avranno origine proprio in questi anni e in queste città. Pensate, da ultimo, che il centro del Mondo occidentale si sposterà da Bisanzio, prima Costantinopoli e oggi Istanbul, alla fertile pianura padana.
Miracolo economico, quello Lombardo che segue l'anno Mille e le Crociate, ma che non corrisponde fin da subito ad un adeguato peso politico nello scacchiere europeo. Una sorte di gigante economico e nano politico, di cui i potenti di allora, Impero e Papato, cercano di contendersi il dominio.Ecco svelata l'analogia con i giorni nostri.
Speriamo allora che la scelta del governo italiano di non impugnare la legge regionale lombarda per l'istituzione di un referendum sull'autonomia della Lombardia - proprio oggi - sia un buon segno sulla strada, fino ad oggi sfortunata, per riportare ancora una volta questo gigante economico ad avere il suo posto tra i popoli d'Europa. Ormai consapevoli che lavorare non basta per assicurare un futuro di benessere a chi verrà dopo di noi.
La Storia non si ripete, ma si somiglia...
Questo è un bellissimo scatto della Primavera di quest'anno a Tokyo, con i ciliegi in fiore. La fioritura primaverile per i giapponesi non è una faccenda di poco conto - nonostante il loro modello economico e sociale sia ancora più spinto allo sviluppo tecnologico e alla concorrenza tra le aziende e le persone del nostro, con ritmi frenetici in grado di far tremare i polsi a qualunque bauscia - rivestendo anche un ruolo importante nella cultura, non solo popolare, dei nipponici: l'hanami (letteralmente "ammirare i fiori") è la tradizionale usanza di godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi, in particolare di quella dei ciliegi da fiore giapponesi, i sakura.
A tale proposito si potrebbe citare una delle scene finali di un film holliwoodiano (molto bello) con Tom Cruise, "L'ultimo samurai".
Senza divagare troppo e con pragmatismo padano, torniamo nella nostra piccola Europa e riflettiamo quale è invece il nostro atteggiamento rispetto a tutte le festività e ricorrenze, religiose o laiche, legate ai cicli stagionali. Mentre in estremo oriente resiste la tradizione di contemplare i ciliegi in fiore (!!!), nella sagrestia del Mondo - l'Italia, quasi ci fosse bisogno di precisarlo - si fatica a preservare la ricorrenza del Natale, la più importante festa religiosa cristiana non solo cattolica, nelle scuole e più in generale negli spazi pubblici. Perché?
Mentre vi interrogate per qualche istante su questa domanda, pensate ai ragazzi kenioti, alle famiglie caldee nel califfato, ai cristiani cinesi o pakistani perseguitati. Forse non troverete una risposta al "perché" stiamo cancellando le manifestazioni dei nostri valori, ma riscoprirete il valore dei motivi per cui ancora oggi in tanti (troppi) sono disposti a correre il rischio di morire.
Non è un appello alla riscoperta della fede, che non ho - ve lo dico da laico, quasi agnostico - ma alla difesa di quel sistema di valori spirituali, comunque impregnato da quella fede, che regge la società libera aperta egualitaria e plurale di cui oggi godiamo.
Che peccato sarebbe se i ciliegi non fiorissero più tutti gli anni?
14 novembre 1974, Pasolini
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di srguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentati di un coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Stranieri, prova di lingua e di cultura locale per ottenere il ricongiungimento familiare (ma non in Italia, ovvio...)
di Marina Castellaneta - da http://www.quotidianodiritto.ilsole24ore.com
Prima del via libera al ricongiungimento familiare di un cittadino di un Paese terzo con il coniuge regolarmente residente in uno Stato Ue, le autorità nazionali possono prevedere misure di integrazione tra le quali una prova linguistica e di cultura del Paese di destinazione. Lo ha scritto l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Kokott, nelle conclusioni depositate il 19 marzo (causa C-153/14).
