Ieri ho fatto il pieno. Stavo lì col dito sul grilletto della pompa, a guardare i numeri che giravano. Sai quella sensazione? Superi i 50 euro e pensi "vabbè, quasi finito." Poi superi i 60 e alzi gli occhi. Poi i 70. Poi gli 80. Mi sono fermato a 87.
Mercoledì, stessa macchina, stesso serbatoio: 71.
Sedici euro in più in tre giorni. Perché dall'altra parte del mondo, in uno stretto di mare largo quanto la tangenziale di Milano, qualcuno ha deciso di non far passare più le navi.
Ora, la benzina che mi hanno venduto ieri non è stata fatta col petrolio di questa settimana. È stata raffinata settimane fa, comprata a prezzi molto più bassi. I depositi italiani hanno scorte per trenta giorni. Lo dicono le stesse associazioni dei benzinai.
Eppure i rincari arrivano in tre giorni. I ribassi in tre mesi. Sempre. Nel 2012 il barile di petrolio stava a 112 dollari e la benzina a 1,83. Oggi il barile sta a 85 e la benzina sta uguale. Assoutenti ha portato questi numeri all'Antitrust. "La speculazione non è un rischio," hanno scritto. "È un dato oggettivo."
E lo Stato ci guadagna in silenzio. Perché il 60% di quello che paghi alla pompa sono tasse, e l'IVA è una percentuale: più sale il prezzo, più entra nelle casse. Automaticamente. Senza firmare niente. Poi Meloni va in TV e annuncia la task force anti-speculazione. Coi tuoi soldi già in tasca.
Ma sai cosa mi fa più incazzare? Che questa scena l'ho già vista. Nel 2008, col petrolio a 147. Nel 2011, con la Libia. Nel 2022, con l'Ucraina.
Oggi con l'Iran. Cambiano le guerre, cambiano i governi. Ma io sto sempre lì, col dito sulla pompa, a guardare i numeri girare.
Un Paese serio, dopo cinquant'anni di stessa identica scena, a un certo punto avrebbe detto: come cazzo faccio a non dipendere più da quello stretto? Rinnovabili, nucleare, stoccaggi strategici: quello che serve.
Roba da vent'anni di lavoro e una classe politica che sappia pensare oltre il prossimo sondaggio.
Noi abbiamo i serbatoi a riserva.
















