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Divine Mushroom of Immortality
Hiroo Isono
Hirō Isono (Japanese 1945-2013), Acrylic on canvas
Timothy McCool - Something For Us To Imagine, 2025 - Acrylic on panel
“Here I am human, here I can be human”, 2026 - by David Foster Nass (1972), German
Ci sono ferite che fanno male non per la forza del colpo, ma per la mano da cui provengono. È questo il senso profondo della frase di Joyce. Il morso del lupo è violenza dichiarata. Lo riconosci subito. Viene dal nemico, dal potere, dall’oppressione aperta. Puoi odiarlo. Puoi combatterlo. Perfino prepararti. Ma il morso della pecora è diverso. Arriva da chi dovrebbe appartenere al gregge. Dal vicino. Dall’amico. Dalla comunità. Ed è proprio per questo che diventa imperdonabile. In Ulisse, questa intuizione emerge in uno dei capitoli più stanchi e disillusi del romanzo. Dublino appare come una città esausta, paralizzata da abitudini, conformismi, piccole crudeltà quotidiane. E Leopold Bloom lo sa bene. Per lui il dolore più profondo non è l’attacco violento, ma il pregiudizio silenzioso, la diffidenza continua, l’ostilità ordinaria di chi vive accanto a lui. Non il nemico dichiarato, ma la mediocrità collettiva. Joyce compie qui un rovesciamento radicale. La pecora, simbolo tradizionale di innocenza e mitezza, diventa il volto del conformismo. Non distrugge attraverso la forza, ma attraverso l’esclusione. Attraverso il sospetto. La derisione. La pressione invisibile della maggioranza. Ed è una violenza più sottile proprio perché si traveste da normalità. La massa non ha bisogno di gridare per colpire. Le basta isolare. Joyce aveva intuito qualcosa di terribile: l’Uomo sopporta meglio l’ostilità aperta che la freddezza di chi gli assomiglia. Perché il lupo minaccia il corpo, ma la pecora ferisce il bisogno umano di appartenenza.