A Lussemburgo si sono rivolti i giudici olandesi a seguito del ricorso di due donne, una cittadina dell’Azerbaijan e una della Nigeria, che chiedevano il ricongiungimento con i due coniugi già soggiornanti legalmente nei Paesi Bassi. La legislazione olandese prevede che prima dell’ingresso le richiedenti effettuino una prova, ma le due donne avevano addotto problemi fisici e psichici che, però, le autorità nazionali non hanno ritenuto sufficienti per esonerarle. Nodo della questione è se le prove possano essere considerate come misure di integrazione ammissibili secondo l’articolo 7 della direttiva 2003/86 relativa al diritto al ricongiungimento familiare recepita in Italia con Dlgs n. 5/2007. L’Avvocato generale propende per questa soluzione e ritiene che le richieste olandesi possono essere considerate come misure di integrazione. Questo perché - scrive Kokott - la conoscenza linguistica elementare e una prova di cultura servono ad assicurare che una volta arrivate le donne possano integrarsi più facilmente.
Chiarito, quindi, che le misure sono ammissibili ai sensi della direttiva, l’Avvocato generale ha fissato alcuni paletti chiarendo che queste devono essere proporzionali e finalizzate allo scopo perseguito, senza mettere a repentaglio l’efficacia pratica della direttiva sul ricongiungimento. Di qui la necessità che gli Stati, i quali dispongono di un certo margine di discrezionalità, prevedano sempre un esame delle circostanze individuali, procedendo a un accertamento caso per caso con una valutazione della natura e della solidità dei vincoli familiari. Senza trascurare l’obbligo di considerare le condizioni di salute, le capacità cognitive, il livello di formazione dei richiedenti. Non convince, invece, l’Avvocato generale la decisione di imporre una tassa pari a 350 euro per sostenere l’esame. Un onere troppo elevato che ostacola il ricongiungimento.
elezioni comunali: via libera ai decreti per i comizi, ma la data delle elezioni è ancora incerta
di Alessandro Vitiello - tratto da http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com
I Prefetti possono adottare i decreti di convocazione dei comizi per le prossime elezioni amministrative, la cui data, tuttavia, è ancora incerta.
La disposizione ai rappresentanti del Governo nelle Province, infatti, è stata impartita con la circolare del dipartimento per gli Affari interni e territoriali del 24 marzo 2015 n. 9, ma il decreto di fissazione del turno elettorale, che molto probabilmente si svolgerà il 31 maggio in concomitanza con quello delle regionali (con eventuale ballottaggio per le elezione dei Sindaci domenica 14 giugno), a ieri non era stato ancora firmato dal ministro dell'Interno Angelino Alfano.
Ciò nonostante la circolare 9/2015 lo dia per già adottato da una settimana e precisamente il 19 marzo 2015. Dopo aver convocato i comizi, poi, i Prefetti dovranno inviare copia dei relativi decreti al Gabinetto del ministro, alla direzione centrale per gli Utg e le Autonomie locali e a quella dei Servizi elettorali. Con lo stesso provvedimento del 24 marzo, inoltre, il ministero dell'Interno ha invitato anche i Presidenti di Campania, Marche, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto ad adottare i decreti di convocazione dei comizi elettorali per il rinnovo dei Consigli regionali e dei Governatori, e poi a notificarli al Viminale. Fa eccezione la Liguria, Regione in cui i comizi elettorali sono convocati con decreto del Prefetto del Capoluogo, cioè di Genova.
L'election day. Domenica 31 maggio, quindi, volendo escludere colpi di scena, dovrebbero svolgersi sia le elezioni regionali, sia quelle amministrative. Trovare una data utile non è stato facile, tra festività religiose (Pasqua, Pentecoste) e civili (Festa del lavoro, anniversario della liberazione) e la necessità di approvare modifiche normative.
Per rendere possibile l'election day, infatti, il Consiglio dei ministri ha dovuto emettere il decreto legge 27/2015, che modificando il comma 1, secondo periodo, della legge 165/2004 n. 165 (sul quale era già intervenuta la legge 190/2014), ha stabilito che le elezioni regionali potranno avvenire nella domenica compresa nei sei giorni successivi ai 60 dalla scadenza del mandato (27 maggio) e cioè il 31 maggio. Giorno compatibile anche con le elezioni amministrative, che per legge devono svolgersi in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, e di conseguenza scelto dal ministro dell'Interno.
in Austria ogni profugo (vero) costa 19 euro/giorno, in Italia ogni clandestino che si dichiara profugo (tutti) 35 euro/giorno. Benvenuti nella Repubblica dei ciula!
L’Italia si conferma - ahinoi! - il paese del bengodi per chi arriva sui gommoni dall’Africa o il paese dei ciula, come si dice a Milano, per chi suo malgrado vi è nato.
