Va bene Thanatos
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@neutrone-f
Va bene Thanatos
ma vojo pure Eros
Qui giunse nel nòcciolo tenero dell'odio, un frutto che sarebbe cresciuto all'infinito in lui, qui egli avvertì fibrillare la molle materia dell'odio, annusò la ferita scarnificata. Avrebbe imparato a contrapporlo all'ansia, alla colpa, al dolore. L'odio salva, non è il contrario dell'amore.
VIII. – I piaceri delle belle arti nascono dai dolori innominati
La musica, la pittura, la poesia, tutte le belle arti hanno per base i dolori innominati; in guisa tale che, se io non erro, se gli uomini fossero perfettamente sani e allegri, non sarebbero mai nate le belle arti. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri piú delicati della vita. Esaminiamo infatti l'uomo nel momento in cui è veramente allegro, contento e vivace, e lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e ad ogni bell'arte [...]
Non doveva tornare, eppure sta per farlo. Nell'attesa, ripasso.
Storicamente le cose più terribili, la guerra, il genocidio, la schiavitù, sono il risultato non della disobbedienza, ma dell'obbedienza.
Howard Zinn
Ho fatto l'amore con Control+C
Coitus interruptus
Love in a trashcan
https://pixelfed.de/p/faben70/930797455787187126
Ma ti pare che per andare su gutenberg.org bisogna usare una VPN?
No, ma siete belli eh. Proprio belli.
Write down what you feel.
I love you I hate you
L’INQUIETUDINE DELL’IMPOTENZA DAVANTI A GAZA
C’è un momento in cui lo schermo si spegne e resti tu, solo, con le immagini strazianti che hai visto. Gaza si allontana di migliaia di chilometri, ma dentro di te si è conficcata un’altra scheggia. Non è soltanto il dolore intimo per le vite spezzate. È qualcosa di sfibrante: la coscienza nuda della propria insignificanza. L’inquietudine che nasce dal sentirsi irrilevanti.
Perché tu hai visto. Hai registrato. Hai memorizzato. Ma ora che il cellulare è posato, una domanda ti lacera: a cosa serve vedere, se non puoi impedire?
L’inquietudine non nasce dalla distanza geografica. Nasce dalla distanza tra la tua coscienza che sa tutto e le tue mani che non possono nulla. Sei diventato un archivio vivente di atrocità che non puoi fermare. Un testimone impotente.
C’è una violenza paradossale in questo ruolo di spettatore illuminato. Perché più vedi, più diventi esperto dell’orrore altrui. Sviluppi un linguaggio tecnico per interpretare l’indicibile: “crimini di guerra”, “pulizia etnica”, “soluzione finale”, “genocidio”. Ma queste parole, così precise, così giuste, rimbalzano nel vuoto della tua camera.
E allora arriva il veleno peggiore: il sospetto che la tua indignazione sia solo un lusso esistenziale. Che dietro la tua rabbia per Gaza si nasconda una rabbia più segreta: quella di essere ridotto al ruolo di cronista della propria irrilevanza.
Un’impotenza che rivela la sproporzione cosmica tra la grandezza della tua coscienza morale e la miseria dei tuoi mezzi. Tra l’universo che riesci a contenere nel pensiero e il millimetro quadrato di realtà che riesci davvero a modificare.
Avverti che la realtà è talmente più grande da ridicolizzare qualsiasi gesto: un post, una marcia, una raccolta fondi. Tutto sembra quasi ridicolo di fronte all’abisso. Eppure, proprio in questa vertigine, c’è la prova che non siamo ancora morti dentro. È già un seme: fragile, ma vivo. Perché l’indifferenza sarebbe più facile. Basterebbe convincersi che Gaza sia lontana come Marte.
Diciottenne, nei lontanissimi anni Settanta, ho abbracciato la politica, la militanza, per scacciare anche quel senso di evanescenza dell’esistenza. La Storia allora era un fiume in piena, che credevamo di poter deviare con le mani. Oggi spesso è soltanto un assordante coro di monologhi.
Ora, di fronte a quel lembo di terra martoriata, l’impulso primario è, atrocemente, quello di chiedere soltanto che si smetta di distruggere. Che un bambino sia risparmiato dalla fame e dalla sete. Che un’intera famiglia non venga sbriciolata sotto una tenda. Che non venga maciullato un altro giornalista. Non c’è nessun Sol dell’Avvenire.
Eppure, da inguaribile possibilista – questa è la vera eredità degli anni Settanta – dico che esiste ancora un dovere di militanza. Non più per dare un senso alla propria esistenza, ma per affermare, ostinatamente, l’esistenza altrui. Per ricordare, nome per nome, chi viene cancellato. Per urlare che una linea rossa è stata varcata, non nella geopolitica, ma nell’umano.
Chi si convince che “non possiamo farci nulla”, in realtà, consegna alla macchina della distruzione il potere assoluto non solo sui corpi a Gaza, ma anche sulle nostre fragili coscienze. È un doppio sterminio: là della vita, qui del senso.
Non possiamo fermare i bombardamenti, ma possiamo rompere il coro di chi si dichiara equidistante fra oppressi e oppressori. Sabotare la narrazione tossica che normalizza i massacri. Possiamo fare della parola un disturbo, della piazza un luogo in cui la vergogna si trasforma in resistenza. Possiamo boicottare e disinvestire.
E allora sì, siamo impotenti davanti all’enormità del genocidio. Ma siamo infinitamente potenti davanti al nostro stesso silenzio. Qui si decide: se restare irrilevanti, oppure fare della nostra irriducibile inquietudine un atto di rottura. Certo, non è abbastanza. Ma è tutto quello che hai. E forse, alla fine, è proprio questo “non abbastanza” a renderti ancora umano.
Alfredo Facchini
Dino Pedriali - Pier Paolo Pasolini, 1975
Keep calm.
Casa-Parcheggio, apartment building at Via Mazza Pesaro, Marche, Italy; 1978-82
Carlo Aymonino, Francesco Doglioni, Maria Luisa Tugnoli (photography by Franco Panzini)
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via “Domus 637” (1983)