E’ quando piove che via Coluccio torna a pieno nella sua natura.
Risplende nella sua pochezza.
Tutto torna ad essere buio e le lampadine illuminano sempre meno di quanto sarebbe necessario.
Oggi anche il nostro modem, dopo 8 gloriosi anni, ci ha definitivamente abbandonate e io aspetto il rientro di Irene per installare quello nuovo, dato che non sarei neanche in grado di accenderlo.
Resta lì, impacchettato e paziente, davanti a me.
E allora, nel nulla che soltanto questo luogo talvolta mi concede, ritorno a scrivere.
La storia di oggi narra la vicenda di una foca che ci guarda con ostinazione dalla finestra affacciata sul nostro cortile, al quale naturalmente non abbiamo accesso e che cresce come una savana.
Qualche metro quadro di terra, incolto e popolato da due tartarughe dormiglione, da sterpaglie variopinte e da una marea di calzini caduti giù dai fili tesi ma non troppo.
Quella foca è apparsa a lungo alla mia miopia come un gattino, i primi tempi pensavo che si trattasse veramente di un animale appostato lì a prendere il sole ma dopo anni mi sono rassegnata all’idea che si tratti di un peluche.
Ciò che mi incuriosisce non è il gattino/foca in sé e per sé, bensì il mondo che sta alle sue spalle.
Vi è mai capitato di imbambolarvi in mezzo alla strada e di osservare il mondo dietro alle finestre?
Beh, a me sì.
Credo di aver rischiato più volte di essere messa sotto da un autobus, nonché di essere presa per pazza ma sta di fatto che subisco una fascinazione incredibile per il quotidiano delle famiglie.
Mi incuriosisce vedere una libreria, un movimento dietro una tenda, un soffitto affrescato, un soppalco, un lampadario acceso e immaginare la vita che scorre dentro a quelle mura.
Il gatto/foca abita una stanza sempre buia, da quel che vedo sembrerebbe una cucina, al pian terreno di una palazzina come la nostra.
La sua padrona mi pare sia una signora dall’indefinita età oscillante tra i sessanta e i cento anni che spesso e volentieri si piazza all’altra finestra affacciata sulla strada e osserva le persone camminare.
Ricordo bene quando da piccola, all’uscita da scuola, un paio di spettatori si sedevano comodamente sul balcone a osservare lo scorrazzare di noi bambini mentre tornavamo a casa mano nella mano con i nostri genitori.
Uno di loro si deve essere divertito moltissimo nel vedere mio nonno che mi faceva la posta, nascosto dietro il muretto mentre aspettava il defluire dei miei compagni restituiti alle loro madri, prima di fare la sua comparsa con l’aria sorniona e beffarda, di fronte ai miei lucciconi di bambina in piena crisi da abbandono.
Si divertiva tantissimo a far di questi scherzi e la mia sensibilità da secchiona sognatrice veniva costantemente sbeffeggiata dalla sua indole veracemente fiorentina di professionista delle prese per i fondelli.
Chissà che idea si è fatta la signora centenaria padrona del gatto/foca rispetto a questa casa del popolo dove viviamo.
Sicuramente negli ultimi tempi le abbiamo dato meno argomenti su cui inorridire, ma negli otto anni di frequentazione di Colucciosuperlover, posso dire con certezza che avrà sicuramente di che chiacchierare con le sue comari.
Esseri umani dai capelli di colori variegati, olezzi di ogni genere, cinghiali messi in terrazza a “pasturare”, animali di varia forma e misura nonchè promiscuità costante erano all’ordine del giorno qua dentro.
Uomini, donne e animali convivevano più o meno pacificamente in questi 50 metri quadri di colore.
Ora, che vuoi, ci siam placate un pochino.
Anche se ogni tanto capita di perdersi sul balcone a guardar nel niente con indosso pigiami improbabili fino a quando non affiora la netta sensazione di essere osservate da due occhietti a spillo.
Eh allora, signora Foca che la mi racconta oggi?