Non lo dice qualche fantomatico blog, ma un autorevole quotidiano austriaco, il Kleine Zeitung che letteralmente vuol dire Piccolo Giornale, con sedi a Graz e Klagenfurt e 800 mila lettori sparsi tra Stiria, Carinzia e Tirolo orientale:
http://www.kleinezeitung.at/k/politik/3906057/AsylDebatte_Zimmer-fur-Fluchtlinge-verzweifelt-gesucht-
Leggiamo insieme alcuni passaggi di questo istruttivo articolo:
1) se il profugo viene ospitato in strutture dello Stato riceve 40 euro al mese, non al giorno, per tutte le proprie spese oltre vitto e alloggio; 2) se il profugo si “arrangia” nel trovarsi una sistemazione riceve 110 euro al mese per l’affitto oltre a 180 euro al mese per far fronte a tutte le altre spese. Se è minorenne solo 80 euro al mese per il vitto, oltre l’alloggio: in Austria i bambini evidentemente mangiano meno degli adulti; 3) se il profugo invece riceve ospitalità da strutture private, come ha scelto di fare lo Stato italiano che non è più in grado di ospitare decine di migliaia di clandestini, a chi decide di ospitare lo Stato garantisce una provvigione di 19 euro/giorno a profugo per far fronte alle spese di vitto e alloggio;
Quindi, facendo un rapido confronto con quanto avviene al di qua del Brennero, se un profugo ospitato in una comunità costa in Austria (19x30) + 80 = 650 euro al mese, lo stesso ospitato da una comunità italiana costa 35x30 = 1050 euro al mese. Quasi il doppio!
Ma d’altronde Mafia Capitale lo ha dimostrato ampiamente, l’immigrazione clandestina è l’ultima frontiera del business di malavita e approfittatori. La solidarietà dei furbi a spese dei ciula, che prima o poi di questo passo finiranno per diventare a loro volta profughi!
il potere per Oriana Fallaci
"forse perché non capisco il potere, il meccanismo per cui un uomo o una donna si sentono investiti o vengono investiti di comandare sugli altri e punirlo se non ubbidiscono. Sia che venga da un governo dispotivo che da un presidente eletto, da un generale assassino che da un leader amato, il potere io lo vedo come un fenomeno disumano e dispotico" (tratto dal libro di Oriana Fallaci "Intervista con la Storia")
ma te pensa, chi l'avrebbe mai detto: la questione settentrionale non si è dissolta!
Quasi quasi se ne erano tutti dimenticati, nel bordello (usato come sinonimo di casino) in cui Italia ed Europa sono scivolante dibattendosi tra una crisi economica che rischia di diventare endemica almeno in alcuni paesi (tutti quelli dell'area euro tranne la Germania, per farla breve), l'apparente rottura sempre imminente della moneta unica con le conseguenti fibrillazioni dei mercati finanziari (pagate a caro prezzo dai contribuenti) e le tensioni internazionali che si sono avvicinate a tal punto dal Medio Oriente da essere entrate in casa (Libia, Parigi e Copenhagen). Poi il giorno di San Valentino, in quella che è tutto tranne che una storia d'amore tra i contribuenti e lo Stato italiano, insomma quando meno te lo aspetti, ecco che tutti i giornali online riportano in evidenza questa notizia:
Cgia Mestre, dalle Regioni del Nord 100 miliardi in solidarietà al resto del Paese
Ogni anno al resto del Paese, in base ai dettami del Patto di Stabilità
Le Regioni a statuto ordinario del Nord danno oltre 100 miliardi di euro all'anno come contributo di solidarietà al resto del Paese, in base ai dettami del Patto di Stabilità. Lo rileva la Cgia, dopo aver calcolato il residuo fiscale di ogni Regione italiana, ovvero la differenza tra le entrate complessive e le spese complessive regionalizzate delle Amministrazioni pubbliche. La Cgia sottolinea che tutte le Regioni del Nord a statuto ordinario presentano un saldo positivo: ovvero versano molto di più di quanto ricevono.
