"Credo di essere la voce della mia generazione. O almeno una voce".
Queste le parole di Lena Dunham.
Ormai non posso non considerare questa ragazza un idolo da seguire. Una mia coetanea (più o meno) che è riuscita a sfondare come scrittrice, produttrice e attrice.
Ed io? Sono qui a scrivere elogi.
Il punto non è questo, comunque, ma piuttosto: che cosa vuol dire essere "una voce" della mia generazione?
Non è certo quel che mi interessa. Credo che la scrittura, come qualsiasi arte, si realizzi prima per sé stessi e poi per il mondo intero. Come il fatto che io respiri in questo momento: è qualcosa che faccio per sopravvivere non per accontentare gli altri(forse).
Vorrei poter raggiungere un obiettivo più grande, vorrei fare qualcosa che mi renda soddisfatto e mi faccia stare bene. Qualcosa che mi faccia sentire vivo! Come ho sottolineato più volte in queste pagine virtuali, non mi ritengo affatto uno scrittore; questo perché non credo di dedicare il tempo necessario a questa nobile arte che ci accompagna da almeno due millenni. Certo, molti potrebbero ribattere e dire "non esiste un tempo predefinito per l'arte!", e non dico di non essere d'accordo con queste ipotesi antropomorfe, ma d'altro canto non posso comunque ritenermi uno scrittore.
Come al solito, scrivo cose senza senso, allontanandomi sempre più dal tema principale di questo post(che ho cominciato a scrivere alle 17:15, giusto per essere precisi, pignoli, noiosi).
Che cosa avrebbe mai da dire la mia generazione?
- Il mio cellulare è scarico, non posso "whatsapparti"
- Il nuovo iphone si piega a metà, come devo fare?
- Oggi non sono riuscita a comprare le mie sigarette, merda questa vita è schifosa.
- Fanculo tutti, me ne frego della società.
Questi sono giusto alcune "grida" che costantemente leggo su facebook, coetanei(o quasi) che fingono di sbattersene, fingono di essere ciò che non sono. E allora voglio scrivere giusto due paroline: chi vorrebbe mai rappresentare una società che rinnega sé stessa? Una persona che per essere trendy beve rum e vodka, fingendo di non preoccuparsi né del caos interiore, né dell'esame del prossimo mese? Chi vorrebbe mai rappresentare qualcuno che costantemente tradisce sé stesso?
Io stesso non posso dichiararmi "al di fuori" di questa marmaglia, di questa melma di pensieri di seconda mano e di tastiere sbiadite per i troppi post su facebook.
Forse, e dico forse, dovremmo vivere di più, cercare di sperimentare questa vita che profuma di pioggia, che profuma di qualcosa che non sia l'odore di "un pc surriscaldato per il troppo utilizzo".
Ma a cosa servono le mie parole se io stesso sono vittima di questo ciclo cibernetico?