La Lombardia, registra un residuo fiscale annuo positivo pari a 53,9 miliardi, che in valore procapite è pari a 5.511 euro. Questo vuol dire che ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi, ricorda la Cgia) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro l'anno. Il Veneto, invece, presenta un saldo positivo pari a 18,2 miliardi (3.733 euro a testa). L'Emilia Romagna, con un residuo di 17,8 mld, devolve ben 4.076 euro per ciascun abitante. In Piemonte, che nel rapporto dare/avere elargisce agli altri territori 10,5 miliardi, il residuo fiscale medio per abitante è di 2.418 euro. La Liguria, infine, dà al resto del Paese 1 miliardo di euro, pari a 701 euro per ogni cittadino. Nonostante sia più contenuto rispetto al dato riferito alle realtà del profondo Nord, anche il residuo fiscale di tutte le Regioni del Centro è sempre positivo. La Toscana ha un saldo di 8,3 mld, il Lazio di 7,3, le Marche di 2,5 e l'Umbria di 1,1.
Se, invece, osserviamo i risultati delle Regioni meridionali, la situazione cambia di segno per tutte. La Sicilia ha il peggior saldo tra tutte le 20 Regioni d'Italia: in termini assoluti è pari a -8,9 mld di euro, che si traduce in un dato procapite pari a 1.782 euro. In Calabria, invece, il residuo è pari a -4,7 mld di euro (-2.408 euro procapite), in Sardegna a -4,2 mld (-2.566 euro ogni residente), in Campania a -4,1 mld (-714 euro per ciascun abitante) e in Puglia a -3,4 mld di euro (-861 euro procapite).
"Voglio sgombrare il campo da qualsiasi fraintendimento - osserva Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia - noi siamo d' accordo che le Regioni più ricche debbano aiutare quelle più in difficoltà. Il principio della solidarietà non è in discussione, ci mancherebbe. Tuttavia - prosegue -, c'è un grosso problema. Se, come ha fatto nell'ultimo decennio, lo Stato centrale continuerà nella politica dei tagli lineari, facendo mancare risorse e costringendo le Autonomie locali ad aumentare le tasse, anche al Nord la qualità delle infrastrutture, della sanità, del trasporto pubblico locale e della scuola potrebbe venir meno , alimentando la rabbia e la disaffezione nei confronti della politica nazionale".
Per Bortolussi "la questione settentrionale, purtroppo, non si è dissolta: soprattutto a Nordest cova ancora sotto la cenere. Per questo è necessario riprendere in mano la riforma del federalismo fiscale è portarla a termine, premiando i territori più virtuosi e penalizzando chi, invece, gestisce in maniera scriteriata la cosa pubblica". I dati, sottolinea la Cgia, sono riferiti al 2012 (ultimo anno in cui è possibile confrontare le entrate e le spese di ciascuna Regione). Tuttavia, se si ricostruisce l'andamento registrato negli ultimi 4/5 anni, la situazione, rimane molto stabile per la gran parte delle Regioni: pertanto, è verosimile ritenere che non vi siano state delle significative variazioni anche negli anni successivi al 2012.
fonte agenzia ANSA del 14 febbraio 2015
Ora dico, meglio battere il ferro finché è caldo, altrimenti si corre il rischio, nella società liquida dei social network, che passate 24 ore il tema sia già andato in soffitta superato dal vincitore di San Remo o dall'ultima promessa, tanto roboante quanto falsa, del governo Renzi. Allora diamo un po' di numeri e alcuni commenti, roba che andrebbe tatuata in fronte ai nostri politici oppure, per dirla in maniera più politically correct, affissa anche nei bagni degli autogrill, perché non venga mai dimenticata, 365 giorni all'anno.
Ovviamente i numeri non sono frutto della mia fantasia, o peggio un parto della Casaleggio&associati, ma sono appunto quelli dello studio della CGIA di Mestre. La quale, pur stando a Mestre, non può certo essere accusata di essere leghista, aggettivo che qualcuno vorrebbe nel dizionario della lingua italiana con un'accezione dispregiativa:
Questa tabella, che potrebbe essere il testo fondamentale di educazione civica per le scuole di ogni ordine e grado, non rende ancora completamente l'idea di come funziona lo Stato italiano. Perché a ingrassare non sono solo alcune Regioni (con rispettivi apparati e mangiatoie), ma anche e soprattutto lo Stato centrale. Proprio quello che ci dipingono come sottoposto a una cura dimagrante da lager, ma che numeri alla mano continua a ingrassare sulle spalle, ovviamente, di quei poveri 4 pirla che ancora producono e pagano le tasse:
Come potete ben vedere il saldo complessivo della quota di ricchezza trasferita allo Stato e che non torna sul territorio in servizi continua ad aumentare con una progressione altalenante (fortissima nel periodo del governo Prodi) ma costante (in forte recupero con l'arrivo dei governi tecnici sotto la pressione della speculazione finanziaria sul debito italiano).
Quindi si può ben dire che la questione settentrionale non si sia dissolta, anzi! In maniera empirica ciascuno di noi ne ha avuto la chiara percezione, nonostante Renzi abbia preso le redini del governo.
Chissà che qualche deputato legga questi dati prima di approvare la riforma della Costituzione che centralizza nuovamente una sfilza di deleghe, togliendo ulteriormente poteri e risorse alle Regioni che producono e mantengono il paese. Un'illusione? Sicuramente, fino a quando i rappresentanti ad esempio lombardi, tornando a casa, non saranno presi di peso dai vicini di casa che chiederanno loro conto di quei 5.500 euro sfilati dalle loro tasche e di cui si sono perse le traccia nel mare magnum della spesa pubblica dello Stato.
Chiudo con le riflessioni dell'assessore al bilancio di Regione Lombardia nella speranza che questa settimana il Consiglio Regionale lombardo approvi la legge che istituisce il referendum per chiedere (o meglio pretendere?) maggiore autonomia dal governo di Roma:
Garavaglia (Lombardia): la nostra Regione ha un residuo fiscale annuo di 53,9 miliardi
LE REGIONI DEL NORD MANTENGONO TUTTO IL SISTEMA - Guardando questi dati - ha proseguito Garavaglia - leggiamo che la Lombardia registra un residuo fiscale annuo positivo pari a 53,9 miliardi di euro. Una cifra impressionante che deve far riflettere tutti. Oltre la metà di quei 100 miliardi con cui le Regioni del Nord, come detto, mantengono tutto il Paese. E questo succede per tre motivi:
il primo perché in queste Regioni si pagano più tasse che nelle altre, ed evidentemente anche perché l'evasione fiscale è inferiore; del resto, proprio la stessa Cgia di Mestre aveva pubblicato un analogo studio in cui definiva i cittadini lombardi i contribuenti più tartassati in Italia perché ogni cittadino lombardo corrisponde all'Erario e ai vari livelli di governo locali mediamente 11.386 euro contro una media nazionale di 8.824 e contro 6.041 euro pro capite dei cittadini campani, i 5.918 euro pro capite dei cittadini calabresi e i 5.598 euro pro capite dei cittadini siciliani;
il secondo, perché qui lo Stato spende meno: anche qui recenti dati sulla spesa statale regionalizzata, cioè quanto lo Stato spende per i propri servizi (scuola, sicurezza, giustizia ecc) in ogni Regione, dicono che se in tutta Italia si spendesse come in Lombardia lo Stato risparmierebbe 60 miliardi di euro l'anno;
il terzo motivo è che se, bene o male, il Pil ancora regge e l'Italia non è fallita è grazie all'export prodotto soprattutto dalle regioni del Nord;
LA RISPOSTA POLITICA DEL REFERENDUM SULL'AUTONOMIA - "Questa analisi è incontrovertibile. Quindi che fare? A livello nazionale - ha sottolineato Garavaglia - sarebbe intelligente lasciar libere di correre le Regioni del Nord perché questo sarebbe un moltiplicatore di sviluppo. Mentre a livello delle singole Regioni, e in particolare in Lombardia, questi dati dimostrano la necessità di una risposta politica che vede nel referendum la legittimazione popolare della richiesta di maggiore autonomia, peraltro unica risposta alla necessità di sistemare i conti del Paese intero. E infatti questa fase di centralizzazione spinta a cui invece stiamo assistendo va vista proprio come il sintomo dell'estrema debolezza dello Stato centrale, che ormai privo di risorse rastrella ovunque per tentare di risolvere inutilmente i propri problemi. Ma davvero qualcuno è così pazzo, dal Trentino alla Sicilia, da pensare che lo Stato possa gestire meglio le risorse dei territori, delle famiglie e delle imprese? Siccome ovviamente la risposta è no, qui in Lombardia, con il presidente Roberto Maroni, dobbiamo - ha concluso Garavaglia - semplicemente insistere sulla risposta politica attraverso la via referendaria, tutto qui".